05/05/2014

Svizzera: contro il salario minimo

La grande illusione del salario minimo risiede già nei termini. Il termine salario tende a farci dimenticare che in realtà stiamo discutendo di costi di produzione. Con la proposta sindacale di introdurre un salario minimo in Svizzera,  sulla quale voteremo il prossimo 18 maggio, si intende semplicemente provocare in modo artificiale, con la forza prevaricatrice della maggioranza detta democratica, un aumento dei costi di produzione.  Aumento che non è il frutto dell’accresciuta produttività.    Non è necessario avere vinto il premio Nobel per capire che un’operazione di questo tipo avrà delle conseguenze negative sulle aziende toccate dal provvedimento. Alcune si vedrammo ridurre l’accumulo di capitale necessario ad assicurare in futuro la competitiività dell’azienda, altri semplicemente saranno costretti a ristrutturare, licenziando personale, alcuni, quelli a margine, semplicemente non ce la faranno  e chiuderanno. Non è un’opinione dire che questa proposta aumenterà il numero dei senza lavoro. E’ un fatto. Certo possiamo far finta che le leggi dell’economia non esistono o che si possono modificare con la forza della coercizione politica. Ma sono balle.  Secondo i sindacalisti, se alcune aziende chiuderanno, visti i  salari che pagano, tanto meglio.  Ci vuole veramente una faccia tosta senza limiti per dire di arrangiarsi a chi attualmente non ha trovato di meglio o non è sufficientemente produttivo per ricevere un salario superiore. Come per moltissime cosidette questioni politicihe vale anche qui la pena di ricordare che forse dovremmo imparare a farci gli affari nostri e smetterla di tentare di utilizzare il voto a maggioranza per violare le scelte fatte da altri. E’ troppo facile fare discorsi buonisti e lasciare gli altri in difficoltà.  

20/07/2011

Nella crisi non perdiamo la bussola

A che punto siamo con la crisi economica? Quanto è grave? Tra la gente comune la domanda sembra serpeggiare con maggiore insistenza. L'inquietudine è in crescita. Devo ritirare i soldi dalla banca? Assisterò impotente all'annientamento del mio secondo pilastro? Sono preoccupazioni più che legittime. La situazione è seria, molto più seria di quanto traspaia sovente dagli organi di informazione. Per fortuna il web è ancora uno spazio di libertà dove i pennivendoli di regime sono sbugiardati regolarmente da gente meno nota, ma più preparata.  Quando le crisi colpiscono la società,  immancabilmente si mette in moto l' "operazione diversivo" e la ricerca del capro espiatorio. E'  lo sport preferito dei politici e degli intellettuali che ne fungono da stampella. In questi momenti, dove non è possibile escludere a priori rivolte violente nemmeno tanto lontano da noi, la necessità di comprendere il perché e il per come determinate cose accadano è un esercizio che non si può più rimandare. I pifferai magici dello statalismo sono già in azione. Il rischio è di cadere dalla padella nella brace. E' sotto gli occhi di tutti che gli speculatori e il capitalismo siedono attualmente sul banco dei condannati (non sono nemmeno più imputati). Lo si legge e sente tutti i giorni e in tutte le salse. Sono menzogne. Peggio: Sono menzogne pericolose che porteranno ad interventi riparatori errati  e quindi inefficaci. Eccone alcune: 1) Quando vi raccontano che i governi sono in difficoltà per colpa degli speculatori che rubano e predano, beh, stanno alzando la cortina di fumo. Sono in difficoltà per colpa delle scelte effettuate dalle medesime caste al potere. Sono i governi e i parlamenti che hanno dimenticato la regola di base di ogni famiglia. Si vive con quello che si ha. Gli speculatori, grazie a Dio, esistono e ci ricordano ogni giorno che i principi economici non sono un "optional". Viviamo pur sempre e ancora sul pianeta Terra. Programmi statali di spesa insostenibili, debiti pubblici elevati, corruzione, ecc. , non sono catastrofi naturali, sono frutti avvelenati di opzioni intellettuali errate. 2) Quando condannano un giorno sì e l'altro pure il capitalismo non puntano ad altro che scambiare la nostra legittima indignazione con la sottomissione al volere del burocrate e del parassita governativo di turno. Il capitalismo, vale a dire il libero scambio di legittimi diritti di proprietà, è l'unico sistema morale che rispetta l'individuo. E' l'unico che ci evita di vivere da servi.  E' l'unico che ci permette di votare ogni giorno, scegliendo, e di conservare i frutti del nostro lavoro (che detto per inciso sono di ognuno di noi e non dei pescecani abituati a vivere alla spalle degli altri). Ci dicono che il capitalismo non ha etica né morale e che va corretto e moralizzato. Mentono ancora. Non è perfetto, ma correttamente inteso è l'unico che esalta la libertà e la responsabilità individuale. Non ci sono terze vie tra libertà e sfruttamento. 3) Ci dicono che necessitano di maggiori mezzi finanziari per fare il bene. Eppure il peso dello Stato nell'economia non è mai stato così grande. Quando si fermeranno? A che percentuale? Per non parlare poi degli effetti collaterali che già si vedono (disincentivi, ricerche di rendite durature, ecc.). 4) Si vogliono impegnare, e chiedono quindi più Stato, per finirla con “la privatizzazione degli utili e la socailizzazione delle perdite”, cosa vera e vergognosa, per carità, ma non è forse altrettanto vero che questi fenomeni sono resi possibili unicamente da legislazioni statali? 5) Ci riempiono il cranio con le oligarchie bancarie che ci sfruttano. Ma dimenticano sempre di dire che il sistema monetario è basato sul monopolio della moneta stabilito per legge dallo Stato e sul potere, concesso dallo Stato, alle banche centrali, di manipolare i tassi di interesse. Ovviamente si guardano bene dal dire che questo non ha nulla a che vedere con lo spauracchio dell'ultra-liberalismo. Avete mai letto il punto 5 del manifesto del Partito comunista del 1848: "Accentramento del credito in mano dello Stato mediante una banca nazionale con capitale dello Stato e monopolio esclusivo".  Viviamo in un mondo dove le parole sono armi di manipolazione di massa. Resistere è possibile. E' persino semplice. Libertà e coercizione non sono la medesima cosa  Lo statalismo, il collettivismo non hanno mai funzionato e non funzioneranno mai. Sono degli errori intellettualii che economisti liberali hanno demolito in modo più che convincente decenni fa. Non è difficile fare una scelta di campo, basata sulla logica, e tirarne le conseguente. I privilegi li può concedere unicamente lo Stato. Nel libero mercato ogni scambio è un atto di libera scelta, per definizione vantaggioso per entrambe le parti. La tanto amata lotta di classe, non in senso marxista ovviamente, è quella che vede contrapposto chi si guadagna da vivere nel libero mercato (o quel che ne rimane)  ai socialisti di tutti i partiti che si appoggiano alla coercizione dell’appartato statale per assicurarsi il prossimo pasto. Oltre ai soliti noti, i vari burocrati, nella lista dei principali privilegiati vanno inseriti anche gli attori del mondo della finanza. Senza le banche centrali, senza il monopolio sulla moneta, senza la  possibilità di manipolare i tassi di interesse e di finanziare, fino a quando, debiti pubblici insostenibili non saremmo nel quarto anno di una crisi economica che sembra senza fine.  Ce lo dipingono come un mondo senza regole. Buffonate. Ricordiamocelo quando ci propongono più interventismo per migliorare le cose. Il cuore della crisi è lo statalismo selvaggio, criminale e ladro. Speriamo di non pagarne un prezzo troppo alto.  

Testo pubblicato nell'edizione di martedì 19 luglio del Corriere del Ticino                                                           

03/06/2011

Consiglio federale: la presunzione fatale dell'uscita dal nucleare

Friedrick August von Hayek la chiamava la presunzione fatale. E' il comun denominatore delle scelte politiche. Pretendere di sapere. Pretendere di conoscere i bisogni non ancora espressi, di saperli relazionare con altri bisogni (per il singolo è relativamente più importante A di B in un determinato momento e contesto), di forzare delle scelte colletive (forzatamente discriminanti) al posto delle scelte individuali...appunto presunzione. Fatale perchè poi inevitabilmente ci si sbaglia e si fanno danni, più o meno nascosti (avete presente la finestra rotta di Bastiat?). Con un privilegio però: non si è chiamati a rispondere dei propri atti. L'esempio da manuale è la decisione del Consiglio federale di uscire dal nucleare...tra una ventina d'anni. Non si tratta qui né di essere per né di essere contro questo e quel tipo di energia. Si tratta solo di constatare che ancora una volta la politica dimostra tutta la sua presunzione. E se rimettessimo totalemente al libero mercato anche l'approvvigionamento energetico?

18/02/2011

Di chi è stata la colpa della crisi finanziaria?

L'avvocato Stelio Pesciallo ha scirtto sul Corriere del Ticino di venerdì 18 febbraio un testo che vale la pena riportare qui. E' talmente raro leggere questo tipo di prese di posizione che non possono non essere segnalate. Qui si sottoscrive ovviamente parla per parola: "Sono stati re­centemente pub­blicati i tre rap­porti (uno di maggioranza e due di minoran­za) da parte di una commissio­ne del congresso degli Stati Uniti incaricata di in­dagare sulle cause che hanno porta­to alla crisi finanziaria degli ultimi anni. Dalla stampa specializzata (per esempio la NZZ e l'Economist) abbiamo appreso che mentre il rap­porto di maggioranza, redatto dai rappresentanti democratici, punta l'indice soprattutto sugli ambienti bancari e finanziari, attratti dall'«in­gordigia del danaro», e sulle sue au­torità di sorveglianza (banche cen­trali,autorità di sorveglianza sulle borse ecc) colpevoli di non avere con­trollato e limitato la loro attività, i due rapporti di minoranza repubbli­cani accentuano l'uno la responsa­bilità di tutti gli attori (pubblici e pri­vati) e l'altro della politica pubblica dell'accesso all'alloggio che, sostenu­ta da misure monetarie e creditizie lassiste, ha permesso la formazione della bolla immobiliare.
Tutti e tre i rapporti non hanno pe­rò messo in rilievo le vere cause del­la bolla finanziaria bensì piuttosto le manifestazioni che l'hanno carat­terizzata e pertanto gli effetti che si sono prodotti. Le vere cause devono essere ricercate in una rigorosa quan­to semplice analisi economica che purtroppo l'opinione maggioritaria degli economisti, pressoché quasi tut­ti i partiti politici, gli ambienti go­vernativi e le banche centrali, non vogliono né possono fare in quanto renderebbe evidente che all'origine della crisi vi sono scelte dettate da opportunismo, calcoli di vantaggi immediati o ignoranza. Molto più semplice e appagante, ma anche molto fuorviante, è indicare generi­camente l'origine dei mali negli spe­culatori come fanno ad esempio il presidente francese Sarkozy o il mi­nistro italiano Tremonti o nei «cen­tri del capitalismo mondiale», come ha detto l'altro ieri l'ex presidente brasiliano Lula Da Silva.
L'unica scuola economica che abbia cercato di spiegare e motivare in mo­do convincente i ricorrenti cicli con­giunturali preceduti da periodi di forte sviluppo e regolarmente segui­ti da periodi di crisi è la scuola au­striaca che ha avuto in Ludwig von Mises e in Friedrich von Hayek i suoi maggiori rappresentanti e che ha prodotto anche negli ultimi anni opere di notevole spessore che aiu­tano a capire anche i più recenti av­venimenti (tra queste di facile con­sultazione l'ultima opera dell'econo­mista tedesco Roland Baader, Gel­dsozialismus, pubblicata in Resch Verlag e quella dell'economista ame­ricano Thomas Woods, Meltdown, pubblicata da Regnery Publishing, che non mi consta siano state tra­dotte in italiano né mi sorprende­rebbe se non lo saranno mai).
La teoria di questa scuola, che tro­va ricorrentemente conferma non so­lo nell'ultimo secolo da quando è stata emanata, ma anche permette di capire le crisi economiche dei se­coli precedenti è che il parametro co­stante delle nostre economie è carat­terizzato da fasi di alta congiuntu­ra, da surriscaldamento economico, formazione di bolle finanziarie e dal­lo scoppio di queste bolle seguito da periodi di crisi. Questi avvenimenti non sono però causati dall'econo­mia di mercato, bensì dalla politica monetaria costantemente seguita a partire dalla creazione delle banche centrali e di un'unica forma di mo­neta da parte di tutti gli Stati. Que­sta politica monetaria è contraddi­stinta dalla creazione di moneta non sulla base dei principi di libero mer­cato dettati da domanda e offerta, bensì da decisioni aprioristiche pre­se dall'autorità statale e sostenute dalle banche centrali. Moneta crea­ta dal nulla quindi, non sostenuta da alcuna copertura e moltiplicata per mezzo degli strumenti di conces­sione del credito del sistema banca­rio. Questo sistema è all'origine del cosiddetto boom economico, con­traddistinto dalla creazione di ric­chezza, che in verità non è vera ric­chezza, ma apparenza di ricchezza in quanto basata sul debito e non su valori reali, originata cioè da de­naro non prodotto da una presta­zione e da denaro prodotto dal cre­dito. Quest'ultimo non crea in effet­ti risorse bensì ridistribuisce potere d'acquisto non costituendo un pro­dotto di risparmio accumulato nel passato e derivante dall'impiego di denaro. Ad ogni concessione di cre­dito il denaro in circolazione cresce, favorendo presto o tardi la forma­zione di una spirale inflazionistica in quanto la creazione di beni, se avviene, interviene più tardi e in mi­sura minore. In particolare, se il de­naro in circolazione è aumentato per il tramite di tassi di interesse tenuti artificialmente bassi (come è stato il caso del periodo che ha preceduto la recente crisi), il denaro viene de­stinato ad impieghi sbagliati e non dettati da necessità economiche e impedisce la formazione di rispar­mio che avrebbe potuto essere im­piegato in validi progetti di investi­mento. Tassi d'interesse non mossi dal mercato ma per decisione della Banca centrale, la conseguente cre­scita del volume di credito, la spin­ta inflazionistica e investimenti sba­gliati vengono a formare una spira­le che conduce a periodi di boom economico (bolla) cui inesorabil­mente fanno seguito crolli finanzia­ri e economici. Per la scuola econo­mica austriaca il periodo del boom, contrariamente all'opinione più dif­fusa, non costituisce pertanto un fat­tore positivo in quanto costituisce la causa del ciclo congiunturale instau­rato in maniera artificiosa che con­duce in definitiva ad un crollo che coinvolge in maniera negativa tut­ti, ma in modo particolare gli ele­menti più fragili del sistema econo­mico. Il crollo congiunturale in un sistema di errata politica del dena­ro che porta alla formazione e al sus­seguente scoppio della bolla, viene a costituire il necessario e inelutta­bile processo di guarigione e di pu­lizia, se non viene inquinato da ul­teriori misure adottate dallo Stato, rispettivamente dalle banche centra­li, mediante, per esempio, l'immis­sione nel sistema economico di nuo­vo denaro, anche questo creato dal nulla. È pertanto chiaro per la scuo­la austriaca che le fasi congiuntura­li che si susseguono regolarmente con formazione di bolle seguite da crol­li non sono originate dal mercato (che come tale non è riscontrabile nel nostro sistema economico) ben­sì dalla politica del denaro e dei tas­si d'interesse istaurata dagli Stati e dalle banche centrali. È quindi fuor­viante addebitare al mercato gli ef­fetti di misure adottate e imposte da­gli Stati in opposizione al libero mer­cato come anche è illusorio pensare di potere correggere gli errori com­messi continuando sulla stessa stra­da; in tal modo non vi può essere che un peggioramento della situa­zione e il ripetersi di ulteriori squi­libri apportatori di nuove e più gra­vi crisi. E a soffrirne saranno in ter­mini economici i più deboli, rispet­tivamente coloro che sono esclusi dalla rete di interessi pubblici e pri­vati istaurata in anni di politica eco­nomica statale. Come anche a sof­frire saranno i pochi spazi di auto­nomia e di libertà ancora rimasti e ulteriormente ristretti da ulteriori misure adottate dai poteri dello Sta­to allo scopo di correggere gli errori del passato e che inevitabilmente, vista non solo la loro inefficacia ma anche e soprattutto i loro effetti ne­gativi, contribuiranno solo a peggio­rare la situazione. "

05/10/2010

Cassa pensioni dello Stato, quando la politica distribuisce privilegi

Proviamo a riassumere in breve la situazione finanziaria di una cassa pensioni pubblica. Scegliamo ad esempio quella del Canton Ticino. I dati sono questi:  nel 2009 il disavanzo ha raggiunto gli 1,68 miliardi di franchi, il rapporto tra gli impegni futuri e il capitale di copertura, e per fortuna che Marina Masoni ha bloccato per un decennio l’emoraggia, è al 65%. Letteralmente in caduta libera. Era ancora del 95,1% nel 1988. Il rapporto tra persone attive e beneficiari di prestazioni  è passato dal quasi 4 a 1 del  1991 a 2,55 a 1. E “per fortuna” (si fa per dire) che nel 2009 sono aumentati di 390 gli assicurati attivi, una cifra raguardevole che ha consentito di abbellire le cifre. Le condizioni quadro si chiamano: primato delle prestazioni, garanzia statale (chissà perché il pensiero corre al ruolo delle banche centrali e al loro ruolo di prestatore di ultima istanza), tassi di conversione e tassi minimi fissati politicamente,  libertà di scelta della cassa nulla. La situazione è preoccupante. Più di una cassa pubblica è in profondo rosso e la ragione principale di questa situazione è sempre la stessa: la mano degli uomini dello Stato sulla vita delle persone.  Impregnato di paternalismo, come tutti i sistemi gestiti politicamente, anche il secondo pilastro svizzero si basa sul presupposto che la libertà sia particolarmente pericolosa, che la gente sia ignorante e irresponsabile. Solo gli uomini dello Stato sanno. Di conseguenza è bene che siano loro a fissare le regole. Ne va della “giustizia sociale” e “dell’equità di trattamento” . Apparentemente. In realtà lo Stato è intrinsecamente fonte di privilegio e di vantaggi vergognosi concessi agli uni a scapito degli altri. In questo senso, il privilegio di cui godono le casse pubbliche è flagrante.  Gli affilliati godono in generale di a) della copertura degli eventuali buchi da parte dell’ente pubblico (la garanzia statale),  b) della possiblità di avere gradi di copertura ridotti, c) di età di pre-pensionamento vantaggiose e, non da ultimo, d) di poter scaricare più facilmente sulle generazioni future i costi delle generose prestazioni di cui godono gli attuali pensionati. Del concetto di giustizia neanche l’ombra. E’ però evidente l’assoluta immoralità dell’azione di coloro che chiedono allo Stato di contribuire con le tasse al risanamento delle casse pensioni pubbliche.  Il lavoratore del privato é chiamato a pagare e eventualmente risanare la sua cassa pensione, e contemporaneamente tramite le tasse deve risanare i conti delle casse altrui permettendo ai vari affiliati migliori condizioni di pensionamento. Che fare? Come al solito la libertà è la soluzione. Ha scritto José Pinera, il padre delle riforma del sistema pensionistico cileno che ha introdotto con successo i conti pensioni individuali: “quando una società distrugge il rapporto tra diritti e responsabilità finisce sempre col demolire sia la libertà che la sicurezza”.  Le cifre della cassa pensioni dello Stato del Canton Ticino non lasciano dubbi sulla bontà dell’analisi di Pinera. Fatica e ricompensa non sono più in relazione diretta. In Svizzera sono stati in grandissima parte sostituiti dalla negoziazione politica. L’individuo è spogliato del controllo e delle gestione delle sue proprietà.   Che fare dunque per invertire la tendenza?  Semplicemente ripristinando la libertà di scelta tutelando i diritti individuali. Tanto per cominciare: 1) procedere con l’introduzione della libera scelta per il singolo della propria cassa, invece di farlo affilliare d’ufficio a quella del suo datore di lavoro, 2) reintrodurre la libertà contrattuale sulle rendite,  3) passare al primato dei contribuiti e 4) abolire le garanzie statali (anche se poi qui ci vorrebbe una classe politica alla Margaret Thatcher per reggere le pressioni). A medio lungo termine si dovrebbe poi giungere al sistema cileno, con i suoi conti pensione individuali così da completare una riforma non solo tecnica, ma anche culturale. Il lavoratore che ha il proprio denaro in un conto pensione individuale ha infatti tutto l’interesse  a salvaguardare una società libera e quindi più prospera. A quando l’apparizione in massa, in Svizzera, del lavoratore-capitalista?

Nota: questo testo è stato scritto e pubblicato nel numero in uscita de I FOGLI DI ENCLAVE

31/05/2010

Fumo passivo: menzogna di Stato

Pneumologo di fama mondiale, presidente del prestigioso Istituto di Ricerca Necker da un decennio, il professor Philippe Even, ora in pensione, si dice convinto che il fumo passivo non sia nocivo. Ecco l’intervista rilasciata a Le Parisien.

Cosa dicono gli studi effettuati sul fumo passivo ?
PHILIPPE EVEN. Sulla questione è disponibile un centinaio di studi. Prima sorpresa : il 40% di questi arriva alla conclusione che il fumo passivo non è nocivo per la salute. Il rimanente 60% ritiene che il rischio di contrarre il cancro sia moltiplicato per uno 0.02 nelle variante più ottimista e di un 0.15 in quella più pessimista....contro un rischio moltiplicato per 10 o 20 nel caso di fumo attivo. Sono cifre derisorie. In sintesi: o non è nocivo o lo è in modo estremamente debole.

E’ un dato scientifico incontestabile.  Le associazioni anti-tabacco sostegno che ogni anno in Francia ci siano tra i 3000 e i  6000 morti.

Sarei molto curioso di conoscere le loro fonti.  Nessuno studio è mai giunto a un simile risultato.
 
Numerosi specialisti affermanoche il tabagismo passivo è anche responsbile di malattie cardiovascolari e di crisi di asma. Che ne pensa?

Non si basano su alcun solido dato scientifico.  Prendiamo il caso delle malattie cardiovascolari: le quattro cause principali sono l’obesità, il colesterolo, l’ipertensione e il diabete.  Per sapere se il tabagismo passivo è un fattore aggravante dovrebbe essere fatto un studio su persone che non presentano nessuno di questi quattro sintomi.  Ora, questo non è mai stato fatto. Nel caso della brochite cronica, se il ruolo del tabagismo attivo è incontestabile, quello del fumo passivo resta, qui ancora, tutto da provare.  Per quanto concerne l’asma,  è effettivamente un fattore aggravante, ma non più dei pollini.

L’obiettivo dell’interdizione del fumo nei locali pubblici era quello di proteggere i non fumatori. Significa che alla base di queste norme non c’era nulla di solido?

Assolutamente niente. La psicosi è cominciata con la pubblicazione di un rapporto del’AIRC, l’Agenzia internazionale di ricerca sul cancro, che dipende dall’OMS (L’organizzazione mondiale della sanità).  Il rapporto, pubblicato nel 2002, afferma che è ormai provato che il fumo passivo comporta gravi rischi per la salute, ma non espone alcuna prova a sostegno di questa tesi. Dove sono i dati? Che metodologia è stata seguita?  E’ tutto salvo che un processo scientifico. Da tutto questo è stata alimentata ad arte una paura che si basa sul nulla.

Che interesse hanno le organizzazioni anti-tabacco a diffondere una minaccia che non esiste ?

Le campagne anti-tabacco e l’aumento del prezzo delle sigarette non hanno dato i risultati sperati. Era necessario trovare un nuovo modo di ridurre il numero dei fumatori.  Agitando lo spettro del fumo passivo è stato trovata una soluzione terribilmente efficace: la pressione sociale. In buona fede, i non fumatori si sono sentiti in pericolo e hanno cominciato a volerne ai fumatori. D’un tratto, il tabagismo passivo è diventato un problema di salute pubblica, favorendo l’accettazione della legge Evin e in seguito il decreto che vieta di fumare nei locali pubblici. Per quanto si tratti di una buona causa, non credo che sia un bene governare con la menzogna. E il peggio è che nemmeno funziona.  Dall’entrata in vigore del decreto le vendite delle sigarette hanno ripreso ad aumentare.

Perché non ha parlato prima di queste cose ?

In quanto funzionario, decano della più grande facoltà di medicina di Francia, ero tenuto ad un dovere di riserva. Se mi fossi allontanato dalle posizioni ufficiali ne avrei pagato le conseguenze. Oggi sono invece un uomo libero.

27/04/2010

Iperinflazione più vicina

Fonte: Corriere del Ticino di martedì 27 aprile Per Lorenzo Infantino e Pierre Leconte la creazione mo­netaria ha provocato la crisi - Gli Stati troppo indebitati non hanno altra via di uscita che l'iperinflazione

  «Le crisi economiche sono provocate dalle politiche moneta­rie espansive delle banche cen­trali». Questa frase di Ludwig von Mises potrebbe rappresentare il fondamento teorico della scuola economica austriaca, e, a ben ve­dere, potrebbe spiegare molto di quanto successo negli anni scor­si. Se ne è parlato sabato a Luga­no in una conferenza intitolata «Le crisi economiche e il futuro della moneta», organizzata da L'Associazione liberisti ticinesi, nel corso della quale l'economista italiano Lorenzo Infantino ha spiegato le basi della scuola au­striaca di economia. «Quando i tassi di interesse vengono tenuti artificialmente bassi dalla banca centrale - ha notato - si verifica una distorsione dell'allocazione delle risorse, perché gli operato­ri ecomonici vengono spinti a in­vestimenti sbagliati, e questo rap­presenta una distruzione di capi­tale. A lungo andare si verifica una esplosione degli errori, e que­sto diventa insostenibile». Come non pensare a questo punto ai quartieri residenziali americani che sono rimasti disabitati e le cui case stanno semplicemente an­dando in rovina? In questo sen­so una crisi economica non è pro­vocata, come spiegato dalla teo­ria keynesiana, da una domanda insufficiente, ma dal fatto che il capitale è stato male indirizzato da tassi artificialmente bassi.
Dal canto suo Pierre Leconte , presidente del Forum monétaire de Genève pour la paix et le dé­veloppement e collaboratore del­la Fuchs & Associés di Ginevra, ha affermato che, contrariamen­te al pensiero dominante oggi, «io credo che non sarà l'intervento statale a salvare la situazione, ma il libero mercato». Infatti, secon­do Pierre Leconte, l'attuale siste­ma monetario è una fonte di in­stabilità permanente. «Fino al 1914 - ha spiegato - la moneta era legata ad un metallo, quindi le monete erano stabili fra loro e c'era poca inflazione. Il sistema del gold-standard permetteva una grande stabilità politica, im­pediva un indebitamento ecces­sivo degli Stati, dato che non si poteva creare moneta e debito, e non esisteva il deficit permanen­te del commercio estero. Ma gli Stati avevano interesse al control­lo della creazione monetaria, da­to che avevano bisogno di soldi per pagare la guerra, e quindi ab­bandonarono l'oro». Per risolve­re la situazione, secondo Lecon­te, oggi bisogna tagliare il legame tra moneta e Stato, perché que­st'ultimo emette sistematicamen­te sempre più moneta, facendo perdere potere d'acquisto alla po­polazione.
In questo momento le banche centrali sono in uno stato falli­mentare, dato che si sono prese a bilancio molti titoli tossici e ti­toli statali emessi in questo pe­riodo di crisi.
«Gli Stati non avranno i mezzi per ripagare i loro impegni, e l'unico mezzo che hanno per uscirne sa­rà l'iperinflazione, dato che le monete perderanno valore. Non c'è accordo per una riforma del sistema monetario internaziona­le, e molto probabilmente questa riforma verrà fatta in qualche mo­do dal mercato, che rifuggirà dal­le monete degli Stati troppo in­debitati e si indirizzerà verso le materie prime e l'oro».
Roberto Giannetti

Qui si ringrazia il Corriere del Ticino per aver seguito l'avvenimento

17/02/2010

Democrazia non è sinonimo di libertà

Disse una volta Ronald Reagan: “l’America è una città luminosa posta sopra una collina, il cui faro guida ovunque i popoli che amano la libertà”. Nel panorama delle nazioni, la Svizzera occupa di sicuro un posto di rilevo su quella collina, tanto che probabilmente oggi potrebbe anche occupare il posto degli Stati Uniti. Federalismo, sussidiarietà, sovranità dal basso, democrazia diretta. Quasi un esempio. Ciò nonostante la democrazia diretta è finita sul tavolo degli accusati a seguito dell’ormai famoso voto popolare sui minareti. Gli sconfitti, profondamente indignati, non hanno mancato di chiedere una limitazione della democrazia diretta, l’annullamento del voto, ecc. Ci sarebbero temi sui quali il popolo non dovrebbe essere chiamato ad esprimersi perché in violazione di diritti individuali. Qui non intendiamo entrare nello specifico del tema della votazione del 29 novembre (anche perché meriterebbe un dibattito a sè), ma esprimere alcune considerazioni generali. E’ assolutamente vero che la  democrazia diretta, dove la maggioranza di chi vota decide, non abbia nulla a che vedere con concetti come “giustizia” o “l’avere ragione”. Un po’ di onestà intellettuale vorrebbe che si riconoscesse che è altrettanto vero che il 99% delle votazioni popolari sottoposte in questi anni agli svizzeri non reggerebbero al test del rispetto dei diritti individuali e che quindi, se si volesse ridiscutere il sistema, questo andrebbe fatto nella sua integralità. Sorprende quindi l’indignazione dei radical-chic, dei verdi, della sinistra, in breve degli statalisti di ogni colore politico (abbondano putroppo anche nei partiti borghesi). Sorprende perché la loro coerenza è prossima allo zero. Anzi è zero. In questi mesi sui giornali abbiamo assistito al trionfo dell’ipocrisia. Pensiamo a temi come: le medicine alternative finanziate dalll’assicurazione malattia obbligatoria, la limitazione degli orario di apertura dei negozi, gli aumenti dell’IVA, ecc. Forse che non costituiscano decisioni a maggioranza che violano i diritti di altri? Vale forse la pena ricordare che la teoria liberale ha sempre messo l’accento su una sfera individuale inviolabile. In breve: il diritto di proprietà del proprio corpo e dei frutti del proprio lavoro oltre che la responsabilità di risarcire i danni alle violazioni della libertà altrui. La libertà, quella vera, non è la libertà degli statalisti. Ayn Rand diceva che “un diritto che viola un altro diritto non è un diritto”. Qualcuno sosteneva che “democrazia sono due lupi e un agnello che votano su cosa mangiare a cena”. La democrazia diretta svizzera avrà tante qualità, ma non è immune da questo “difetto di procedura”. Il rischio, se non è già il caso, è che si trasformi in quel “Dio che ha fallito” di cui parla Hans-Hermann Hoppe nel suo famoso libro. La strategia liberale della separazione dei poteri, dello Stato limitato dalla Costituzione, ha forse rallentato l’avanzata del Leviatano, ma non è riuscita a mettergli la camicia di forza. Eppure c’è un sistema ben migliore più sofisticato e meglio adattato alle esigenze del singolo, del voto a maggioranza. Si tratta del capitalismo dove ognuno di noi vota ogni giorno accettando o rifiutando di relazionarsi. E’ il libero scambio dei legittimi diritti di proprietà che costituisce il fondamento ultimo di ogni società libera e prospera. Tutto questo implica naturalmente che lo spazio della politica, della democrazia, venga ridotto il più drasticamente possibile. Implica che la cultura dominante del popolo sovrano sia profondamente liberale, implica che questo stesso popolo sia estremamente diffidente nei confronti delle proposte statalista che provengono dall’alto o dal basso, implica soprattutto che si comprenda che “lo Stato non siamo noi” e che gruppi ben organizzati lo utilizzano per trarre vantaggi personali mascherati da un inesistente interesse collettivo. Riconoscere tutto questo significa impegnarsi affinché lo Stato gigante e parassitario di oggi si riduca drasticamente, affinché il singolo torni padrone di sè stesso e riacquisti la piena libertà di scelta. E’ questo la vera lotta che devono condurre oggi i liberali, a partire da quei pochi che ancora si aggirano nell’altrimenti desolante panorama politico.

Questo testo è stato scritto per l'edizione di febbraio de "I Fogli di Enclave".

24/09/2009

Agricoltura, luoghi comuni e vittime reali

Non che sia l’unico settore a godere di un massiccio sostegno statale, ma il settore agricolo è probabilmente quello che in Svizzera gode delle sovvenzioni maggiori. Tempo fa in un duro articolo contro il sostegno al settore primario della nostra economia, l’avvocato ginevrino Charles Poncet aveva articolo un costo di 8 miliardi di franchi l’anno, ritrovandosi poi con una bella dose di letame rovesciato davanti ai suoi uffici da paesani decisamente incazzati. Eppure Poncet aveva colto nel segno. Il sostegno pubblico all’agricoltura ha effetti devastanti sui paesi in via di sviluppo.Tra aiuti diretti, dazi dogani e aiuti all’esportazione, gli africani, per parlare solo di loro, si vedono vergognosamente ridotti gli accessi ai nostri mercati. Con tutte le conseguenze economiche e umane del caso. Ma non è tutto. Il presidente del parlamento della Costa d’Avorio ha recentemente sostenuto che il protezionismo occidentale ha effetti estremamente deleteri anche da un punto di vista culturale. E’ infatti difficile promuovere la libertà di commercio e il libero mercato in Africa quando gli Stati che dovrebbero dare il buon esempio e spesso si fanno i cantori (solo a parole) del capitalismo, poi si si dimenticano di  passare dalle parole ai fatti.“Vedete, dicono le élite africane ai loro popoli, anche gli europei si affidano allo Stato, se lo fanno loro abbiamo interesse a seguire la medesima via”. E’ la via del disastro, facilitata dagli alibi intellettuali forniti dai paesi del primo mondo. In questo contesto non sorprendono, ma lasciano alquanto perplessi, le argomentazioni che la lobby agricola sparge sui vari organi di informazione. Ultimamente mi sono imbattuto su Ticinolibero in un testo di Cleto Ferrari dell’Unione contadini ticinesi: Che ci dice Ferrari: 1) che la società trae grande vantaggio dall’agricoltura svizzera, 2) che  l’apertura dei mercati porterebbe conseguenze sul giusto prezzo dei prodotti genuini locali, 3) che senza questo prezzo ci saranno problemi anche in altri settori, 4) che va promosso il locale a scapito del globale, 5) che l’argricoltura produce un bene diverso, non di mercato e 6) che ci vogliono politiche regionali. Questi argomenti sono in realtà inconsistenti. L’idea che la società sia altro che gli individui che la compongono è palesemente sbagliata. Solo gli individui hanno bisogni, agiscono e pensano.Cleto Ferrari ignora che non possiamo conoscere a priori i bisogni degli individui. Questi emergono sul mercato dal momento che il singolo agisce. L’azione umana implica sempre una scelta. Solo in un mercato libero, in cui ognuno scambia liberamente i propri legittimi diritti di prorietà possiamo sapere qualcosa dei bisogni delle persone in un determinato momento. Le politiche stataliste alterano questo ordine spontaneo introducendo un atto di forza, quello esercitato dallo Stato, e modificano, contro il volere del singolo, la destinazione delle risorse scarse di ognuno di noi. In realtà l’unico valore che l’individuo attribuisce all’agricoltura svizzera è quello che liberamente gli accorda acquistandone i prodotti. Non si capisce perché ci si preoccupa tanto dei prodotti esteri se tutti sono desiderosi di prodotti di prossimità. Che lo siano solo a parole?  In fondo, libertà di scambio significa anche libertà di rifiutare un scambio. Oggi non sappiamo qual è il valore che gli svizzeri attribuiscono alle produzioni locali per il semplice fatto che questo valore è soffocato dallo statalismo selvaggio. Quanto detto finora dovrebbe chiarire che l’unico prezzo giusto è quello di mercato. Non ve ne sono altri, e di certo non è quello stabilito a tavolino dai burocrati dello Stato. Poco convincente anche la tesi secondo la quale l’agricoltura non dovrebbe essere sottoposta al mercato, tesi ripetuta fino alla nausea come una verità assoluta, sulla cui argomentazione a favore Cleto Ferrari glissa alla grande,  per non parlare del rilancio del protezionismo cammuffato da politiche regionali. E pensare che è dimostrabile che le prime vittime del protezionismo sono i cittadini dello Stato che lo pratica e che la divisione del lavoro (si pensi alla legge sui vantaggi comparati) è fondamentale per lo sviluppo di una società libera, prospera e pacifica. Il libero mercato non è solo compatibile con l’agricoltura. E’ necesario se vogliamo dare concretezza al temine libertà.

17/06/2009

Gesù era un dilettante

Si dice che Gesù sia figlio di Dio. Non proprio uno qualunque. Pare facesse dei miracoli. Roba seria. Si dice che moltiplicasse i pani e i pesci. Ci crede con fervente devozione un sacco di gente. Poi sono arrivati i critici, quelli razionali, quelli alla San Tommaso, e qualcuno ha espresso qualche dubbio. Potrebbe anche non essere vero, potrebbe anche essere una bufala. Magari era un cirlatano. Chissà poi chi avrà ragione. Una cosa in questi mesi però l’ho capita. Il Gesù che moltiplicava i pani e i pesci non regge il confronto al cospetto dei nuovi depositari della pietra filosofale: gli uomini dello Stato. I nuovi superman che prima l’hanno creata e che ora dalla crisi ci faranno uscire. Loro vanno ben al di là dei pani e dei pesci. Loro sanno persino rilanciare l’economia. Credevate fossero umani? Illusi, loro non lo sono. Loro giocano in un’altra categoria, magari in un’altra dimensione. Cercano di farvi credere che beni e servizi crescano, così, in abbondanza, sugli alberi. Da soli. Loro sono i depositari della pietra filosofale. Loro creano materia dal nulla e alcuni di voi, poveri illusi, continuano a credere che ci voglia fatica, rischio, anticipazione. E qualche volta non basta nemmeno. E’ lo spettro del fallimento. Ogni tanto vi ricordate dei consigli dei vostri nonni, quelli della nostra tradizione contadina, quella che “mai fare il passo più lungo della gamba”, quelli del “mettere fieno in cascina” che non si sa mai cosa ci riserva il futuro. Lo chiamate buon senso, comportamento sensato di persona previdente che sa pianificare sul medio-lungo periodo la sua vita. Che sa che il futuro è incerto. E che sceglie liberamente ponderando tra la gallina oggi o l’uovo domani. Bene, vi sbagliate. Loro, gli uomini dello Stato, stampano moneta dal nulla e si lanciano in keynesiani piani di stimolo del consumo, dopo aver manipolato l’ininmaginabile. Loro se ne infischiano delle vostre preferenze temporali. Negano le fondamenta della civiltà occidentale, ma loro possono, loro sono al di là della natura umana, quella natura umana confrontata ogni giorno con la scarsità, in primis del tempo. Tutti in riga quindi a consumaree ora, adesso, subito. Quel tal prodotto non vi serve, pigliatevi l’incentivo e consumate. (Che, detto per inciso, quando a dirlo sono quelli che pestano un giorno sì e l’altro pure contro il consumismo, fa anche ridere). Ci hanno regalato una crisi del capitalismo (la più grossa balla del millennio) a colpi di credito e debiti, e ci propongono droga per curare il drogato. Risparmiare? Tranquilli è superato, se serve carta moneta ci pensano loro. Rotativa. Delle due l’una: o sono ignoranti o in malafede. O forse si credono semplicemente onnipotenti, si credono Dio. Benedetto XVI  non è mai arrivato a tanto e sì che lui, con Dio, ha una relazione speciale. Per non parlare poi di Gesù, che moltiplicava i pani e i pesci e se proprio esagerava trasformava l’acqua in vino. Bazzeccole. In confronto agli uomini dello Stato era un dilettante. Di quinta categoria.

03/06/2009

Lettera aperta a Manuele Bertoli, presidente del Partito socialista

Gentile signor Bertoli,

la lettera del deputato socialista Bill Arigoni a sostegno dell’azione violenta condotta venerdì scorso dai fascisti rossi a Lugano contro l’Hotel Pestalozzi e la libertà di espressione ci ha lasciati veramente estereffati. Mai ci saremmo aspettati di leggere sui quotidiani e siti internet del cantone un testo di esplicito elogio alla violenza. Il testo è stato stigmatizzato da più parti. Per tutti valga quando scritto dal sito Ticinolibero, che parla di “allucinante presa di posizione” e dal Corriere del Ticino, che nella sua edizione di mercoledì  definisce lo scritto di Arigoni  “l’espressione di un’intolleranza cieca e totalitaria - fondata sulla non conoscenza dei fatti”  e rileva come la posizione del vostro deputato rappresenti “la negazione dei principi che stanno alla base della nostra società.”  Di fronte a queste condanne, che sottoscriviamo, ci consenta di porgerle una semplice domanda. Il Parito socialista condivide quanto scritto da Arigoni o se ne distanzia con decisione? La ringraziamo sin d’ora qualora ci volesse dare una breve risposta.

Cordiali saluti

Gabriele Lafranchi
Presidente ALT

02/06/2009

Gravissimo attacco alla libertà di espressione, messo a tacere José Piñera

La vergognosa campagna denigratoria condotta dal Partito comunista, dalla gioventù comunista, dal SISA, e da altri gruppi della galassia comunista si è conclusa venerdì 29 maggio con l’annullamento della conferenza di José Piñera e Ignazio Cassis consacrata alle pensioni.
Uno o più fascisti rossi hanno reso inagibile la sala che avrebbe dovuto ospitare l’avvenimento. La civile Svizzera è ora un paese un po’ meno civile. La libertà di parola, un valore fondamentale di qualsiasi paese libero, è stata calpestata. Ci aspettavamo una condanna unanime della classe politica. Siamo rimasti delusi. Un esponente ben noto addirittura del Partito socialista non hanno trovato di meglio che prendere carta e penna per portare il proprio sostegno agli squadristi rossi. Un vero schifo. Noi esprimiamo qui la nostra profonda indignazione per i distinguo, le puntualizzazioni e l’aperto sostegno che alcuni hanno riservato ai fascisti rossi. Teniamo invece a ringraziare tutti coloro che con telefonate, SMS o e-mail ci hanno espresso il loro sostegno. Grazie.
José Piñera, apprezzato e stimato promotore di un progetto di riforma della pensioni, è stato vittima di una campagna mediatica indecente. L’abisso che separa l’uomo Piñera, il suo progetto, il suo comportamento e la sua azione concreta dal ritratto che ne è stato fatto da alcuni organi di informazioni lascia esterefatti. Che il progetto Piñera possa disturbare tutti quei collettivisti e comunisti che adorano governare la vita di altri essere umani lo possiamo ben comprendere. Questo però non può che accrescere in noi la volontà di continuare a promuovere i valori e le idee della libertà. Abbiamo assaporato il gusto del totalitarismo, nel 2009, in Svizzera. Ed è un gusto che non ci è proprio piaciuto.
Link sul tema:
L'ottima presa di posizione del Partito dei Liberisti Ticinesi ad opera di Rivo Cortonesi 
La mia intervista a Ticinolibero
E per la serie, documenti di cui vergognarsi, il testo pubblicato da Bill Arigoni, socialista e deputato, a sostegno dell'azione dei fascisti rossi.
Favoloso invece il testo del signor Maurizio Balestra sul GdP. Complimenti davvero. E complimenti al GdP per averlo pubblicato.
Grazie pure al sito del Mattino della Domenica della Lega dei Ticinesi (Mattinonline) che ha fatto da subito una scelta di campo, quella della difesa della libertà d'espressione e quindi dei valori fondamentali dell'ordinamento giuridico svizzero.

 

18/04/2009

Splendida intervista a Friedrich von Hayek

Da ascoltare e riascoltare qui.

03/04/2009

Il valore locativo, un'assurdità

Non diciamo certo una novità affermando che la fantasia degli uomini dello Stato è senza limiti, soprattutto quando si tratta di trovare nuove fonti di entrata. Tra le molteplici prevaricazioni a cui sono sottoposti gli abitanti di quel bellissimo paese che è la Svizzera,  l’applicazione del valore locativo sulla casa rientra a pieno titolo tra quelle più assurde. E’ l’arbitrio fatto legge. L’imposizione di un  valore locativo, sulla base di un affitto virtuale,  dimostra come in Svizzera il concetto di valore soggettivo non si sia ancora fatto largo nella classe politica e nelle varie amministrazioni. Il valore di un oggetto emerge unicamente in un mercato libero a seguito di una scelta personale. E’ lo scambio, tra persone con scale di valori diverse, a far emergere un prezzo di mercato. Nessun funzionario è in grado di stabilire un valore, se non in modo totalmente arbitrario. Già questo dovrebbe bastare per procedere, quanto prima, all’abolizione di questa ennesima tassa, quantomeno per onestà intellettuale.
Detto questo vale la pena rilevare altri aspetti problematici di questa creazione burocratica. Primo tra questi, quello di mantenere artificialmente una popolazione di indebitati. I progetti a lungo termine del singolo o delle famiglie vengono alterati da questi assurdi disincentivi. E’ forse il caso di chiedersi a chi giova tutto questo. Giova allo Stato, che si inventa un’ulteriore fonte di reddito, ai funzionari incaricati di fissare il valore locativo che si assicurano il lavoro, e in fondo giova,  eccome se giova, alle banche. Di fatto, i proprietari hanno interesse a non ammortizzare eccessivamente il debito contratto sul loro bene immobiliare. Ci ritroviamo così con un 35% di proprietari che versa anno dopo anno interessi su interessi agli istituti di credito sulla base del denaro prestato. (Si fa per dire, denaro prestato, come dimostra bene la problematica della riserva frazionaria, che consente alle banche di  incassare frutti di lavoro reale in cambio, in gran parte, di una scrittura contabile su un ordinatore). In questa alleanza oggettiva tra uomini dello Stato e finanza non possono mancare quelli che Lenin definisce gli “utili idioti”. Stiamo parlando in particolare dei sindacati e del Partito socialista, che non possono esimersi dal giocare uno contro l’altro gli individui, i cattivi proprietari contro i gentili locatari. E così, regolarmente, la sinistra puntella una norma ideologica che tende a discriminare i proprietari in nome della “giustizia” e dell’ “equità di trattamento”. Scrive in proposito Pierre Bessard, delegato generale dell’Institut Constat di Losanna, in un paper dedicato al tema: “questa argomentazione sottintende, in modo totalmente inversosimile, che il proprietario di un bene immobiliare non debba far fronte a nessuna spesa, mentre il locatario deve pagare l’affitto. In realtà questa disuguaglianza è solo apparente. Se prendiamo in considerazione il fattore tempo ci rendiamo conto che il proprietario ha effettuato la scelta di consacrare un risparmio o un capitale all’abitazione, invece di destinarlo ad altri usi”. Chi sceglie l’affitto fa una scelta diversa, altrettanto legittima; quella, scrive ancora Bessard “di beneficiare di maggiore mobilità a costi di transizione più bassi”. Come i funzionari statali possano agire equamente in questo groviglio di opzioni individuali non è dato sapere.  Che il legislatore manchi di coerenza anche nelle sue pratiche repressive lo dimostra il fatto che nessuno, almeno finora, ha deciso, e qui riprendiamo alcuni esempi avanzati da Bessard, di tassare i genitori per il tempo che consacrano all’educazione dei figli senza ricorrere a strutture pubbliche o private, così come nessuno pensa di  tassare lo studente che si prepara  il pranzo per evitare il ricorso al ristorante, solitamente più costoso. Eppure si tassa il proprietario sulla base del reddito che incamererebbe se si affittasse l’appartamento in suo possesso. Se è vero che non mancano regolari proposte di riforma, è altrettanto vero che l’unica proposta seria è quella che prevede la semplice abolizione di una norma che non potrebbe sopravvivere ad un serio test di costituzionalità.
Questo testo è stato scritto per "I Fogli di Enclave"

16/03/2009

E' l'ora della scelta di campo

Nell’ultimo secolo lo statalismo selvaggio ha dato il peggio di sè nell’inaudito orrore nazional-socialista e comunista. Lo statalismo selvaggio, in versione moderata, ci ha regalato il trionfo della democrazia e la conseguente costante, lenta e progressiva erosione delle libertà individuali. Il peso dello Stato sulla società è cresciuto a dismisura. Il concetto-truffa, “lo Stato siamo noi,” ha retto con successo, puntellato proprio dalla retorica democratica. La distinzione tra individuo e collettività, tra libera scelta e coercizione è svanita nella retorica del “pragmatismo centrista” tanto da risultare di difficile comprensione a molti.
Siamo a un bivio, uno dei tanti della storia. E’ l’ora delle scelte decisive.Impareremo qualcosa dalla crisi economica? I miliardi versati  agli uni e pagati dagli altri, la profonda immoralità del “tu puoi fallire” e del “tu non fallirai”, lo sciaccallaggio con cui i governi si avventano sulle fatiche degli individui, le protezioni garantite ai primi a spese dei secondi, la supponenza intellettuale dei monopolisti della moneta e dei manipolatori del tasso di interesse, nonché lo spreco dei cosidetti piani di rilancio dovrebbero averci aperto gli occhi. Lo Stato non siamo noi. Gli uomini dello Stato non fanno il bene comune, fanno il bene di alcuni. Possiamo continuare a illuderci, a seguire il pifferaio magico di turno, oppure possiamo fischiare la fine della ricreazione e tentare di riprenderci la nostra libertà. E’ora di fare una scelta di campo, di scegliere tra libertà e coercizione.

06/02/2009

La finestra rotta del 2009

Ogni riferimento alla storia della finestra rotta di Frédéric Bastiat è puramente casuale: In Los Angeles, a window repairman secretly went around breaking windows by shooting them with a slingshot. Times are hard and he needed the business. The police caught him and, because he was a private individual instead of a state, now he is in trouble for his attempt to stimulate the economy. 
Fonte: Mises Institute

17/12/2008

C'era una volta la legge

"Sfortunatamente, è venuto meno il fatto che la Legge si sia limitata a svolgere il suo ruolo. È accaduto persino che essa se ne sia allontanata per percorrere strade senza senso e discutibili. Essa ha fatto di peggio: ha agito in opposizione alle sue finalità proprie; essa ha distrutto il suo proprio obiettivo; essa si è applicata ad annientare quella Giustizia che essa doveva far regnare, a cancellare, tra i Diritti, quel limite che era il suo compito di far rispettare; essa ha posto la forza collettiva al servizio di coloro che vogliono sfruttare, senza rischio e senza scrupoli, la Persona, la Libertà o la Proprietà altrui; essa ha trasformato l'Espropriazione in Diritto, al fine di proteggerlo, e la legittima difesa in crimine, in modo da punirlo." Frédéric Bastiat

 

11/12/2008

L'illusione del rilancio economico

Qui di seguito un splendido testo di quel grande liberale che è Pascal Salin, pubblicato recentemente sul sito dell' Istituto Bruno Leoni: La crisi finanziaria globale, che interessa un gran numero di Paesi in tutto il mondo, si traduce ora in un rallentamento dell’attività economica, e questo fatto inquieta non poco l’opinione pubblica. Cercando dunque di rispondere a questa preoccupazione, i governi vanno predisponendo “piani di rilancio”. Se restassero totalmente passivi certo li si rimproverebbe, dal momento che tutti i cittadini sono stati abituati a credere che i poteri pubblici abbiano il dovere fondamentale di operare per la prosperità e ne abbiano pure gli strumenti. Si pensa in linea massima che lo Stato moderno sia incaricato di assicurare una politica di stabilizzazione e di crescita, e che nessun altro – e certo non il “mercato” – abbia tale possibilità. Nonostante ciò e a dispetto dell’opinione dominante, per uscire dalla crisi bisogna affidarsi alle capacità di aggiustamento dei mercati. Ma l’azione politica è al tempo stesso facile da capire e drammatica negli effetti: al limite, per un uomo politico è totalmente indifferente che le misure di rilancio adottate siano in grado di giocare un ruolo positivo o negativo. Come potremo sapere, in futuro, se la crescita sarebbe stata più o meno decisa senza le misure di politica economica che sono state decise ora?

Poiché tutto quanto sta a cuore oggi ad un dirigente politico è “fare qualcosa”, questo è tanto più facile quando si pensa di disporre di una regola semplice, ispirata dalla teoria keynesiana: per rimettere in moto l’economia bisogna insomma accrescere la domanda globale e, per questo, è necessario aumentare le spese pubbliche, oppure rilanciare i consumi, oppure ancora creare nuova liquidità monetaria. Purtroppo tali idee sono false e totalmente inadeguate alla situazione attuale. In effetti, in ogni ambito non è possibile trovare una soluzione senza conoscerne le cause. Ora, le radici della crisi finanziaria ed economica non provengono da un’insufficienza di domanda globale. Esse si trovano invece nell’incredibile instabilità monetaria americana che si è avuta nel corso degli anni scorsi e nella politica americana a favore dell’accesso alla proprietà immobiliare da parte di debitori ben poco in grado di onorare gli impegni (i famosi “subprime”).

Durante l’intera fase caratterizzata da bassi tassi di interesse americani (dal 2000 al 2005), tutto il mondo è stato sommerso da abbondante liquidità ed è stato facile finanziare a basso prezzo ogni genere di progetti, che in realtà non erano in grado di garantire profitti. Tale disastrosa politica monetaria ha dunque condotto a profonde modifiche nelle strutture produttive. Il massiccio sovra-investimento in taluni campi – ad esempio nell’immobiliare, ma anche in altri – è divenuto evidente nel momento in cui si è tornati a condizioni monetarie più realiste. Il problema di fronte al quale siamo ora chiamati a fare i conti non è dunque globale – tale da risolversi, ad esempio, aumentando la domanda globale – ma settoriale.

La crisi in corso gioca la funzione necessaria di ristabilire gli equilibri, riconducendo verso quella struttura produttiva che sarebbe prevalsa in assenza di un’instabilità di origine monetaria. Per questo motivo, i fallimenti contribuiscono a tale ritorno ad una situazione più sana, permettendo di porre fine a sprechi di risorse dovuti a cattivi investimenti e pessime gestioni. Contrariamente a ciò che si ha la tendenza a pensare, tali fallimenti sono creatori e non distruttori: mantenere imprese in difficoltà perpetuerebbe scelte sbagliate, mentre i fallimenti permettono di trasferire risorse verso proprietari e amministratori che sapranno utilizzarle meglio. Per tale ragione, la migliore politica di rilancio consiste nel lasciare che i mercati giochino il loro ruolo negli aggiustamenti economici.

È dunque paradossale e anche tragico che si attribuisca la crisi finanziaria ed economica al libero funzionamento dei mercati, mentre essa è stata provocata da una cattiva politica monetaria, e che si ricerchino ora soluzioni grazie alla politica economica, mentre invece bisognerebbe dare fiducia ai mercati! In considerazione dell’aggressione ideologica alla quale l’opinione pubblica è sottoposta, è facile capire come mai gli uomini politici siano tentati di buttarsi nella breccia che in tal modo è stata aperta, in modo tale da presentarsi quali salvatori. Ma le vittime saranno i cittadini stessi. Un po’ ovunque nel mondo, oggi gli Stati vanno decidendo di “mobilitare” centinaia di miliardi di euro per salvare banche in fallimento, aiutare imprese in difficoltà, aumentare artificialmente il potere d’acquisto, mentre non sanno assolutamente quali dovrebbero essere gli aggiustamenti necessari alle strutture produttive, affinché esse ritrovino una situazione di equilibrio. Facendo così, però, essi non creano alcuna ricchezza e non fanno altro che trasferire le risorse create dai cittadini. Per finanziare tali spese folli, essi fanno ricorso ad imposte – diminuendo il potere d’acquisto dei cittadini – o al debito pubblico – limitando così le risorse necessarie agli investimenti. Davvero non c’è proprio modo di trovare un grande dirigente politico che sappia affermare “Non ho la pretesa di uscire dalla crisi, i mercati lo sanno meglio di me e preferiscono dunque affidarmi alla saggezza degli uomini”?

09/12/2008

Il trionfo degli illusionisti

Non c’è crisi che tenga. Da alcune settimane sono pervaso da una strana sensazione. Mi sembra di vivere nel paradiso terrestre. Saranno i miliardi che spuntano come funghi un giorno sì e l’altro pure? O saranno gli immancabili piani di rilancio messi a punti dai politici e dai governi? Se la gente non consuma, i soldi ce li mettono loro, i politici. Tutto sembra talmente normale che potremmo anche provare ad essere più furbi degli altri. Inondiamo la Svizzera di carta moneta. Un bel milione a tutti. Saremmo finalmente tutti ricchi. Non è meraviglioso il paese dei balocchi? Un grande liberale francese, Frédéric Bastiat, amava ricordare  che “c’è ciò che si vede e ciò che non si vede”. E allora guardiamoci attorno: dove sta la creazione di ricchezza se il governo mi sottrae denaro per spenderlo al posto mio? Per quale ragioni il burocrate di turno dovrebbe saper scegliere meglio di me stesso? Io, in fondo, manco lo conosco. Si dirà: non ti tassano, si indebitano. E i soldi per ripagarlo questo benedetto debito dove li prendono?  Dalle tasse no? Si e no, possono anche stampare moneta dal nulla e regalarci in cambio inflazione. Peccato che anche questa sia una forma di tassazione. Ho la sensazione che in questo modo proprio non ce ne usciamo. Sarà che gli uomini dello Stato, di loro, non hanno nulla?  Sarà. Vero è che sono particolarmente bravi a prendere agli uni per dare agli altri. Questo è innegabile, ma non chiamerei questo gioco di prestigio “creazione di ricchezza”. Se sussidiano un settore o spendono denaro in un loro progetto hanno semplicemente effettuato un trasferimento forzato, scegliendo diversamente da me. O mi sbaglio? E che dire delle vittime che lasciano sul campo: posti di lavoro non creati, posti di lavoro persi, per non parlare dei singoli che si ritrovano con bisogni insoddisfatti. Già che dire? Ma è semplice. Non dite nulla. Fate come i politici. Fate finta che non esistano e godetevi il paese del Bengodi. D’altronde quelli che ci perdono manco se ne accorgono e se anche se ne rendono conto non hanno lobby a disposizione per andare in giro a raccontarlo. Che dite? Ci stanno prendendo in giro? Io il dubbio, che è più di un dubbio, ce l’ho, anche perché da tempo mi pongo sempre la medesima domanda: come fanno gli uomini dello Stato a conoscere le mie preferenze, ovviamente soggettive, prima che le abbia rivelate agendo sul mercato?  E come fanno con le vostre?

27/11/2008

Superare il monopolio della moneta

Non posso non fare copia e incolla dello splendido testo dell'amico Paolo Pamini pubblicato oggi sul Corriere del Ticino: "Come potrebbe essere riformato il sistema finanziario mondiale al summit dei G20 del prossimo 30 aprile, che seguirà a quello storico di Washington di due settimane fa? Il parossismo attuale è evidente, dati i continui salti di tutti gli indici economici in proporzioni mai viste finora. Si pensi che la FED ha aumentato la base monetaria statunitense (in sostanza il denaro in senso stretto) in un anno del 75,5%! Nel frattempo però, negli USA il tasso di crescita della moneta in senso lato (M3, che include anche prestiti a medio termine) sta piombando dal 17% annuo di inizio 2008 all’11% annuo di ottobre, stando ad indicare la riduzione in fretta e furia della leva finanziaria per quegli istituti che ancora sopravvivono (i dati provengono da www.shadowstats.com, dato che dal 2006 la FED non pubblica più M3).
Con Bretton Woods che torna viepiù in auge, il rischio reale potrebbe presto diventare la creazione di una moneta fiduciaria mondiale, negativa perché mancherebbero i checks and balances che mettano al guinzaglio il mondo politico, smanioso di indebitarsi grazie ai soldi messi in circolo dalle banche centrali. Non a caso il liberale Friedrich von Hayek, premio Nobel dell’economia di tutt’altra opinione, sosteneva nel 1976 la denazionalizzazione del denaro grazie a valute in competizione tra loro, tra le quali si potesse liberamente scegliere. Esattamente quanto accadeva nei secoli passati, quando circolavano in tutta Europa fiorini fiorentini, ducati e zecchini veneziani, o ancora Luigi francesi o lire milanesi. Rotto il tabù della moneta monopolio di Stato (perché mai qui la concorrenza non dovrebbe funzionare?), ecco così l’idea delle monete private, che stanno già avendo un incredibile successo su internet.
Per chi non osasse ancora immaginare la privatizzazione del denaro, andrebbero comunque considerate due soluzioni in un contesto di banche centrali. Entrambe ambiscono ad impedire sul nascere l’emergenza di una bolla creditizia, che è stata probabilmente la causa regolare delle crisi finanziarie del ’900. La prima possibilità è la reintroduzione del gold standard puro, ovvero della copertura aurea della moneta creata dalla banca centrale. Il modesto aumento annuo della quantità fisica di oro impedirebbe credibilmente l’inflazione del denaro a disposizione.
Chi ama la storia e i numeri pensi che nel 1865 un franco era definito nell’unione monetaria latina (Svizzera, Francia, Italia, Belgio ecc.) come 0,3 g di oro, che oggi quotano circa 9,40 fr. Come dire che oggi il franco ha un potere d’acquisto pari all’11% di 143 anni fa, o che l’inflazione (una forma di tassazione) si è mangiata l’89% delle nostre risorse monetarie. Storicamente, il gold standard fu sempre sospeso in tempo di guerra ed è palese l’avversione nei suoi confronti di tutto il mondo politico.
La seconda proposta che andrebbe seriamente considerata si chiama narrow banking e sostiene la separazione tra moneta e credito. Oggi su un conto corrente non abbiamo moneta, bensì credito alla banca (se tutti andassimo a svuotare i conti la banca infatti fallirebbe). In un sistema di narrow banking disporremmo a fianco del conto corrente di un conto d’investimento. Il primo non frutterebbe interesse (anzi costerebbe commissioni), ma avrebbe sempre la moneta disponibile. Il saldo del secondo sarebbe invece a disposizione della banca per essere prestato a terzi nell’usuale intermediazione finanziaria bancaria. Spostare soldi sul conto d’investimento equivarrebbe all’acquisto di fondi, obbligazioni o azioni: alla chiara cessione di moneta sotto forma di credito. Il narrow banking stabilizza la massa monetaria ed evita fallimenti bancari. Non servirebbe più neppure la garanzia statale dei depositi privati, perché i soldi del conto corrente sarebbero sempre disponibili.
In tempi di grande incertezza insomma, le ipotesi più remote potrebbero improvvisamente diventare verosimili, o perlomeno aiutarci a capire le mancanze del sistema attuale."

19/11/2008

La crisi finanziaria tra Stato e libero mercato

Non è sembrato vero al politico ave re potuto finalmente prendere il sopravvento sull’uomo della fi nanza. I segni di questa soddisfazione si sono manifestati parallelamente alle misure adottate dalle banche nazionali e dai governi a sostegno del settore fi nanziario e del credito e si sono tradot ti non solo in esternazioni e accuse ri volte al settore finanziario ma in richie ste esplicite che vanno dall’introduzio ne, rispettivamente, rafforzamento di normative regolanti l’attività finanzia ria, alla riduzione se non annullamen to della libertà di commercio in favore di una maggiore presenza dell’ente pub blico anche in questo settore. I segnali più recenti vanno dalle espressioni en tusiaste degli addetti di Obama (che di chiarano di finalmente avere «l’occasio­ne di fare grandi cose», il che ci ricorda un po’ quanto abbiamo letto alcuni an ni fa in quel documento programmati co del governo ticinese che diceva che ai nostri governanti «non mancano le idee ma mancano i soldi») alle richieste di introdurre per decreto statale un tetto alle retribuzioni nelle imprese finanzia rie (il che equivarrebbe ad azzerare i principi del libero mercato basati sul l’autonomia e la concorrenza) alle «con statazioni » che oramai il libero merca to (chiamato erroneamente «liberismo», erroneamente in quanto il nostro siste ma economico può essere definito in tan ti modi fuorché «liberista») è morto a causa degli «errori» commessi, il che si gnificherebbe che il sistema socialista dei mezzi di produzione rimarrebbe l’unica soluzione possibile e inevitabile. Possia mo capire che tanti commentatori, an che nostrani, che non sono riusciti a li berarsi dallo schematismo marxista ac cumulato negli anni ruggenti del 68, fac ciano fatica a fare a meno di certi faci li teoremi ma ciò non giustifica che si possa procedere tranquillamente a di storcere la realtà dei fatti. Intanto il li berismo (nella sua accezione letterale di«assenza di vin coli statali») non c’entra proprio niente: gli ultimi decenni sono stati contrasse gnati in tutti gli Stati dell’ Occi dente da un au mento della quota di parteci pazione statale nell’economia e da continui interventi e regolamentazioni nel settore finanzia rio. Limitiamoci a citare l’aumento non solo delle leggi emanate in questo setto re ma anche soprattutto delle normati ve emanate dalle autorità preposte al controllo del settore finanziario e del set tore bancario (limitiamoci a ricordare le regole portate da Basilea II che han no condizionato la formazione dei bi lanci delle più grandi banche negli ulti mi anni), la politica delle banche cen trali, segnatamente quella americana, di tenere bassi i tassi di interesse e favo rire così l’aumento della massa dei cre diti, gli incentivi per l’accesso all’abita zione primaria emanati dalla presiden za Clinton, non certo questi un simbolo del liberismo, e causa prima della crisi dei «subprime»: gli incentivi statali ame ricani per l’accesso all’alloggio ha por tato a rendere a tutti accessibile il credi to immobiliare a livelli pari se non su periori al valore dell’oggetto e, con la sua cartolarizzazione, alla messa in circola zione di quei prodotti definiti «tossici» che hanno finito per intossicare tutto il settore finanziario. È vero che questa evo luzione è stata preceduta dalla creazio ne di innumerevoli prodotti di ingegne ria finanziaria sulla scia di una cresci ta esponenziale del settore finanziario le cui cause devono essere fatte risalire al l’abbandono della parità aurea intro dotta dagli accordi di Bretton Woods e, per quanto riguarda l’ Europa, dal fa moso «Big Ben» della piazza di Londra ed è vero quindi che senza questo svi luppo della finanza globale e senza le sue manifestazioni collaterali (tra cui dobbiamo annoverare un sistema di in centivi retributivi troppo impostato sul bonus e non sul malus) non vi sarebbe ro stati gli effetti della crisi o gli stessi non si sarebbero manifestati in questa forma. Ma tutto ciò ci deve portare a di re che accollare a un sistema economi co (che liberista però non è mai stato) o all’operatività di banche e società finan ziarie la responsabilità della crisi risen te o di ignoranza o di malafede. Tanto più che dei vantaggi portati dallo svi luppo economico dell’ultimo ventennio hanno potuto beneficiare tutti, non da ultimo lo Stato stesso che ha incassato la sua parte sotto forma di imposte (di rette, sulla sostanza, sul plusvalore e di bollo) il che ha contribuito a solidifica re ed estendere la presenza dell’ente pub blico e ciò non solo nel settore degli in vestimenti ma anche con l’aumento del le spese di gestione favorendo il mante nimento di una struttura gonfiata e per certi versi inefficiente e fine a se stessa. Quali le conclusioni di questo ragiona mento? Dapprima che è quantomeno il lusorio volere con sicumera distribuire le colpe per quello che è successo iden tificando nell’uomo della finanza il so lo colpevole. Questo ragionamento ri sente, come detto, o di ignoranza o di malafede, ed è dettato da uno spirito di rivalsa da parte di quei settori, quello politico in generale, che ora si sente più libero ad impostare una sua naturale politica interventista che meglio si atta glia ai suoi diretti interessi che non sem pre sono quelli dell’economia nella sua generalità: differentemente dalle leggi del libero mercato queste misure vengo no però imposte per legge, senza valida contropartita e, per la loro rigidità, non sempre producono a medio e lungo ter mine gli effetti sperati. In questo ambi to non va dimenticata la naturale invi dia per le alte retribuzioni salariali del settore finanziario che certamente ha pe sato, fatte le dovute eccezioni, nelle rea zioni a volte piuttosto isteriche, sia del mondo politico che della stampa. Che è giusto che quei dirigenti della finanza che hanno facilitato il gonfiamento dei bilanci delle loro aziende aumentando la loro esposizione debitoria e confidan do colpevolmente nei vantaggi di certi prodotti debbano pagare dimissionan do dalle loro cariche e restituendo alle società i benefici loro corrisposti per ope razioni per le quali non stati sufficien temente valutati i rischi. Ma altrettanto giusto sarebbe che chi, dall’altra parte, da quella cioè di tutti i settori (statali, di controllo delle istituzioni e della po litica monetaria) che sono stati colpe volmente inattivi o hanno favorito l’in sorgere dei fattori di rischio che hanno provocato la crisi attuale debbano assu mersi pure le proprie responsabilità, evi tando per lo meno di tirarsi fuori adde bitando nell’uomo della finanza l’uni co originario responsabile. Sia detto per inciso che le misure adottate sinora dai singoli Stati, essenzialmente di natura protezionistica, a favore del proprio si stema bancario, provocando così uno squilibrio nel mercato finanziario e del credito, ha dimostrato che le misure del la politica possono essere controprodu centi per la risoluzione della crisi attua le. E da ultimo diciamolo bene e chiaro: in un sistema economico del libero mer cato (che liberista non è ma che, per i pesanti condizionamenti statali, più op portunamente dovrebbe essere definito dell’«economia sociale del mercato», la «soziale Marktwirtschaft» dei tedeschi) non è questa la prima e non sarà que sta l’ultima crisi. Noi personalmente pre feriamo queste esperienze che permetto no imparando di migliorare, che non quelle di un’economia dirigista e stata lista, le cui esperienze negative, a livel lo di fattori sia umani che economici, sono state sufficientemente illustrate nel la storia recente e passata.
Testo di Stelio Presciallo pubblicato dal Corriere del Ticino di mercoledì 19 novembre

18/11/2008

Il mito del buon governo

"Non dimenticate mai che nessun governo ha ricchezza propria da spendere. I soldi devono venire dalle tasse, dall'inflazione monetaria, o dall'espansione del debito che deve essere successivamente pagato. E le scelte di spesa pubblica saranno sempre poco economiche rispetto a come la società userebbe quella ricchezza. Il che vuol dire che i soldi saranno sprecati." (...)
"Non c'è nessun governo liberale per natura, disse Ludwig von Mises. Questa è la grande lezione che chi sostiene il “governo limitato” non ha mai imparato. Se date al governo ogni lavoro da fare, presumerà di avere il diritto di controllare il proprio comportamento e quindi, inevitabilmente, di abusare il proprio potere. "
Citazioni tratte da questo articolo di Llewellyn H. Rockwell, Jr.

31/10/2008

E io lo devo ancora pagare?

Rapido appunto: sto guardando Micromacro sulla RTSI. Beh, qualcuno un giorno mi dovrà spiegare perché devo pagare un canone alla Billag per programmi di propaganda come questo. Penoso.

11/10/2008

"Laissez-faire", l'isola che non c'è

Proviamo a lavorare di fantasia e a pensare all’isola che non c’è. Proviamo a immaginare un’isola sulla quale gli uomini sono liberi di produrre, vendere e acquistare liberamente dei beni e servizi, e sulla quale sono liberi di risparmiare e di gestire altrettanto liberamente questi risparmi. Proviamo a immaginare un’isola sulla quale il bene moneta è prodotto privatamente tanto che circolano monete diverse in concorrenza tra loro. Su quest’isola i tassi di interesse sono dettati dal libero mercato sulla base delle preferenze temporali (il rapporto tra consumo e risparmio) degli individui, e il capitale disponibile è frutto del risparmio reale di ogni singolo. Proviamo a immaginare un’isola sulla quale la moneta abbia un valore intrinseco e sia quindi sempre convertibile in uno o pù beni reali, ad esempio oro. Fermiamoci un attimo e chiediamoci? Un’isola simile potrebbe  produrre il disastro finanziario cui assistiamo impotenti in questi giorni? La risposta è semplicemente no, il che non significa che sarebbe un’isola perfetta. Sarebbe popolata da uomini con i loro pregi e difetti. In questo mercato totalmente libero la banca che assumesse rischi eccessivi si vedrebbe rapidamente costretta a ritornare sui suoi passi dagli istituti concorrenti. Questi ultimi, timorosi di ritrovarsi in mano carta straccia, chiederebbero di riconvertire, ad esempio in oro, la moneta emessa dalla banca biricchina. Grazie alla concorrenza, un’eccessiva esposizione non durerebbe a lungo. Quella appena descritta è l’isola sulla quale regna sovrana l’economia del “laissez-faire”, vale a dire quell’orrore, a sentire molti politici, giornalisti e economisti, che ci avrebbe portato al caos finanziario odierno.
Peccato che sia un’assoluta mistificazione, venduta a basso costo a una popolazione disorientata.
Non si può che sorridere amaramente di fronte a coloro che se la prendono con l’economia del “laissez-faire”e chiedono il “ritorno dello Stato” per stabilizzare quella stessa economia messa sotto sopra proprio dalle assurde politiche di stabilizzazione praticate dai novelli salvatori della patria. Ma che economia libera è un’economia in cui è vietato fallire? Che economia libera è un’economia sommersa da decine di migliaia di pagine di regolamentazione, da una quantità di istituti dediti all’interventismo statale, per non parlare di una tassazione che nel solo Occidente controlla tra il 40 e il 60% dei redditi individuali? (Senza contare quella vera e propria tassa che è l’inflazione). In queste settimane l’interventismo di una classe dirigente filosoficamente socialdemocratica ha semplicemente fatto un naturale e coerente passo avanti in direzione di un maggior socialismo, per non dire di socialismo “tout court.”. Altro che “laissez-faire”, altro che libero mercato.
È vero che la globalizzazione e il progresso tecnico hanno reso le ripercussioni globali e immediate, e in questo senso è innegabile che ci sia stato un salto di qualità, ma non dimentichiamoci  che le condizioni quadro sono sostanzialmente le medesime da molti, troppi anni: 1) lo Stato ha il monopolio sulla moneta, 2) lo Stato ha abbandonato la convertibilità di questa moneta con un bene scarso (come l’oro), 3) lo Stato manipola i tassi di interesse, 4) lo Stato droga il mercato con continue iniezioni di credito, 5) lo Stato crea inflazione a vantaggio di chi gli sta vicino (e riceve la nuova moneta appena emessa) a danno chi la riceve per ultimo (lavoratori dipendenti, dipendenti pubblici, piccoli imprenditori, anziani, ecc.). E questo sarebbe il mondo liberale del libero scambio dei legittimi diritti di proprietà?  Qualcuno crede veramente che in un mondo libero i tassi di interesse subirebbero variazioni “da montagne russe” come quelle registrate negli Stati Uniti per opera della Federal Reserve? Diciamolo: solo in un sistema piramidale come quello attuale, nel quale la banca centrale funge da prestatore di ultima istanza e da cartello della droga monetaria è possibile manipolare l’economia ad un punto tale da provocarne l’implosione. Solo in un mondo retto dallo statalismo selvaggio tutte le banche posso espandere contemporaneamente il credito e fingere di scambiarsi beni reali, quando invece cedono e scambiano carta straccia, ovviamente approfittando delle amicizie e degli agganci col potere per presentare poi il conto alla collettività.. 

18/09/2008

Crisi finanziaria: quando Greenspan aveva ancora le idee chiare

"L’avversione quasi isterica nei confronti del gold standard è un atteggiamento che unisce tutti gli uomini di governo. Forse in modo più chiaro e sottile di molti difensori del laissez-faire, essi sembrano percepire che l’oro e le libertà economiche siano imprescindibili, che il gold standard sia uno strumento di laissez-faire e che ciascun termine implichi e richieda l’altro. Al fine di capire l’origine di questa avversione, è necessario, prima di tutto, capire il ruolo specifico dell’oro nel contesto di una società libera. La moneta è il comune denominatore di tutte le transazioni economiche. E’ quel bene che serve come mezzo di scambio, che viene accettato da tutti i membri di una economia di scambio nel pagamento di beni e servizi, che può essere usato come standard di valore e come riserva di valore, cioè come mezzo di accumulazione del risparmio. L’esistenza di un bene siffatto è condizione necessaria per la divisione del lavoro. Se l’uomo non avesse potuto disporre di un bene dotato di valore oggettivo, generalmente accettato come moneta, avrebbe dovuto ricorrere al baratto o sarebbe stato costretto a vivere in fattorie autosufficienti, rinunciando in tal modo agli inestimabili vantaggi della specializzazione. Se l’uomo non avesse avuto modo di conservare ricchezza nel tempo, se non avesse avuto cioè la possibilità di risparmiare, gli scambi e i piani economici di lungo termine non sarebbero stati possibili. Il mezzo di scambio accettato dagli attori economici non viene determinato arbitrariamente. Innanzitutto esso dovrebbe essere un bene durevole. In una società primitiva caratterizzata da un basso livello di ricchezza, il grano potrebbe essere un bene sufficientemente durevole per diventare un mezzo di scambio; in tale contesto tutti gli scambi avverrebbero infatti durante il raccolto o in una fase immediatamente successiva, senza lasciare al termine del processo alcun surplus da conservare. In società più ricche e più civilizzate, ovvero laddove la conservazione di valore è ritenuta importante, il mezzo di scambio deve invece essere necessariamente un bene durevole, di solito un metallo. In genere si sceglie un metallo perché dotato di caratteristiche di omogeneità e divisibilità: le unità sono tra di loro fungibili, possono inoltre essere fuse e suddivise in quantità differenti. I gioielli preziosi, per esempio, non sono né omogenei né divisibili.
Caratteristica ancora più importante è che il bene sia un bene di lusso. Il fatto che i desideri dell’uomo per gli oggetti di lusso siano illimitati ne garantisce una domanda continua e una perenne accettabilità. Il grano è un lusso nelle civiltà denutrite ma non lo è nelle società più prospere. Le sigarette non sono comunemente usate come moneta ma lo furono in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale quando vennero considerate un bene di lusso. Il termine “bene di lusso” implica scarsità e alto valore unitario. Avendo un alto valore unitario, un bene siffatto è facilmente trasportabile; un’oncia d’oro, ad esempio, equivale come valore a mezza tonnellata di ghisa. Nelle prime fasi di sviluppo di una economia basata sulla moneta possono essere utilizzati diversi mezzi di scambio. Tuttavia, il bene che tende ad essere accettato in misura maggiore rimpiazzerà gradualmente tutti gli altri. Le preferenze slitteranno infatti verso il bene più largamente accettato e ritenuto la migliore riserva di valore. Questo, in virtù delle preferenze ricevute, verrà accettato quindi con maggior favore. Lo slittamento è progressivo fino a quando quel bene emergerà come l’unico mezzo di scambio. L’utilizzo di un solo bene è estremamente vantaggioso per le stesse ragioni che rendono l’economia basata sulla moneta superiore a quella fondata sul baratto: esso favorisce gli scambi su vastissima scala. Che sia l’oro, l’argento, le conchiglie, il bestiame o il tabacco ad emergere dalla selezione, non ha nessuna importanza, esso dipende dal contesto e dallo sviluppo di un dato paese. Non a caso tutti questi beni sono stati impiegati, in periodi diversi, come mezzi di scambio.
Nel secolo in corso, le due commodity principali, l’oro e l’argento, sono state usate come mezzi di scambio internazionale, e a tal fine l’oro è diventato poi il mezzo predominante.
Avendo l’oro sia usi artistici che funzionali ed essendo relativamente scarso, presenta notevoli vantaggi rispetto a tutti gli altri mezzi di scambio. Dall’inizio della Prima Guerra Mondiale è stato l’unico standard di scambio internazionale. Se tutti i beni e i servizi dovessero essere pagati in oro, la gran parte dei pagamenti sarebbe difficile da effettuare, ciò tenderebbe a limitare nella società i vantaggi della divisione del lavoro e della specializzazione. La logica prosecuzione alla creazione di un mezzo di scambio diventa pertanto lo sviluppo di un sistema bancario e l’emissione di titoli di credito (banconote e assegni) in grado di sostituire l’oro ma convertibili nello stesso. Un libero sistema bancario basato sull’oro è in grado di creare banconote (moneta) e di estendere il credito in base alle esigenze della produzione economica. I proprietari di oro, attirati dal pagamento di interessi, lo depositano in banca e sulla base di quel deposito hanno la possibilità di utilizzare gli assegni come strumento di pagamento. Siccome è raro che tutti i depositanti si presentino a ritirare l’oro nello stesso momento, il banchiere ha bisogno di mantenere come riserva solo una parte dei depositi totali. Ciò gli consente di concedere prestiti in misura maggiore del totale dei depositi (in altre parole egli finisce col detenere, più che l’oro stesso a piena garanzia dei depositi, dei titoli di debito a valere sulle proprie riserve). Tuttavia, il banchiere non può permettersi di concedere prestiti in misura del tutto arbitraria: deve farlo valutando la propria base di riserve reali e lo stato dei propri investimenti. Quando le banche prestano denaro per finanziare attività economiche redditizie, i prestiti vengono ripagati rapidamente e le disponibilità di nuovo credito sono generalmente fluide e continue. Ma quando le imprese finanziate dal credito bancario sono meno redditizie e lente nel ripagare i debiti, i banchieri finiscono col ritrovarsi un ammontare di prestiti in essere eccessivo rispetto alle riserve in oro. Essi cominciano pertanto a ridurre l’ammontare di nuovi prestiti, generalmente facendo pagare tassi di interesse più alti.
Questo tende a ridurre i finanziamenti alle nuove imprese e a imporre indirettamente ai debitori un aumento della propria redditività come condizione necessaria per l’ottenimento di nuovo credito teso al finanziamento dell’espansione operativa. Perciò, sotto il regime del gold standard, un sistema bancario si impone come il protettore della stabilità economica e di una crescita equilibrata. Quando l’oro è accettato come mezzo di scambio dalla maggioranza delle Nazioni, il gold standard, non ostacolato, libero e internazionale serve a incoraggiare una divisione del lavoro a livello mondiale e un più vasto commercio internazionale.
Nonostante le unità di scambio (dollaro, pound, franco, etc.) differiscano da paese a paese, il fatto di definirle tutte in termini di oro rende le economie dei diversi paesi riconducibili ad un’unica economia, sempre che non ci siano restrizioni sul commercio o sui movimenti di capitale. Il credito, i tassi di interesse e i prezzi tendono a seguire andamenti simili in tutti i paesi. Per esempio, se le banche di un paese concedessero credito troppo facilmente, i tassi di interesse in quel paese tenderebbero a scendere, inducendo i depositanti a spostare il loro oro verso le banche di altri paesi che pagano interessi più alti. Questo provocherebbe immediatamente una carenza delle riserve bancarie nei paesi “dai soldi facili”, provocando un restringimento del credito e un ritorno verso tassi di interesse più alti e competitivi. Un sistema bancario completamente libero e un gold standard pienamente compatibile non sono stati ancora raggiunti. Prima della Prima Guerra Mondiale, il sistema bancario degli Stati Uniti (e della maggior parte del mondo) era basato sull’oro e anche se i governi intervenivano occasionalmente, l’attività bancaria era più libera che controllata. Periodicamente, come risultato di una espansione troppo rapida del credito, le banche cominciavano a elargire prestiti fino al limite delle loro riserve in oro, i tassi di interesse di conseguenza aumentavano rapidamente, si restringeva il credito e l’economia entrava in una recessione brusca ma di breve durata (infatti paragonata alle recessioni del 1920 e del 1932 i rallentamenti dell’attività economica antecedenti la Prima Guerra Mondiali furono piuttosto moderati). Erano le limitate riserve di oro a fermare per tempo un’espansione economica squilibrata, prima cioè che essa potesse provocare dei disastri finanziari analoghi a quelli verificatosi dopo la Prima Guerra Mondiale. I periodi di riassestamento erano pertanto brevi e le economie in grado di ristabilire velocemente le solide basi necessarie alla nuova fase espansiva. La cura alle contrazioni economiche fu mal diagnosticata così come la malattia: se la carenza di riserve bancarie causava un rallentamento economico – argomentarono gli economisti – perché non trovare il sistema di fornire alle banche le riserve sufficienti in modo da non lasciarle mai a secco? Se le banche potessero continuare a prestare denaro senza restrizioni – fu sostenuto – non ci sarebbero rallentamenti economici. E così nel 1913 fu organizzato il sistema della Federal Reserve. Consisteva in dodici banche regionali possedute da investitori privati, ma in realtà, patrocinate, controllate e sostenute dal governo. Pur non essendo di fatto legale, il credito concesso da queste banche venne in pratica garantito dal potere di tassazione del governo federale. Tecnicamente, si mantenne il gold standard; gli individui erano ancora liberi di possedere oro ed esso continuava a essere usato come riserva bancaria. Tuttavia adesso, il credito accordato dalle banche costituenti il sistema della Federal Reserve (“riserve cartacee”) poteva essere utilizzato legalmente in aggiunta all’oro per rimborsare i titolari dei depositi. Quando nel 1927 l’economia americana subì una leggera contrazione, la Federal Reserve creò maggiori riserve cartacee nella speranza di prevenire l’eventuale scarsità delle riserve bancarie. Ancora più disastroso fu, tuttavia, il tentativo della Federal Reserve di aiutare la Gran Bretagna che stava perdendo le proprie riserve auree a favore degli USA, in quanto la Banca d’Inghilterra si rifiutava di aumentare, nonostante le forze di mercato lo imponessero, i tassi di interesse (il fatto sarebbe stato politicamente sconveniente). Il ragionamento delle autorità si riassume come segue: se la Federal Reserve avesse pompato eccessive quantità di riserve cartacee nelle banche americane, i tassi di interesse americani sarebbero scesi ai livelli della Gran Bretagna; questo avrebbe fermato la perdita di oro nel sistema bancario inglese ed evitato negli UK l’imbarazzo politico di dover alzare i tassi di interesse. La “Fed” ci riuscì; fermò la perdita di oro da parte del sistema inglese ma, come conseguenza, per poco non distrusse le economie mondiali. L’eccessivo credito pompato dalla Fed si riversò sul mercato azionario dando avvio a un incredibile boom speculativo. Con un certo ritardo, i funzionari della Federal Reserve cercarono di arginare le riserve in eccesso e riuscirono a frenare il boom. Ma era troppo tardi; nel 1929 gli squilibri dovuti alla speculazione erano diventati così dirompenti che quel tentativo finì col causare una profonda recessione. L’economia americana collassò. La Gran Bretagna se la passò ancora peggio ma anzi che accettare le conseguenze dei propri errori, nel 1931 abbandonò completamente il gold standard, lacerando ciò che rimaneva della fiducia dei depositanti e provocando una serie di fallimenti bancari in tutto il mondo. Le economie mondiali piombarono nella Grande Depressione degli anni 30. Con una logica che ricorda quella della generazione precedente, gli uomini di governo attribuiscono al gold standard la causa del collasso del credito che portò alla Grande Depressione. Se il gold standard non fosse esistito, essi sostengono, l’abbandono da parte della Gran Bretagna dei pagamenti in oro nel 1931 non avrebbe causato il fallimento delle banche in tutto il mondo. L’ironia vuole che dal 1913 non esistesse più il gold standard ma quello che si potrebbe chiamare “un gold standard misto”; tuttavia ad essere colpevolizzato fu solo l’oro.
L’opposizione al gold standard in ogni forma - da parte di un numero crescente di sostenitori del Welfare State (lo Stato sociale) – fu sostenuta comunque da una concezione ancora più sottile: la realizzazione che il gold standard sia incompatibile con deficit di spesa cronici (il marchio di distinzione del Welfare State). Spogliato dal suo gergo accademico, il Welfare State non è niente altro che un meccanismo attraverso il quale i governi confiscano il bene dei membri produttivi di una società per sostenere un vasto numero di piani assistenziali. Una parte consistente della confisca è effettuata dalla tassazione. Tuttavia, come riconobbero subito gli uomini di governo del Welfare State, il mantenimento del potere politico era condizionato fortemente dal prelievo fiscale e dal rispetto di certi limiti di tassazione. Di conseguenza per finanziare le spese del Welfare State si rese necessario il ricorso a massicci deficit di spesa pubblica, ovvero, si presentò la necessità di prendere a prestito il denaro emettendo obbligazioni governative. Sotto il gold standard, l’ammontare di credito che una economia può sostenere è determinata dai beni tangibili della stessa economia, dato che ogni strumento di credito è, in fin dei conti, un diritto su qualche bene tangibile. Ma le obbligazioni governative non sono finanziate da ricchezza tangibile, rappresentano solo la promessa del governo di sborsare nel futuro parte del reddito ottenuto tramite il prelievo fiscale. L’emissione di una grande quantità di nuove obbligazioni governative, di difficile assorbimento da parte del mercato, può essere venduta al pubblico solo a tassi di interesse progressivamente crescenti. Per questa ragione il debito pubblico sotto il gold standard è severamente limitato. L’abbandono del gold standard ha reso possibile agli uomini di governo del Welfare l’utilizzo del sistema bancario come mezzo per espandere il credito in maniera illimitata. Hanno creato riserve cartacee in forma di obbligazioni di Stato le quali, attraverso una serie complessa di procedimenti, sono accettate dalle banche al posto degli asset tangibili e trattate come se fossero veri depositi, ovvero come l’equivalente di ciò che in precedenza era il deposito aureo. Il possessore di un titolo di stato o di un deposito bancario creato dalle riserve cartacee crede di avere un valido diritto su un bene reale. Ma la verità dei fatti è che adesso ci sono più diritti che beni reali. La legge della domanda e dell’offerta non può essere ingannata. Man mano che la riserva di moneta (di diritti) cresce, relativamente alla riserva di beni tangibili dell’economia, i prezzi devono necessariamente aumentare. In tal modo i risparmi dei membri della società perdono valore in termini di beni reali. Quando i conti economici tornano nuovamente in equilibrio, questa perdita di valore rappresenta il valore dei beni acquistati dal governo, per il Welfare o per altri fini, e pagati con la moneta creata tramite l’emissione di obbligazioni e finanziata dall’espansione del credito bancario. In assenza del gold standard è impossibile proteggere i risparmi dalla confisca realizzata attraverso l’inflazione. Non esiste riserva di valore sicura. Se ci fosse, il governo dovrebbe dichiarare quel possesso illegale, come è stato fatto nel caso dell’oro (nel 1933 negli USA, ndt). Se ognuno decidesse, per esempio, di convertire i propri depositi bancari in oro o in rame o in qualsiasi altro bene reale e si rifiutasse di accettare gli assegni come mezzo di pagamento, i depositi bancari perderebbero il loro potere d’acquisto e i crediti creati dai governi non avrebbero più nessun valore come diritto sui beni reali. La politica finanziaria del Welfare vuole che i possessori di ricchezza non abbiano nessun modo di proteggersi dalla confisca. Questo è il meschino segreto delle campagne degli uomini di governo del Welfare contro l’oro. I deficit di spesa sono un semplice sistema per confiscare ricchezza. L’oro ostacola questo insidioso processo. Si pone a protezione dei diritti di proprietà. Se si capisce questo, non si ha difficoltà a capire l’avversione degli uomini di governo verso il gold standard."
Fonte: (Questo articolo è apparso per la prima volta sulla newsletter “The Objectivist” pubblicata nel 1966 e ristampata in “Capitalism: The Unknown Ideal” di Ayn Rand).

 

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