24/09/2009
Agricoltura, luoghi comuni e vittime reali
Non che sia l’unico settore a godere di un massiccio sostegno statale, ma il settore agricolo è probabilmente quello che in Svizzera gode delle sovvenzioni maggiori. Tempo fa in un duro articolo contro il sostegno al settore primario della nostra economia, l’avvocato ginevrino Charles Poncet aveva articolo un costo di 8 miliardi di franchi l’anno, ritrovandosi poi con una bella dose di letame rovesciato davanti ai suoi uffici da paesani decisamente incazzati. Eppure Poncet aveva colto nel segno. Il sostegno pubblico all’agricoltura ha effetti devastanti sui paesi in via di sviluppo.Tra aiuti diretti, dazi dogani e aiuti all’esportazione, gli africani, per parlare solo di loro, si vedono vergognosamente ridotti gli accessi ai nostri mercati. Con tutte le conseguenze economiche e umane del caso. Ma non è tutto. Il presidente del parlamento della Costa d’Avorio ha recentemente sostenuto che il protezionismo occidentale ha effetti estremamente deleteri anche da un punto di vista culturale. E’ infatti difficile promuovere la libertà di commercio e il libero mercato in Africa quando gli Stati che dovrebbero dare il buon esempio e spesso si fanno i cantori (solo a parole) del capitalismo, poi si si dimenticano di passare dalle parole ai fatti.“Vedete, dicono le élite africane ai loro popoli, anche gli europei si affidano allo Stato, se lo fanno loro abbiamo interesse a seguire la medesima via”. E’ la via del disastro, facilitata dagli alibi intellettuali forniti dai paesi del primo mondo. In questo contesto non sorprendono, ma lasciano alquanto perplessi, le argomentazioni che la lobby agricola sparge sui vari organi di informazione. Ultimamente mi sono imbattuto su Ticinolibero in un testo di Cleto Ferrari dell’Unione contadini ticinesi: Che ci dice Ferrari: 1) che la società trae grande vantaggio dall’agricoltura svizzera, 2) che l’apertura dei mercati porterebbe conseguenze sul giusto prezzo dei prodotti genuini locali, 3) che senza questo prezzo ci saranno problemi anche in altri settori, 4) che va promosso il locale a scapito del globale, 5) che l’argricoltura produce un bene diverso, non di mercato e 6) che ci vogliono politiche regionali. Questi argomenti sono in realtà inconsistenti. L’idea che la società sia altro che gli individui che la compongono è palesemente sbagliata. Solo gli individui hanno bisogni, agiscono e pensano.Cleto Ferrari ignora che non possiamo conoscere a priori i bisogni degli individui. Questi emergono sul mercato dal momento che il singolo agisce. L’azione umana implica sempre una scelta. Solo in un mercato libero, in cui ognuno scambia liberamente i propri legittimi diritti di prorietà possiamo sapere qualcosa dei bisogni delle persone in un determinato momento. Le politiche stataliste alterano questo ordine spontaneo introducendo un atto di forza, quello esercitato dallo Stato, e modificano, contro il volere del singolo, la destinazione delle risorse scarse di ognuno di noi. In realtà l’unico valore che l’individuo attribuisce all’agricoltura svizzera è quello che liberamente gli accorda acquistandone i prodotti. Non si capisce perché ci si preoccupa tanto dei prodotti esteri se tutti sono desiderosi di prodotti di prossimità. Che lo siano solo a parole? In fondo, libertà di scambio significa anche libertà di rifiutare un scambio. Oggi non sappiamo qual è il valore che gli svizzeri attribuiscono alle produzioni locali per il semplice fatto che questo valore è soffocato dallo statalismo selvaggio. Quanto detto finora dovrebbe chiarire che l’unico prezzo giusto è quello di mercato. Non ve ne sono altri, e di certo non è quello stabilito a tavolino dai burocrati dello Stato. Poco convincente anche la tesi secondo la quale l’agricoltura non dovrebbe essere sottoposta al mercato, tesi ripetuta fino alla nausea come una verità assoluta, sulla cui argomentazione a favore Cleto Ferrari glissa alla grande, per non parlare del rilancio del protezionismo cammuffato da politiche regionali. E pensare che è dimostrabile che le prime vittime del protezionismo sono i cittadini dello Stato che lo pratica e che la divisione del lavoro (si pensi alla legge sui vantaggi comparati) è fondamentale per lo sviluppo di una società libera, prospera e pacifica. Il libero mercato non è solo compatibile con l’agricoltura. E’ necesario se vogliamo dare concretezza al temine libertà.
20:59 Scritto in Politica internazionale, politica svizzera | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: agricoltura, suddisi, terzo mondo, liberalizzazione
17/06/2009
Gesù era un dilettante
Si dice che Gesù sia figlio di Dio. Non proprio uno qualunque. Pare facesse dei miracoli. Roba seria. Si dice che moltiplicasse i pani e i pesci. Ci crede con fervente devozione un sacco di gente. Poi sono arrivati i critici, quelli razionali, quelli alla San Tommaso, e qualcuno ha espresso qualche dubbio. Potrebbe anche non essere vero, potrebbe anche essere una bufala. Magari era un cirlatano. Chissà poi chi avrà ragione. Una cosa in questi mesi però l’ho capita. Il Gesù che moltiplicava i pani e i pesci non regge il confronto al cospetto dei nuovi depositari della pietra filosofale: gli uomini dello Stato. I nuovi superman che prima l’hanno creata e che ora dalla crisi ci faranno uscire. Loro vanno ben al di là dei pani e dei pesci. Loro sanno persino rilanciare l’economia. Credevate fossero umani? Illusi, loro non lo sono. Loro giocano in un’altra categoria, magari in un’altra dimensione. Cercano di farvi credere che beni e servizi crescano, così, in abbondanza, sugli alberi. Da soli. Loro sono i depositari della pietra filosofale. Loro creano materia dal nulla e alcuni di voi, poveri illusi, continuano a credere che ci voglia fatica, rischio, anticipazione. E qualche volta non basta nemmeno. E’ lo spettro del fallimento. Ogni tanto vi ricordate dei consigli dei vostri nonni, quelli della nostra tradizione contadina, quella che “mai fare il passo più lungo della gamba”, quelli del “mettere fieno in cascina” che non si sa mai cosa ci riserva il futuro. Lo chiamate buon senso, comportamento sensato di persona previdente che sa pianificare sul medio-lungo periodo la sua vita. Che sa che il futuro è incerto. E che sceglie liberamente ponderando tra la gallina oggi o l’uovo domani. Bene, vi sbagliate. Loro, gli uomini dello Stato, stampano moneta dal nulla e si lanciano in keynesiani piani di stimolo del consumo, dopo aver manipolato l’ininmaginabile. Loro se ne infischiano delle vostre preferenze temporali. Negano le fondamenta della civiltà occidentale, ma loro possono, loro sono al di là della natura umana, quella natura umana confrontata ogni giorno con la scarsità, in primis del tempo. Tutti in riga quindi a consumaree ora, adesso, subito. Quel tal prodotto non vi serve, pigliatevi l’incentivo e consumate. (Che, detto per inciso, quando a dirlo sono quelli che pestano un giorno sì e l’altro pure contro il consumismo, fa anche ridere). Ci hanno regalato una crisi del capitalismo (la più grossa balla del millennio) a colpi di credito e debiti, e ci propongono droga per curare il drogato. Risparmiare? Tranquilli è superato, se serve carta moneta ci pensano loro. Rotativa. Delle due l’una: o sono ignoranti o in malafede. O forse si credono semplicemente onnipotenti, si credono Dio. Benedetto XVI non è mai arrivato a tanto e sì che lui, con Dio, ha una relazione speciale. Per non parlare poi di Gesù, che moltiplicava i pani e i pesci e se proprio esagerava trasformava l’acqua in vino. Bazzeccole. In confronto agli uomini dello Stato era un dilettante. Di quinta categoria.
22:16 Scritto in Politica internazionale, politica svizzera, Società | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | Tag: crisi finanziaria, capitalismo, moneta, keynesiani
03/06/2009
Lettera aperta a Manuele Bertoli, presidente del Partito socialista
Gentile signor Bertoli,
la lettera del deputato socialista Bill Arigoni a sostegno dell’azione violenta condotta venerdì scorso dai fascisti rossi a Lugano contro l’Hotel Pestalozzi e la libertà di espressione ci ha lasciati veramente estereffati. Mai ci saremmo aspettati di leggere sui quotidiani e siti internet del cantone un testo di esplicito elogio alla violenza. Il testo è stato stigmatizzato da più parti. Per tutti valga quando scritto dal sito Ticinolibero, che parla di “allucinante presa di posizione” e dal Corriere del Ticino, che nella sua edizione di mercoledì definisce lo scritto di Arigoni “l’espressione di un’intolleranza cieca e totalitaria - fondata sulla non conoscenza dei fatti” e rileva come la posizione del vostro deputato rappresenti “la negazione dei principi che stanno alla base della nostra società.” Di fronte a queste condanne, che sottoscriviamo, ci consenta di porgerle una semplice domanda. Il Parito socialista condivide quanto scritto da Arigoni o se ne distanzia con decisione? La ringraziamo sin d’ora qualora ci volesse dare una breve risposta.
Cordiali saluti
Gabriele Lafranchi
Presidente ALT
14:28 Scritto in Associazione Liberisti Ticinesi | Link permanente | Commenti (3) | Segnala | Tag: pinera, bertoli, comunisti, arigoni, liberisti
02/06/2009
Gravissimo attacco alla libertà di espressione, messo a tacere José Piñera
La vergognosa campagna denigratoria condotta dal Partito comunista, dalla gioventù comunista, dal SISA, e da altri gruppi della galassia comunista si è conclusa venerdì 29 maggio con l’annullamento della conferenza di José Piñera e Ignazio Cassis consacrata alle pensioni.
Uno o più fascisti rossi hanno reso inagibile la sala che avrebbe dovuto ospitare l’avvenimento. La civile Svizzera è ora un paese un po’ meno civile. La libertà di parola, un valore fondamentale di qualsiasi paese libero, è stata calpestata. Ci aspettavamo una condanna unanime della classe politica. Siamo rimasti delusi. Un esponente ben noto addirittura del Partito socialista non hanno trovato di meglio che prendere carta e penna per portare il proprio sostegno agli squadristi rossi. Un vero schifo. Noi esprimiamo qui la nostra profonda indignazione per i distinguo, le puntualizzazioni e l’aperto sostegno che alcuni hanno riservato ai fascisti rossi. Teniamo invece a ringraziare tutti coloro che con telefonate, SMS o e-mail ci hanno espresso il loro sostegno. Grazie.
José Piñera, apprezzato e stimato promotore di un progetto di riforma della pensioni, è stato vittima di una campagna mediatica indecente. L’abisso che separa l’uomo Piñera, il suo progetto, il suo comportamento e la sua azione concreta dal ritratto che ne è stato fatto da alcuni organi di informazioni lascia esterefatti. Che il progetto Piñera possa disturbare tutti quei collettivisti e comunisti che adorano governare la vita di altri essere umani lo possiamo ben comprendere. Questo però non può che accrescere in noi la volontà di continuare a promuovere i valori e le idee della libertà. Abbiamo assaporato il gusto del totalitarismo, nel 2009, in Svizzera. Ed è un gusto che non ci è proprio piaciuto.
Link sul tema:
L'ottima presa di posizione del Partito dei Liberisti Ticinesi ad opera di Rivo Cortonesi
La mia intervista a Ticinolibero
E per la serie, documenti di cui vergognarsi, il testo pubblicato da Bill Arigoni, socialista e deputato, a sostegno dell'azione dei fascisti rossi.
Favoloso invece il testo del signor Maurizio Balestra sul GdP. Complimenti davvero. E complimenti al GdP per averlo pubblicato.
Grazie pure al sito del Mattino della Domenica della Lega dei Ticinesi (Mattinonline) che ha fatto da subito una scelta di campo, quella della difesa della libertà d'espressione e quindi dei valori fondamentali dell'ordinamento giuridico svizzero.
09:26 Scritto in Associazione Liberisti Ticinesi | Link permanente | Commenti (11) | Segnala | Tag: josé piñera, liberisti ticinesi, partito comunista
18/04/2009
Splendida intervista a Friedrich von Hayek
Da ascoltare e riascoltare qui.
23:07 Scritto in Filosofia politica | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: hayek, scuola austriaca, liberalismo
03/04/2009
Il valore locativo, un'assurdità
Non diciamo certo una novità affermando che la fantasia degli uomini dello Stato è senza limiti, soprattutto quando si tratta di trovare nuove fonti di entrata. Tra le molteplici prevaricazioni a cui sono sottoposti gli abitanti di quel bellissimo paese che è la Svizzera, l’applicazione del valore locativo sulla casa rientra a pieno titolo tra quelle più assurde. E’ l’arbitrio fatto legge. L’imposizione di un valore locativo, sulla base di un affitto virtuale, dimostra come in Svizzera il concetto di valore soggettivo non si sia ancora fatto largo nella classe politica e nelle varie amministrazioni. Il valore di un oggetto emerge unicamente in un mercato libero a seguito di una scelta personale. E’ lo scambio, tra persone con scale di valori diverse, a far emergere un prezzo di mercato. Nessun funzionario è in grado di stabilire un valore, se non in modo totalmente arbitrario. Già questo dovrebbe bastare per procedere, quanto prima, all’abolizione di questa ennesima tassa, quantomeno per onestà intellettuale.
Detto questo vale la pena rilevare altri aspetti problematici di questa creazione burocratica. Primo tra questi, quello di mantenere artificialmente una popolazione di indebitati. I progetti a lungo termine del singolo o delle famiglie vengono alterati da questi assurdi disincentivi. E’ forse il caso di chiedersi a chi giova tutto questo. Giova allo Stato, che si inventa un’ulteriore fonte di reddito, ai funzionari incaricati di fissare il valore locativo che si assicurano il lavoro, e in fondo giova, eccome se giova, alle banche. Di fatto, i proprietari hanno interesse a non ammortizzare eccessivamente il debito contratto sul loro bene immobiliare. Ci ritroviamo così con un 35% di proprietari che versa anno dopo anno interessi su interessi agli istituti di credito sulla base del denaro prestato. (Si fa per dire, denaro prestato, come dimostra bene la problematica della riserva frazionaria, che consente alle banche di incassare frutti di lavoro reale in cambio, in gran parte, di una scrittura contabile su un ordinatore). In questa alleanza oggettiva tra uomini dello Stato e finanza non possono mancare quelli che Lenin definisce gli “utili idioti”. Stiamo parlando in particolare dei sindacati e del Partito socialista, che non possono esimersi dal giocare uno contro l’altro gli individui, i cattivi proprietari contro i gentili locatari. E così, regolarmente, la sinistra puntella una norma ideologica che tende a discriminare i proprietari in nome della “giustizia” e dell’ “equità di trattamento”. Scrive in proposito Pierre Bessard, delegato generale dell’Institut Constat di Losanna, in un paper dedicato al tema: “questa argomentazione sottintende, in modo totalmente inversosimile, che il proprietario di un bene immobiliare non debba far fronte a nessuna spesa, mentre il locatario deve pagare l’affitto. In realtà questa disuguaglianza è solo apparente. Se prendiamo in considerazione il fattore tempo ci rendiamo conto che il proprietario ha effettuato la scelta di consacrare un risparmio o un capitale all’abitazione, invece di destinarlo ad altri usi”. Chi sceglie l’affitto fa una scelta diversa, altrettanto legittima; quella, scrive ancora Bessard “di beneficiare di maggiore mobilità a costi di transizione più bassi”. Come i funzionari statali possano agire equamente in questo groviglio di opzioni individuali non è dato sapere. Che il legislatore manchi di coerenza anche nelle sue pratiche repressive lo dimostra il fatto che nessuno, almeno finora, ha deciso, e qui riprendiamo alcuni esempi avanzati da Bessard, di tassare i genitori per il tempo che consacrano all’educazione dei figli senza ricorrere a strutture pubbliche o private, così come nessuno pensa di tassare lo studente che si prepara il pranzo per evitare il ricorso al ristorante, solitamente più costoso. Eppure si tassa il proprietario sulla base del reddito che incamererebbe se si affittasse l’appartamento in suo possesso. Se è vero che non mancano regolari proposte di riforma, è altrettanto vero che l’unica proposta seria è quella che prevede la semplice abolizione di una norma che non potrebbe sopravvivere ad un serio test di costituzionalità.
Questo testo è stato scritto per "I Fogli di Enclave"
23:01 Scritto in politica svizzera | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: valore locativo, fiscalità, tasse, proprietà
16/03/2009
E' l'ora della scelta di campo
Nell’ultimo secolo lo statalismo selvaggio ha dato il peggio di sè nell’inaudito orrore nazional-socialista e comunista. Lo statalismo selvaggio, in versione moderata, ci ha regalato il trionfo della democrazia e la conseguente costante, lenta e progressiva erosione delle libertà individuali. Il peso dello Stato sulla società è cresciuto a dismisura. Il concetto-truffa, “lo Stato siamo noi,” ha retto con successo, puntellato proprio dalla retorica democratica. La distinzione tra individuo e collettività, tra libera scelta e coercizione è svanita nella retorica del “pragmatismo centrista” tanto da risultare di difficile comprensione a molti.
Siamo a un bivio, uno dei tanti della storia. E’ l’ora delle scelte decisive.Impareremo qualcosa dalla crisi economica? I miliardi versati agli uni e pagati dagli altri, la profonda immoralità del “tu puoi fallire” e del “tu non fallirai”, lo sciaccallaggio con cui i governi si avventano sulle fatiche degli individui, le protezioni garantite ai primi a spese dei secondi, la supponenza intellettuale dei monopolisti della moneta e dei manipolatori del tasso di interesse, nonché lo spreco dei cosidetti piani di rilancio dovrebbero averci aperto gli occhi. Lo Stato non siamo noi. Gli uomini dello Stato non fanno il bene comune, fanno il bene di alcuni. Possiamo continuare a illuderci, a seguire il pifferaio magico di turno, oppure possiamo fischiare la fine della ricreazione e tentare di riprenderci la nostra libertà. E’ora di fare una scelta di campo, di scegliere tra libertà e coercizione.
22:14 Scritto in politica svizzera | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | Tag: crisi finanziaria, statalismo, libertà
06/02/2009
La finestra rotta del 2009
Ogni riferimento alla storia della finestra rotta di Frédéric Bastiat è puramente casuale: In Los Angeles, a window repairman secretly went around breaking windows by shooting them with a slingshot. Times are hard and he needed the business. The police caught him and, because he was a private individual instead of a state, now he is in trouble for his attempt to stimulate the economy.
Fonte: Mises Institute
16:00 Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: bastiat, crisi economica, piani rilancio
17/12/2008
C'era una volta la legge
"Sfortunatamente, è venuto meno il fatto che la Legge si sia limitata a svolgere il suo ruolo. È accaduto persino che essa se ne sia allontanata per percorrere strade senza senso e discutibili. Essa ha fatto di peggio: ha agito in opposizione alle sue finalità proprie; essa ha distrutto il suo proprio obiettivo; essa si è applicata ad annientare quella Giustizia che essa doveva far regnare, a cancellare, tra i Diritti, quel limite che era il suo compito di far rispettare; essa ha posto la forza collettiva al servizio di coloro che vogliono sfruttare, senza rischio e senza scrupoli, la Persona, la Libertà o la Proprietà altrui; essa ha trasformato l'Espropriazione in Diritto, al fine di proteggerlo, e la legittima difesa in crimine, in modo da punirlo." Frédéric Bastiat
13:52 Scritto in Filosofia politica | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: bastiat, legge
11/12/2008
L'illusione del rilancio economico
Qui di seguito un splendido testo di quel grande liberale che è Pascal Salin, pubblicato recentemente sul sito dell' Istituto Bruno Leoni: La crisi finanziaria globale, che interessa un gran numero di Paesi in tutto il mondo, si traduce ora in un rallentamento dell’attività economica, e questo fatto inquieta non poco l’opinione pubblica. Cercando dunque di rispondere a questa preoccupazione, i governi vanno predisponendo “piani di rilancio”. Se restassero totalmente passivi certo li si rimproverebbe, dal momento che tutti i cittadini sono stati abituati a credere che i poteri pubblici abbiano il dovere fondamentale di operare per la prosperità e ne abbiano pure gli strumenti. Si pensa in linea massima che lo Stato moderno sia incaricato di assicurare una politica di stabilizzazione e di crescita, e che nessun altro – e certo non il “mercato” – abbia tale possibilità. Nonostante ciò e a dispetto dell’opinione dominante, per uscire dalla crisi bisogna affidarsi alle capacità di aggiustamento dei mercati. Ma l’azione politica è al tempo stesso facile da capire e drammatica negli effetti: al limite, per un uomo politico è totalmente indifferente che le misure di rilancio adottate siano in grado di giocare un ruolo positivo o negativo. Come potremo sapere, in futuro, se la crescita sarebbe stata più o meno decisa senza le misure di politica economica che sono state decise ora?
Poiché tutto quanto sta a cuore oggi ad un dirigente politico è “fare qualcosa”, questo è tanto più facile quando si pensa di disporre di una regola semplice, ispirata dalla teoria keynesiana: per rimettere in moto l’economia bisogna insomma accrescere la domanda globale e, per questo, è necessario aumentare le spese pubbliche, oppure rilanciare i consumi, oppure ancora creare nuova liquidità monetaria. Purtroppo tali idee sono false e totalmente inadeguate alla situazione attuale. In effetti, in ogni ambito non è possibile trovare una soluzione senza conoscerne le cause. Ora, le radici della crisi finanziaria ed economica non provengono da un’insufficienza di domanda globale. Esse si trovano invece nell’incredibile instabilità monetaria americana che si è avuta nel corso degli anni scorsi e nella politica americana a favore dell’accesso alla proprietà immobiliare da parte di debitori ben poco in grado di onorare gli impegni (i famosi “subprime”).
Durante l’intera fase caratterizzata da bassi tassi di interesse americani (dal 2000 al 2005), tutto il mondo è stato sommerso da abbondante liquidità ed è stato facile finanziare a basso prezzo ogni genere di progetti, che in realtà non erano in grado di garantire profitti. Tale disastrosa politica monetaria ha dunque condotto a profonde modifiche nelle strutture produttive. Il massiccio sovra-investimento in taluni campi – ad esempio nell’immobiliare, ma anche in altri – è divenuto evidente nel momento in cui si è tornati a condizioni monetarie più realiste. Il problema di fronte al quale siamo ora chiamati a fare i conti non è dunque globale – tale da risolversi, ad esempio, aumentando la domanda globale – ma settoriale.
La crisi in corso gioca la funzione necessaria di ristabilire gli equilibri, riconducendo verso quella struttura produttiva che sarebbe prevalsa in assenza di un’instabilità di origine monetaria. Per questo motivo, i fallimenti contribuiscono a tale ritorno ad una situazione più sana, permettendo di porre fine a sprechi di risorse dovuti a cattivi investimenti e pessime gestioni. Contrariamente a ciò che si ha la tendenza a pensare, tali fallimenti sono creatori e non distruttori: mantenere imprese in difficoltà perpetuerebbe scelte sbagliate, mentre i fallimenti permettono di trasferire risorse verso proprietari e amministratori che sapranno utilizzarle meglio. Per tale ragione, la migliore politica di rilancio consiste nel lasciare che i mercati giochino il loro ruolo negli aggiustamenti economici.
È dunque paradossale e anche tragico che si attribuisca la crisi finanziaria ed economica al libero funzionamento dei mercati, mentre essa è stata provocata da una cattiva politica monetaria, e che si ricerchino ora soluzioni grazie alla politica economica, mentre invece bisognerebbe dare fiducia ai mercati! In considerazione dell’aggressione ideologica alla quale l’opinione pubblica è sottoposta, è facile capire come mai gli uomini politici siano tentati di buttarsi nella breccia che in tal modo è stata aperta, in modo tale da presentarsi quali salvatori. Ma le vittime saranno i cittadini stessi. Un po’ ovunque nel mondo, oggi gli Stati vanno decidendo di “mobilitare” centinaia di miliardi di euro per salvare banche in fallimento, aiutare imprese in difficoltà, aumentare artificialmente il potere d’acquisto, mentre non sanno assolutamente quali dovrebbero essere gli aggiustamenti necessari alle strutture produttive, affinché esse ritrovino una situazione di equilibrio. Facendo così, però, essi non creano alcuna ricchezza e non fanno altro che trasferire le risorse create dai cittadini. Per finanziare tali spese folli, essi fanno ricorso ad imposte – diminuendo il potere d’acquisto dei cittadini – o al debito pubblico – limitando così le risorse necessarie agli investimenti. Davvero non c’è proprio modo di trovare un grande dirigente politico che sappia affermare “Non ho la pretesa di uscire dalla crisi, i mercati lo sanno meglio di me e preferiscono dunque affidarmi alla saggezza degli uomini”?
11:33 Scritto in Filosofia politica | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | Tag: crisi finanziaria, liberismo, subprime
09/12/2008
Il trionfo degli illusionisti
Non c’è crisi che tenga. Da alcune settimane sono pervaso da una strana sensazione. Mi sembra di vivere nel paradiso terrestre. Saranno i miliardi che spuntano come funghi un giorno sì e l’altro pure? O saranno gli immancabili piani di rilancio messi a punti dai politici e dai governi? Se la gente non consuma, i soldi ce li mettono loro, i politici. Tutto sembra talmente normale che potremmo anche provare ad essere più furbi degli altri. Inondiamo la Svizzera di carta moneta. Un bel milione a tutti. Saremmo finalmente tutti ricchi. Non è meraviglioso il paese dei balocchi? Un grande liberale francese, Frédéric Bastiat, amava ricordare che “c’è ciò che si vede e ciò che non si vede”. E allora guardiamoci attorno: dove sta la creazione di ricchezza se il governo mi sottrae denaro per spenderlo al posto mio? Per quale ragioni il burocrate di turno dovrebbe saper scegliere meglio di me stesso? Io, in fondo, manco lo conosco. Si dirà: non ti tassano, si indebitano. E i soldi per ripagarlo questo benedetto debito dove li prendono? Dalle tasse no? Si e no, possono anche stampare moneta dal nulla e regalarci in cambio inflazione. Peccato che anche questa sia una forma di tassazione. Ho la sensazione che in questo modo proprio non ce ne usciamo. Sarà che gli uomini dello Stato, di loro, non hanno nulla? Sarà. Vero è che sono particolarmente bravi a prendere agli uni per dare agli altri. Questo è innegabile, ma non chiamerei questo gioco di prestigio “creazione di ricchezza”. Se sussidiano un settore o spendono denaro in un loro progetto hanno semplicemente effettuato un trasferimento forzato, scegliendo diversamente da me. O mi sbaglio? E che dire delle vittime che lasciano sul campo: posti di lavoro non creati, posti di lavoro persi, per non parlare dei singoli che si ritrovano con bisogni insoddisfatti. Già che dire? Ma è semplice. Non dite nulla. Fate come i politici. Fate finta che non esistano e godetevi il paese del Bengodi. D’altronde quelli che ci perdono manco se ne accorgono e se anche se ne rendono conto non hanno lobby a disposizione per andare in giro a raccontarlo. Che dite? Ci stanno prendendo in giro? Io il dubbio, che è più di un dubbio, ce l’ho, anche perché da tempo mi pongo sempre la medesima domanda: come fanno gli uomini dello Stato a conoscere le mie preferenze, ovviamente soggettive, prima che le abbia rivelate agendo sul mercato? E come fanno con le vostre?
11:25 Scritto in politica svizzera | Link permanente | Commenti (3) | Segnala | Tag: crisi finanziaria, liberismo, subprime, rilancio economico
27/11/2008
Superare il monopolio della moneta
Non posso non fare copia e incolla dello splendido testo dell'amico Paolo Pamini pubblicato oggi sul Corriere del Ticino: "Come potrebbe essere riformato il sistema finanziario mondiale al summit dei G20 del prossimo 30 aprile, che seguirà a quello storico di Washington di due settimane fa? Il parossismo attuale è evidente, dati i continui salti di tutti gli indici economici in proporzioni mai viste finora. Si pensi che la FED ha aumentato la base monetaria statunitense (in sostanza il denaro in senso stretto) in un anno del 75,5%! Nel frattempo però, negli USA il tasso di crescita della moneta in senso lato (M3, che include anche prestiti a medio termine) sta piombando dal 17% annuo di inizio 2008 all’11% annuo di ottobre, stando ad indicare la riduzione in fretta e furia della leva finanziaria per quegli istituti che ancora sopravvivono (i dati provengono da www.shadowstats.com, dato che dal 2006 la FED non pubblica più M3).
Con Bretton Woods che torna viepiù in auge, il rischio reale potrebbe presto diventare la creazione di una moneta fiduciaria mondiale, negativa perché mancherebbero i checks and balances che mettano al guinzaglio il mondo politico, smanioso di indebitarsi grazie ai soldi messi in circolo dalle banche centrali. Non a caso il liberale Friedrich von Hayek, premio Nobel dell’economia di tutt’altra opinione, sosteneva nel 1976 la denazionalizzazione del denaro grazie a valute in competizione tra loro, tra le quali si potesse liberamente scegliere. Esattamente quanto accadeva nei secoli passati, quando circolavano in tutta Europa fiorini fiorentini, ducati e zecchini veneziani, o ancora Luigi francesi o lire milanesi. Rotto il tabù della moneta monopolio di Stato (perché mai qui la concorrenza non dovrebbe funzionare?), ecco così l’idea delle monete private, che stanno già avendo un incredibile successo su internet.
Per chi non osasse ancora immaginare la privatizzazione del denaro, andrebbero comunque considerate due soluzioni in un contesto di banche centrali. Entrambe ambiscono ad impedire sul nascere l’emergenza di una bolla creditizia, che è stata probabilmente la causa regolare delle crisi finanziarie del ’900. La prima possibilità è la reintroduzione del gold standard puro, ovvero della copertura aurea della moneta creata dalla banca centrale. Il modesto aumento annuo della quantità fisica di oro impedirebbe credibilmente l’inflazione del denaro a disposizione.
Chi ama la storia e i numeri pensi che nel 1865 un franco era definito nell’unione monetaria latina (Svizzera, Francia, Italia, Belgio ecc.) come 0,3 g di oro, che oggi quotano circa 9,40 fr. Come dire che oggi il franco ha un potere d’acquisto pari all’11% di 143 anni fa, o che l’inflazione (una forma di tassazione) si è mangiata l’89% delle nostre risorse monetarie. Storicamente, il gold standard fu sempre sospeso in tempo di guerra ed è palese l’avversione nei suoi confronti di tutto il mondo politico.
La seconda proposta che andrebbe seriamente considerata si chiama narrow banking e sostiene la separazione tra moneta e credito. Oggi su un conto corrente non abbiamo moneta, bensì credito alla banca (se tutti andassimo a svuotare i conti la banca infatti fallirebbe). In un sistema di narrow banking disporremmo a fianco del conto corrente di un conto d’investimento. Il primo non frutterebbe interesse (anzi costerebbe commissioni), ma avrebbe sempre la moneta disponibile. Il saldo del secondo sarebbe invece a disposizione della banca per essere prestato a terzi nell’usuale intermediazione finanziaria bancaria. Spostare soldi sul conto d’investimento equivarrebbe all’acquisto di fondi, obbligazioni o azioni: alla chiara cessione di moneta sotto forma di credito. Il narrow banking stabilizza la massa monetaria ed evita fallimenti bancari. Non servirebbe più neppure la garanzia statale dei depositi privati, perché i soldi del conto corrente sarebbero sempre disponibili.
In tempi di grande incertezza insomma, le ipotesi più remote potrebbero improvvisamente diventare verosimili, o perlomeno aiutarci a capire le mancanze del sistema attuale."
09:56 Scritto in Filosofia politica, Politica internazionale, politica svizzera, Stati Uniti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: moneta, gold standard, crisi finanziaria
19/11/2008
La crisi finanziaria tra Stato e libero mercato
Non è sembrato vero al politico ave re potuto finalmente prendere il sopravvento sull’uomo della fi nanza. I segni di questa soddisfazione si sono manifestati parallelamente alle misure adottate dalle banche nazionali e dai governi a sostegno del settore fi nanziario e del credito e si sono tradot ti non solo in esternazioni e accuse ri volte al settore finanziario ma in richie ste esplicite che vanno dall’introduzio ne, rispettivamente, rafforzamento di normative regolanti l’attività finanzia ria, alla riduzione se non annullamen to della libertà di commercio in favore di una maggiore presenza dell’ente pub blico anche in questo settore. I segnali più recenti vanno dalle espressioni en tusiaste degli addetti di Obama (che di chiarano di finalmente avere «l’occasione di fare grandi cose», il che ci ricorda un po’ quanto abbiamo letto alcuni an ni fa in quel documento programmati co del governo ticinese che diceva che ai nostri governanti «non mancano le idee ma mancano i soldi») alle richieste di introdurre per decreto statale un tetto alle retribuzioni nelle imprese finanzia rie (il che equivarrebbe ad azzerare i principi del libero mercato basati sul l’autonomia e la concorrenza) alle «con statazioni » che oramai il libero merca to (chiamato erroneamente «liberismo», erroneamente in quanto il nostro siste ma economico può essere definito in tan ti modi fuorché «liberista») è morto a causa degli «errori» commessi, il che si gnificherebbe che il sistema socialista dei mezzi di produzione rimarrebbe l’unica soluzione possibile e inevitabile. Possia mo capire che tanti commentatori, an che nostrani, che non sono riusciti a li berarsi dallo schematismo marxista ac cumulato negli anni ruggenti del 68, fac ciano fatica a fare a meno di certi faci li teoremi ma ciò non giustifica che si possa procedere tranquillamente a di storcere la realtà dei fatti. Intanto il li berismo (nella sua accezione letterale di«assenza di vin coli statali») non c’entra proprio niente: gli ultimi decenni sono stati contrasse gnati in tutti gli Stati dell’ Occi dente da un au mento della quota di parteci pazione statale nell’economia e da continui interventi e regolamentazioni nel settore finanzia rio. Limitiamoci a citare l’aumento non solo delle leggi emanate in questo setto re ma anche soprattutto delle normati ve emanate dalle autorità preposte al controllo del settore finanziario e del set tore bancario (limitiamoci a ricordare le regole portate da Basilea II che han no condizionato la formazione dei bi lanci delle più grandi banche negli ulti mi anni), la politica delle banche cen trali, segnatamente quella americana, di tenere bassi i tassi di interesse e favo rire così l’aumento della massa dei cre diti, gli incentivi per l’accesso all’abita zione primaria emanati dalla presiden za Clinton, non certo questi un simbolo del liberismo, e causa prima della crisi dei «subprime»: gli incentivi statali ame ricani per l’accesso all’alloggio ha por tato a rendere a tutti accessibile il credi to immobiliare a livelli pari se non su periori al valore dell’oggetto e, con la sua cartolarizzazione, alla messa in circola zione di quei prodotti definiti «tossici» che hanno finito per intossicare tutto il settore finanziario. È vero che questa evo luzione è stata preceduta dalla creazio ne di innumerevoli prodotti di ingegne ria finanziaria sulla scia di una cresci ta esponenziale del settore finanziario le cui cause devono essere fatte risalire al l’abbandono della parità aurea intro dotta dagli accordi di Bretton Woods e, per quanto riguarda l’ Europa, dal fa moso «Big Ben» della piazza di Londra ed è vero quindi che senza questo svi luppo della finanza globale e senza le sue manifestazioni collaterali (tra cui dobbiamo annoverare un sistema di in centivi retributivi troppo impostato sul bonus e non sul malus) non vi sarebbe ro stati gli effetti della crisi o gli stessi non si sarebbero manifestati in questa forma. Ma tutto ciò ci deve portare a di re che accollare a un sistema economi co (che liberista però non è mai stato) o all’operatività di banche e società finan ziarie la responsabilità della crisi risen te o di ignoranza o di malafede. Tanto più che dei vantaggi portati dallo svi luppo economico dell’ultimo ventennio hanno potuto beneficiare tutti, non da ultimo lo Stato stesso che ha incassato la sua parte sotto forma di imposte (di rette, sulla sostanza, sul plusvalore e di bollo) il che ha contribuito a solidifica re ed estendere la presenza dell’ente pub blico e ciò non solo nel settore degli in vestimenti ma anche con l’aumento del le spese di gestione favorendo il mante nimento di una struttura gonfiata e per certi versi inefficiente e fine a se stessa. Quali le conclusioni di questo ragiona mento? Dapprima che è quantomeno il lusorio volere con sicumera distribuire le colpe per quello che è successo iden tificando nell’uomo della finanza il so lo colpevole. Questo ragionamento ri sente, come detto, o di ignoranza o di malafede, ed è dettato da uno spirito di rivalsa da parte di quei settori, quello politico in generale, che ora si sente più libero ad impostare una sua naturale politica interventista che meglio si atta glia ai suoi diretti interessi che non sem pre sono quelli dell’economia nella sua generalità: differentemente dalle leggi del libero mercato queste misure vengo no però imposte per legge, senza valida contropartita e, per la loro rigidità, non sempre producono a medio e lungo ter mine gli effetti sperati. In questo ambi to non va dimenticata la naturale invi dia per le alte retribuzioni salariali del settore finanziario che certamente ha pe sato, fatte le dovute eccezioni, nelle rea zioni a volte piuttosto isteriche, sia del mondo politico che della stampa. Che è giusto che quei dirigenti della finanza che hanno facilitato il gonfiamento dei bilanci delle loro aziende aumentando la loro esposizione debitoria e confidan do colpevolmente nei vantaggi di certi prodotti debbano pagare dimissionan do dalle loro cariche e restituendo alle società i benefici loro corrisposti per ope razioni per le quali non stati sufficien temente valutati i rischi. Ma altrettanto giusto sarebbe che chi, dall’altra parte, da quella cioè di tutti i settori (statali, di controllo delle istituzioni e della po litica monetaria) che sono stati colpe volmente inattivi o hanno favorito l’in sorgere dei fattori di rischio che hanno provocato la crisi attuale debbano assu mersi pure le proprie responsabilità, evi tando per lo meno di tirarsi fuori adde bitando nell’uomo della finanza l’uni co originario responsabile. Sia detto per inciso che le misure adottate sinora dai singoli Stati, essenzialmente di natura protezionistica, a favore del proprio si stema bancario, provocando così uno squilibrio nel mercato finanziario e del credito, ha dimostrato che le misure del la politica possono essere controprodu centi per la risoluzione della crisi attua le. E da ultimo diciamolo bene e chiaro: in un sistema economico del libero mer cato (che liberista non è ma che, per i pesanti condizionamenti statali, più op portunamente dovrebbe essere definito dell’«economia sociale del mercato», la «soziale Marktwirtschaft» dei tedeschi) non è questa la prima e non sarà que sta l’ultima crisi. Noi personalmente pre feriamo queste esperienze che permetto no imparando di migliorare, che non quelle di un’economia dirigista e stata lista, le cui esperienze negative, a livel lo di fattori sia umani che economici, sono state sufficientemente illustrate nel la storia recente e passata.
Testo di Stelio Presciallo pubblicato dal Corriere del Ticino di mercoledì 19 novembre
09:09 Scritto in Politica internazionale, politica svizzera, Società, Stati Uniti | Link permanente | Commenti (2) | Segnala | Tag: crisi finanziaria, liberismo, subprime
18/11/2008
Il mito del buon governo
"Non dimenticate mai che nessun governo ha ricchezza propria da spendere. I soldi devono venire dalle tasse, dall'inflazione monetaria, o dall'espansione del debito che deve essere successivamente pagato. E le scelte di spesa pubblica saranno sempre poco economiche rispetto a come la società userebbe quella ricchezza. Il che vuol dire che i soldi saranno sprecati." (...)
"Non c'è nessun governo liberale per natura, disse Ludwig von Mises. Questa è la grande lezione che chi sostiene il “governo limitato” non ha mai imparato. Se date al governo ogni lavoro da fare, presumerà di avere il diritto di controllare il proprio comportamento e quindi, inevitabilmente, di abusare il proprio potere. "
Citazioni tratte da questo articolo di Llewellyn H. Rockwell, Jr.
09:00 Scritto in Filosofia politica | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: stato minimo, lberalismo, soldi pubblici, spesa pubblica
31/10/2008
E io lo devo ancora pagare?
Rapido appunto: sto guardando Micromacro sulla RTSI. Beh, qualcuno un giorno mi dovrà spiegare perché devo pagare un canone alla Billag per programmi di propaganda come questo. Penoso.
22:31 Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: micromacro, rtsi
11/10/2008
"Laissez-faire", l'isola che non c'è
Proviamo a lavorare di fantasia e a pensare all’isola che non c’è. Proviamo a immaginare un’isola sulla quale gli uomini sono liberi di produrre, vendere e acquistare liberamente dei beni e servizi, e sulla quale sono liberi di risparmiare e di gestire altrettanto liberamente questi risparmi. Proviamo a immaginare un’isola sulla quale il bene moneta è prodotto privatamente tanto che circolano monete diverse in concorrenza tra loro. Su quest’isola i tassi di interesse sono dettati dal libero mercato sulla base delle preferenze temporali (il rapporto tra consumo e risparmio) degli individui, e il capitale disponibile è frutto del risparmio reale di ogni singolo. Proviamo a immaginare un’isola sulla quale la moneta abbia un valore intrinseco e sia quindi sempre convertibile in uno o pù beni reali, ad esempio oro. Fermiamoci un attimo e chiediamoci? Un’isola simile potrebbe produrre il disastro finanziario cui assistiamo impotenti in questi giorni? La risposta è semplicemente no, il che non significa che sarebbe un’isola perfetta. Sarebbe popolata da uomini con i loro pregi e difetti. In questo mercato totalmente libero la banca che assumesse rischi eccessivi si vedrebbe rapidamente costretta a ritornare sui suoi passi dagli istituti concorrenti. Questi ultimi, timorosi di ritrovarsi in mano carta straccia, chiederebbero di riconvertire, ad esempio in oro, la moneta emessa dalla banca biricchina. Grazie alla concorrenza, un’eccessiva esposizione non durerebbe a lungo. Quella appena descritta è l’isola sulla quale regna sovrana l’economia del “laissez-faire”, vale a dire quell’orrore, a sentire molti politici, giornalisti e economisti, che ci avrebbe portato al caos finanziario odierno.
Peccato che sia un’assoluta mistificazione, venduta a basso costo a una popolazione disorientata.
Non si può che sorridere amaramente di fronte a coloro che se la prendono con l’economia del “laissez-faire”e chiedono il “ritorno dello Stato” per stabilizzare quella stessa economia messa sotto sopra proprio dalle assurde politiche di stabilizzazione praticate dai novelli salvatori della patria. Ma che economia libera è un’economia in cui è vietato fallire? Che economia libera è un’economia sommersa da decine di migliaia di pagine di regolamentazione, da una quantità di istituti dediti all’interventismo statale, per non parlare di una tassazione che nel solo Occidente controlla tra il 40 e il 60% dei redditi individuali? (Senza contare quella vera e propria tassa che è l’inflazione). In queste settimane l’interventismo di una classe dirigente filosoficamente socialdemocratica ha semplicemente fatto un naturale e coerente passo avanti in direzione di un maggior socialismo, per non dire di socialismo “tout court.”. Altro che “laissez-faire”, altro che libero mercato.
È vero che la globalizzazione e il progresso tecnico hanno reso le ripercussioni globali e immediate, e in questo senso è innegabile che ci sia stato un salto di qualità, ma non dimentichiamoci che le condizioni quadro sono sostanzialmente le medesime da molti, troppi anni: 1) lo Stato ha il monopolio sulla moneta, 2) lo Stato ha abbandonato la convertibilità di questa moneta con un bene scarso (come l’oro), 3) lo Stato manipola i tassi di interesse, 4) lo Stato droga il mercato con continue iniezioni di credito, 5) lo Stato crea inflazione a vantaggio di chi gli sta vicino (e riceve la nuova moneta appena emessa) a danno chi la riceve per ultimo (lavoratori dipendenti, dipendenti pubblici, piccoli imprenditori, anziani, ecc.). E questo sarebbe il mondo liberale del libero scambio dei legittimi diritti di proprietà? Qualcuno crede veramente che in un mondo libero i tassi di interesse subirebbero variazioni “da montagne russe” come quelle registrate negli Stati Uniti per opera della Federal Reserve? Diciamolo: solo in un sistema piramidale come quello attuale, nel quale la banca centrale funge da prestatore di ultima istanza e da cartello della droga monetaria è possibile manipolare l’economia ad un punto tale da provocarne l’implosione. Solo in un mondo retto dallo statalismo selvaggio tutte le banche posso espandere contemporaneamente il credito e fingere di scambiarsi beni reali, quando invece cedono e scambiano carta straccia, ovviamente approfittando delle amicizie e degli agganci col potere per presentare poi il conto alla collettività..
21:45 Scritto in Associazione Liberisti Ticinesi | Link permanente | Commenti (11) | Segnala | Tag: crisi finanziaria, oro, banche centrali, libero mercato, liberismo, gold standard
18/09/2008
Crisi finanziaria: quando Greenspan aveva ancora le idee chiare
"L’avversione quasi isterica nei confronti del gold standard è un atteggiamento che unisce tutti gli uomini di governo. Forse in modo più chiaro e sottile di molti difensori del laissez-faire, essi sembrano percepire che l’oro e le libertà economiche siano imprescindibili, che il gold standard sia uno strumento di laissez-faire e che ciascun termine implichi e richieda l’altro. Al fine di capire l’origine di questa avversione, è necessario, prima di tutto, capire il ruolo specifico dell’oro nel contesto di una società libera. La moneta è il comune denominatore di tutte le transazioni economiche. E’ quel bene che serve come mezzo di scambio, che viene accettato da tutti i membri di una economia di scambio nel pagamento di beni e servizi, che può essere usato come standard di valore e come riserva di valore, cioè come mezzo di accumulazione del risparmio. L’esistenza di un bene siffatto è condizione necessaria per la divisione del lavoro. Se l’uomo non avesse potuto disporre di un bene dotato di valore oggettivo, generalmente accettato come moneta, avrebbe dovuto ricorrere al baratto o sarebbe stato costretto a vivere in fattorie autosufficienti, rinunciando in tal modo agli inestimabili vantaggi della specializzazione. Se l’uomo non avesse avuto modo di conservare ricchezza nel tempo, se non avesse avuto cioè la possibilità di risparmiare, gli scambi e i piani economici di lungo termine non sarebbero stati possibili. Il mezzo di scambio accettato dagli attori economici non viene determinato arbitrariamente. Innanzitutto esso dovrebbe essere un bene durevole. In una società primitiva caratterizzata da un basso livello di ricchezza, il grano potrebbe essere un bene sufficientemente durevole per diventare un mezzo di scambio; in tale contesto tutti gli scambi avverrebbero infatti durante il raccolto o in una fase immediatamente successiva, senza lasciare al termine del processo alcun surplus da conservare. In società più ricche e più civilizzate, ovvero laddove la conservazione di valore è ritenuta importante, il mezzo di scambio deve invece essere necessariamente un bene durevole, di solito un metallo. In genere si sceglie un metallo perché dotato di caratteristiche di omogeneità e divisibilità: le unità sono tra di loro fungibili, possono inoltre essere fuse e suddivise in quantità differenti. I gioielli preziosi, per esempio, non sono né omogenei né divisibili.
Caratteristica ancora più importante è che il bene sia un bene di lusso. Il fatto che i desideri dell’uomo per gli oggetti di lusso siano illimitati ne garantisce una domanda continua e una perenne accettabilità. Il grano è un lusso nelle civiltà denutrite ma non lo è nelle società più prospere. Le sigarette non sono comunemente usate come moneta ma lo furono in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale quando vennero considerate un bene di lusso. Il termine “bene di lusso” implica scarsità e alto valore unitario. Avendo un alto valore unitario, un bene siffatto è facilmente trasportabile; un’oncia d’oro, ad esempio, equivale come valore a mezza tonnellata di ghisa. Nelle prime fasi di sviluppo di una economia basata sulla moneta possono essere utilizzati diversi mezzi di scambio. Tuttavia, il bene che tende ad essere accettato in misura maggiore rimpiazzerà gradualmente tutti gli altri. Le preferenze slitteranno infatti verso il bene più largamente accettato e ritenuto la migliore riserva di valore. Questo, in virtù delle preferenze ricevute, verrà accettato quindi con maggior favore. Lo slittamento è progressivo fino a quando quel bene emergerà come l’unico mezzo di scambio. L’utilizzo di un solo bene è estremamente vantaggioso per le stesse ragioni che rendono l’economia basata sulla moneta superiore a quella fondata sul baratto: esso favorisce gli scambi su vastissima scala. Che sia l’oro, l’argento, le conchiglie, il bestiame o il tabacco ad emergere dalla selezione, non ha nessuna importanza, esso dipende dal contesto e dallo sviluppo di un dato paese. Non a caso tutti questi beni sono stati impiegati, in periodi diversi, come mezzi di scambio.
Nel secolo in corso, le due commodity principali, l’oro e l’argento, sono state usate come mezzi di scambio internazionale, e a tal fine l’oro è diventato poi il mezzo predominante.
Avendo l’oro sia usi artistici che funzionali ed essendo relativamente scarso, presenta notevoli vantaggi rispetto a tutti gli altri mezzi di scambio. Dall’inizio della Prima Guerra Mondiale è stato l’unico standard di scambio internazionale. Se tutti i beni e i servizi dovessero essere pagati in oro, la gran parte dei pagamenti sarebbe difficile da effettuare, ciò tenderebbe a limitare nella società i vantaggi della divisione del lavoro e della specializzazione. La logica prosecuzione alla creazione di un mezzo di scambio diventa pertanto lo sviluppo di un sistema bancario e l’emissione di titoli di credito (banconote e assegni) in grado di sostituire l’oro ma convertibili nello stesso. Un libero sistema bancario basato sull’oro è in grado di creare banconote (moneta) e di estendere il credito in base alle esigenze della produzione economica. I proprietari di oro, attirati dal pagamento di interessi, lo depositano in banca e sulla base di quel deposito hanno la possibilità di utilizzare gli assegni come strumento di pagamento. Siccome è raro che tutti i depositanti si presentino a ritirare l’oro nello stesso momento, il banchiere ha bisogno di mantenere come riserva solo una parte dei depositi totali. Ciò gli consente di concedere prestiti in misura maggiore del totale dei depositi (in altre parole egli finisce col detenere, più che l’oro stesso a piena garanzia dei depositi, dei titoli di debito a valere sulle proprie riserve). Tuttavia, il banchiere non può permettersi di concedere prestiti in misura del tutto arbitraria: deve farlo valutando la propria base di riserve reali e lo stato dei propri investimenti. Quando le banche prestano denaro per finanziare attività economiche redditizie, i prestiti vengono ripagati rapidamente e le disponibilità di nuovo credito sono generalmente fluide e continue. Ma quando le imprese finanziate dal credito bancario sono meno redditizie e lente nel ripagare i debiti, i banchieri finiscono col ritrovarsi un ammontare di prestiti in essere eccessivo rispetto alle riserve in oro. Essi cominciano pertanto a ridurre l’ammontare di nuovi prestiti, generalmente facendo pagare tassi di interesse più alti.
Questo tende a ridurre i finanziamenti alle nuove imprese e a imporre indirettamente ai debitori un aumento della propria redditività come condizione necessaria per l’ottenimento di nuovo credito teso al finanziamento dell’espansione operativa. Perciò, sotto il regime del gold standard, un sistema bancario si impone come il protettore della stabilità economica e di una crescita equilibrata. Quando l’oro è accettato come mezzo di scambio dalla maggioranza delle Nazioni, il gold standard, non ostacolato, libero e internazionale serve a incoraggiare una divisione del lavoro a livello mondiale e un più vasto commercio internazionale.
Nonostante le unità di scambio (dollaro, pound, franco, etc.) differiscano da paese a paese, il fatto di definirle tutte in termini di oro rende le economie dei diversi paesi riconducibili ad un’unica economia, sempre che non ci siano restrizioni sul commercio o sui movimenti di capitale. Il credito, i tassi di interesse e i prezzi tendono a seguire andamenti simili in tutti i paesi. Per esempio, se le banche di un paese concedessero credito troppo facilmente, i tassi di interesse in quel paese tenderebbero a scendere, inducendo i depositanti a spostare il loro oro verso le banche di altri paesi che pagano interessi più alti. Questo provocherebbe immediatamente una carenza delle riserve bancarie nei paesi “dai soldi facili”, provocando un restringimento del credito e un ritorno verso tassi di interesse più alti e competitivi. Un sistema bancario completamente libero e un gold standard pienamente compatibile non sono stati ancora raggiunti. Prima della Prima Guerra Mondiale, il sistema bancario degli Stati Uniti (e della maggior parte del mondo) era basato sull’oro e anche se i governi intervenivano occasionalmente, l’attività bancaria era più libera che controllata. Periodicamente, come risultato di una espansione troppo rapida del credito, le banche cominciavano a elargire prestiti fino al limite delle loro riserve in oro, i tassi di interesse di conseguenza aumentavano rapidamente, si restringeva il credito e l’economia entrava in una recessione brusca ma di breve durata (infatti paragonata alle recessioni del 1920 e del 1932 i rallentamenti dell’attività economica antecedenti la Prima Guerra Mondiali furono piuttosto moderati). Erano le limitate riserve di oro a fermare per tempo un’espansione economica squilibrata, prima cioè che essa potesse provocare dei disastri finanziari analoghi a quelli verificatosi dopo la Prima Guerra Mondiale. I periodi di riassestamento erano pertanto brevi e le economie in grado di ristabilire velocemente le solide basi necessarie alla nuova fase espansiva. La cura alle contrazioni economiche fu mal diagnosticata così come la malattia: se la carenza di riserve bancarie causava un rallentamento economico – argomentarono gli economisti – perché non trovare il sistema di fornire alle banche le riserve sufficienti in modo da non lasciarle mai a secco? Se le banche potessero continuare a prestare denaro senza restrizioni – fu sostenuto – non ci sarebbero rallentamenti economici. E così nel 1913 fu organizzato il sistema della Federal Reserve. Consisteva in dodici banche regionali possedute da investitori privati, ma in realtà, patrocinate, controllate e sostenute dal governo. Pur non essendo di fatto legale, il credito concesso da queste banche venne in pratica garantito dal potere di tassazione del governo federale. Tecnicamente, si mantenne il gold standard; gli individui erano ancora liberi di possedere oro ed esso continuava a essere usato come riserva bancaria. Tuttavia adesso, il credito accordato dalle banche costituenti il sistema della Federal Reserve (“riserve cartacee”) poteva essere utilizzato legalmente in aggiunta all’oro per rimborsare i titolari dei depositi. Quando nel 1927 l’economia americana subì una leggera contrazione, la Federal Reserve creò maggiori riserve cartacee nella speranza di prevenire l’eventuale scarsità delle riserve bancarie. Ancora più disastroso fu, tuttavia, il tentativo della Federal Reserve di aiutare la Gran Bretagna che stava perdendo le proprie riserve auree a favore degli USA, in quanto la Banca d’Inghilterra si rifiutava di aumentare, nonostante le forze di mercato lo imponessero, i tassi di interesse (il fatto sarebbe stato politicamente sconveniente). Il ragionamento delle autorità si riassume come segue: se la Federal Reserve avesse pompato eccessive quantità di riserve cartacee nelle banche americane, i tassi di interesse americani sarebbero scesi ai livelli della Gran Bretagna; questo avrebbe fermato la perdita di oro nel sistema bancario inglese ed evitato negli UK l’imbarazzo politico di dover alzare i tassi di interesse. La “Fed” ci riuscì; fermò la perdita di oro da parte del sistema inglese ma, come conseguenza, per poco non distrusse le economie mondiali. L’eccessivo credito pompato dalla Fed si riversò sul mercato azionario dando avvio a un incredibile boom speculativo. Con un certo ritardo, i funzionari della Federal Reserve cercarono di arginare le riserve in eccesso e riuscirono a frenare il boom. Ma era troppo tardi; nel 1929 gli squilibri dovuti alla speculazione erano diventati così dirompenti che quel tentativo finì col causare una profonda recessione. L’economia americana collassò. La Gran Bretagna se la passò ancora peggio ma anzi che accettare le conseguenze dei propri errori, nel 1931 abbandonò completamente il gold standard, lacerando ciò che rimaneva della fiducia dei depositanti e provocando una serie di fallimenti bancari in tutto il mondo. Le economie mondiali piombarono nella Grande Depressione degli anni 30. Con una logica che ricorda quella della generazione precedente, gli uomini di governo attribuiscono al gold standard la causa del collasso del credito che portò alla Grande Depressione. Se il gold standard non fosse esistito, essi sostengono, l’abbandono da parte della Gran Bretagna dei pagamenti in oro nel 1931 non avrebbe causato il fallimento delle banche in tutto il mondo. L’ironia vuole che dal 1913 non esistesse più il gold standard ma quello che si potrebbe chiamare “un gold standard misto”; tuttavia ad essere colpevolizzato fu solo l’oro.
L’opposizione al gold standard in ogni forma - da parte di un numero crescente di sostenitori del Welfare State (lo Stato sociale) – fu sostenuta comunque da una concezione ancora più sottile: la realizzazione che il gold standard sia incompatibile con deficit di spesa cronici (il marchio di distinzione del Welfare State). Spogliato dal suo gergo accademico, il Welfare State non è niente altro che un meccanismo attraverso il quale i governi confiscano il bene dei membri produttivi di una società per sostenere un vasto numero di piani assistenziali. Una parte consistente della confisca è effettuata dalla tassazione. Tuttavia, come riconobbero subito gli uomini di governo del Welfare State, il mantenimento del potere politico era condizionato fortemente dal prelievo fiscale e dal rispetto di certi limiti di tassazione. Di conseguenza per finanziare le spese del Welfare State si rese necessario il ricorso a massicci deficit di spesa pubblica, ovvero, si presentò la necessità di prendere a prestito il denaro emettendo obbligazioni governative. Sotto il gold standard, l’ammontare di credito che una economia può sostenere è determinata dai beni tangibili della stessa economia, dato che ogni strumento di credito è, in fin dei conti, un diritto su qualche bene tangibile. Ma le obbligazioni governative non sono finanziate da ricchezza tangibile, rappresentano solo la promessa del governo di sborsare nel futuro parte del reddito ottenuto tramite il prelievo fiscale. L’emissione di una grande quantità di nuove obbligazioni governative, di difficile assorbimento da parte del mercato, può essere venduta al pubblico solo a tassi di interesse progressivamente crescenti. Per questa ragione il debito pubblico sotto il gold standard è severamente limitato. L’abbandono del gold standard ha reso possibile agli uomini di governo del Welfare l’utilizzo del sistema bancario come mezzo per espandere il credito in maniera illimitata. Hanno creato riserve cartacee in forma di obbligazioni di Stato le quali, attraverso una serie complessa di procedimenti, sono accettate dalle banche al posto degli asset tangibili e trattate come se fossero veri depositi, ovvero come l’equivalente di ciò che in precedenza era il deposito aureo. Il possessore di un titolo di stato o di un deposito bancario creato dalle riserve cartacee crede di avere un valido diritto su un bene reale. Ma la verità dei fatti è che adesso ci sono più diritti che beni reali. La legge della domanda e dell’offerta non può essere ingannata. Man mano che la riserva di moneta (di diritti) cresce, relativamente alla riserva di beni tangibili dell’economia, i prezzi devono necessariamente aumentare. In tal modo i risparmi dei membri della società perdono valore in termini di beni reali. Quando i conti economici tornano nuovamente in equilibrio, questa perdita di valore rappresenta il valore dei beni acquistati dal governo, per il Welfare o per altri fini, e pagati con la moneta creata tramite l’emissione di obbligazioni e finanziata dall’espansione del credito bancario. In assenza del gold standard è impossibile proteggere i risparmi dalla confisca realizzata attraverso l’inflazione. Non esiste riserva di valore sicura. Se ci fosse, il governo dovrebbe dichiarare quel possesso illegale, come è stato fatto nel caso dell’oro (nel 1933 negli USA, ndt). Se ognuno decidesse, per esempio, di convertire i propri depositi bancari in oro o in rame o in qualsiasi altro bene reale e si rifiutasse di accettare gli assegni come mezzo di pagamento, i depositi bancari perderebbero il loro potere d’acquisto e i crediti creati dai governi non avrebbero più nessun valore come diritto sui beni reali. La politica finanziaria del Welfare vuole che i possessori di ricchezza non abbiano nessun modo di proteggersi dalla confisca. Questo è il meschino segreto delle campagne degli uomini di governo del Welfare contro l’oro. I deficit di spesa sono un semplice sistema per confiscare ricchezza. L’oro ostacola questo insidioso processo. Si pone a protezione dei diritti di proprietà. Se si capisce questo, non si ha difficoltà a capire l’avversione degli uomini di governo verso il gold standard."
Fonte: (Questo articolo è apparso per la prima volta sulla newsletter “The Objectivist” pubblicata nel 1966 e ristampata in “Capitalism: The Unknown Ideal” di Ayn Rand).
21:10 Scritto in Politica internazionale | Link permanente | Commenti (2) | Segnala | Tag: Crisi finanziaria, oro, banche centrali, libero mercato, liberismo, gold standard
11/09/2008
L'arsenale che rimane vuoto
Ci sono i sondaggi, le iniziative parlamentari, la sottile pressione mediatica e poi ogni tanto ci sono i fatti, che sono assai curiosi e che spesso contrastano con il clamore politico-mediatico attrorno a un tema. L'ultimo esempio è questa news che ho appena ricevuto da un amico: "Dal 1° gennaio 2008 nel Canton Ginevra vi è la possibilità per gli oltre 7'000 appartenenti all'esercito residenti nel Cantone di depositare gratuitamente le loro armi all'arsenale. Per poter rendere sicuri gli spazi utilizzati per questo scopo sono stati utilizzati 60'000 franchi ricavati dalle imposte. Dopo un po' più di 8 mesi vi erano depositate in modo volontario circa 100 armi." Speriamo almeno che d'ora in poi non ci si venga più a raccontare che gli svizzeri vogliono le armi in arsenale. Quando sono lasciati liberi di scegliere emerge una realtà un po' diversa. Certo che 60'000 CHF per 100 fucili è quello che si chiama un ottimo investimento.
19:15 Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: Arma personale, esercito, armi a casa, diritto essere armati
01/09/2008
La socialità prima dello stato sociale
E' questo il titolo della conferenza che l'Associazione Liberisti Ticinesi organizza giovedì 4 settembre alle 20h30 al Palazzo dei Congressi di Lugano in collaborazione il Circolo liberale di cultura Carlo Battaglini. Il conferenziere è il professor Paolo Bernardini, direttore del Boston University Center for Italian and European Study, fellow del Ludwig von Mises Insitute e docente dell'Univeristà degli studi dell'Insubria di Como. Vi aspettiamo numerosi !
20:20 Scritto in Associazione Liberisti Ticinesi | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: ALT, Associazione Liberisti Ticinesi, Liberisti, Paolo Bernardini, socialità, stato sociale
30/08/2008
Canone radio TV, quella tassa griffata Billag
Faccio copia e incolla dello splendido testo dell'amico Paolo Pamini, pubblicato oggi sul Corriere del Ticino: "Come le pestilenze, sarebbe prima o poi arrivata: dal primo di settembre 2008 l’Ufficio federale della comunicazione ha deciso l’inclusione di radio e TV via internet tra i soggetti gabellati dalla Billag, un provvedimento che tocca per esempio quasi tutti i cellulari di ultima generazione. Così, anziché promuovere il dinamismo delle più moderne tecnologie di comunicazione, la burocratizzazione selvaggia di Berna getta un’altra volta sabbia negli ingranaggi del progresso.
Ma chiediamoci: tutto questo ha senso? Il prezzo semestrale del canone televisivo è di 73.35 fr, ovvero di 293 fr/anno. Se consideriamo che un televisore può durare circa 10 anni, arriviamo ad una cifra totale di 2.930 fr, la quale a seconda del modello supera largamente il costo dell’apparecchio stesso! In altre parole, la Billag ci costa più del televisore. L’anacronismo è del tutto evidente se si pensa che il canone è in realtà una gabella sulla proprietà di uno (o più) televisori, non una tassa sul consumo televisivo, né tantomeno sul consumo della televisione di Stato. Praticamente nessun bene viene oggigiorno tassato alla stessa stregua del possesso di un televisore. Se la stampa fosse finanziata secondo la stessa logica, lo Stato tasserebbe le bucalettere perché permettono di ricevere i giornali.
Siamo alle solite: il mito del service publique maschera le abituali rendite politiche. La vera domanda è se oggigiorno serva ancora una televisione di Stato. L’argomento di garantire la distribuzione del segnale è da tempo superato (si pensi a satellitare, banda larga, UMTS e HSDPA). Rimarrebbe la presunta necessità di un’informazione indipendente, oggettiva. Ma sarà poi vero? Anzi, ma sarà poi possibile? Fare informazione significa necessariamente scegliere cosa faccia notizia, il che è possibile solo attraverso una certa visione del mondo. Che è sempre quella della redazione. La pretesa di un’informazione oggettiva è una presa in giro. Tutt’al più, garante di qualità è la pluralità tra fonti d’informazione in concorrenza tra loro, come nella stampa. E se questo è vero, salta immediatamente la giustificazione della televisione di Stato.
Le alternative esisterebbero. In un mercato televisivo realmente libero, accanto ai canali a pagamento, ne coesisterebbero altri gratuiti pagati dalla pubblicità e dalla pazienza dei telespettatori. La stessa TSI, la qualità dei cui attuali servizi nessuno contesta, avrebbe peraltro maggior incentivo a sforzarsi di sfondare in Nord Italia e di ricuperare la quota di mercato di cui godeva negli anni ’50. Purtroppo dell’attuale situazione sono parzialmente responsabili anche le televisioni private, che hanno ritenuto più semplice un lobbismo per la spartizione del bottino della Billag anziché la condanna di una delle più alte gabelle su di un bene materiale: quella sul televisore."
Paolo Pamini è ricercatore associato Liberales Institut Zurigo
16:57 Scritto in politica svizzera | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | Tag: canone radio/TV, ente pubblico, billag, rtsi
17/08/2008
La vera storia della Grande Depressione
In questa fase di crisi finanziaria rieccheggia sui giornali il richiamo alla crisi della borsa del 1929 e alla Grande Depressione che accompagnato l'economia americana per oltre un decennio. Ovviamente il discorso, ripetuto fino alla noia, è che la crisi dimostra l'instabilità di un'economia libera e ovviamente non si sprecano gli elogi per il New Deal che avrebbe rimesso in moto l'America. In realtà questa lettura della storia è falsa. Lo ha spiegato molto bene Murray Rothbard nel suo "La grande depressione". Per chi non avesse voglia e neppure tempo di leggere la munumentale opera dell'economista americano segnalo lo splendido testo di Lawrence W. Reed, presidente del Mackinac Center for Public Policy, dal titolo: "Great Myths of the Great Depression". Una versione in francese è disponibile ora qui.
15:25 Scritto in Politica internazionale, Società, Stati Uniti | Link permanente | Commenti (2) | Segnala | Tag: Grande depressione, New Deal, Hoover, crisi del '29, crisi borsa
03/08/2008
Sfruttatori e sfruttati
"Eigentlich sollte es in einem Milizsystem gar keine von der Bürgerschaft entfremdete politische Klasse geben, aber es gibt sie. Sie wächst. Die Konfliktlinie wird immer sichtbarer und geht durch alle Parteien. Auf der einen Seite stehen die Sachwalter, Angestellten und Profiteure des Staates sowie eine expandierende Fettschicht behördennaher Betriebe und NGOs. Auf der anderen Seite stehen die Bürger, die Angestellten und Unternehmer, die ihr Geld in der Marktwirtschaft verdienen müssen. Die Signale sind nicht erfreulich." Roger Köppel nell'editoriale dell'ultima edizione della Weltwoche.
21:48 Scritto in politica svizzera | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: Classi sociali, privilegi statali, libertà
07/07/2008
Se questo è un nazista...
Se questo è un nazista.....: "Que signifie la liberté pour le citoyen, mais aussi pour le politicien conscient de ses responsabilités? Pour un conseiller fédéral, par exemple? Liberté signifie confiance en chaque citoyen: fais ce que tu estimes juste. Aménage ta vie comme tu l'entends. l'État ne doit pas se comporter comme un instituteur, qui dicte aux gens, comme à des gamins, ce qu'ils ont à faire et les plaisirs auxquels ils peuvent aspirer, qui contrôle leurs pensées, les traîne en justice pour leurs opinions, prélève cinquante pour cent de leurs revenus privés sous forme d'impôts, criminalise le tir sportif, interdit la fumée, limite la publicité, érige la procréation en thème politique, étatise l'éducation, impose le transfert de la route au rail, délègue les droits populaires à des autorités, soustrait la santé publique aux lois du marché, intervient sans y être invité dans des conflits étrangers, qui, en bref, restreint la liberté de ses citoyens à un point tel qu'ils se sentent prisonniers d'une camisole de force. Si conquérir la liberté n'est pas chose aisée, préserver et sauvegarder la liberté avec tout le poids des responsabilités qu'elle implique est une tâche encore bien plus ardue. La liberté est menacée, non pas tant par des puissances et des armées étrangères que par notre propre indolence et notre propension à nous jeter dans les bras d'une entité en apparence plus grande ou plus forte que nous." Dicevo, se questo è un nazista io sono fiero di esserlo. Citazione tratta è da questo discorso di Christoph Blocher.
20:35 Scritto in politica svizzera | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: Christoph Blocher, nazista, UDC, estremista di destra, nazionalista, libertà
23/06/2008
Shock Economy, la propaganda di Naomi Klein
Ho letto “Shock Economy” di Naomi Klein. E’ francamente un libro deludente, di scarso livello. E’ più interessante quale romanzo che quale testo di economia. E’ un libro che accusa gli shock economici liberal, tattica che la stessa Klein pratica nel libro per confondere le carte al suo lettore. Il tutto ovviamente per perorare la sua causa. La nostra riempie il libro di colossali sofismoi e di tutta la retorica demagogica di sinistra volta a screditare l’economia di mercato. Ora cerchiamo già di intenderci sulle parole. Pascal Salin ricorda in “Liberalismo” che un mercato esisteva anche in Unione Sovietica e che la caratterstica del liberalismo è quella di difedere un “libero mercato di diritti di proprietà” legittimamente acquisti, traferibili e rivendicabili in tribunale. Senza spiengerci sino alle teorie libertarie di società senza Stato, vale la pena ricorda che grandi liberali come Ludwig von Mises sostenevano la necessità e l’importanza di uno Stato guardiano notturno che facesse rispettare questi diritti. La teoria coerentemente liberale postula la non aggressione dei diritti di proprietà altrui. E’ una dottrina sostanzialmente pacifica che non vede di buon occhio l’attività statale perché frutto dell’azione arbitraria e dell’uso della forza (coercizione fiscale). In questo senso il liberismo (termine tra l’altro unicamente italiano, nella versione inglese si parla in generale di free-market, ed è questo che contesta la Klein) non è la conseguenza logica del diritto a cedere ciò che ci appartiene. Ora la Klein, come tutti quelli di sinistra trasforma lo Stato, la società, la gente, il popolo in un essere unico, coerente con se stesso e portatore di diritti propri. Peccato che solo gli individui, presi singolarmente abbiano dei diritti. "Shock Economy" è un libro in cui l’individuo esiste solo come vittima (con tanto di sofferenza fisica), ma mai come fonte di diritti di libertà (ad esempio di vendere a chi più lo desidera). E’ un libro in cui il concetto di proprietà, quando viene citato, viene criticato e messo in cattiva luce. Come si possa costruire una società libera senza questo concetto non è dato sapere. Per non farla troppo lunga “Shock Economy” è un libro intellettualmente disonesto. E’ il libro di una militante “No Global” che nella sua continua denuncia contro la libertà economica, e quindi contro la libertà tout-court, non si accorge, ma probabilmente finge di non accorgersene, che il suo è un colossale atto d’accusa contro lo Stato. E’ lo Stato che tortura, sono gli uomini dello Stato che svendono agli amici degli amici, sono gli uomini dello Stato che consentono / o non impediscono la violazione dei legittimi diritti dei pescatori dello Sri Lanka. E’ un libro i cui dimostra che lo Stato è talmente corruttibile da non saper nemmeno assicurare il rispetto dei diritti di proprietà dei poveri. Diversamente, contratti privati di assistenza in caso di catastrofe produrrebbero probabilemte effetti migliori. Le “vittime” potrebbero far valere in tribunale le loro ragione (e lo Stato dovrebbe far valere la forza per far rispettare accordi liberamente sottoscritti).
E’ un libro, a sentire l’autrice, contro le criminali teorie liberiste della Scuola di Chicago, responsabili di tutto quanto di peggio è successo nel mondo da 40 anni a questa parte. E’ un libro nel quale Milton Friedman finisce sul banco degli accusati quando ad agire sono istitituzioni che lo stesso Friedman criticava (per ammissione della stessa Klein). Divertente pure quando Milton Friedman,l’antiproibizionista e fautore del libero mercato anche nell'ambito delle droghe, si trova sul banco degli accusati per la guerra alla droga condotta contro i contadini boliviani. Qualsiasi cosa faccia, o meglio dica, Friedman è sempre colpevole. Che le riforme le faccia il Cile del dittatore Pinochet, che avvengano in un paese libero come la Gran Bretagna di Margaret Thatcher, nella Russia di Eltsin o nel Sudafrica di Mandela, tutto il male del mondo va messo a carico del liberismo, in grado di adattarsi a qualsiasi porcata. Anzi. E’ la porcata. Peccato che lo Stato sia molto ma molto presente in tutte le porcate che la signora denuncia. Che ci metta molto del suo. Friedman era sostanzialmente favorevole ad un’immissione regolare di moneta nel sistema da parte delle banche centrali, alla liberalizzazione delle droghe, ai bonus scolastici e a reddito negativo di cui la Klein però non parla, così come parla molto poco della riforma pensionistica di Josè Pinera in Cile, che meriterebbe invece una certa attenzione. Il fatto di saper attendere il momento propizio per far avanzare le proprie idee non è un reato e nemmeno un crimine. Lo fanno tutti. Non è una prerogativa delle politica anti-statalista. O vogliamo forse far credere che la Seconda Guerra Mondiale è stata voluta per poter attuare il Piano Marhsall, o che la Grande Depressione è stata voluta degli statalisti per spendere e spandere nell’ambito del New Deal? (così en passant: “La grande depressione” di Rothbard merita di essere letto) Per non parlare del comunismo esportato a Cuba, in Cambogia (2 milioni di morti??) nei paesi dell’est europeo e altrove. La parte più “interessante” del libro è la denuncia delle transizioni economiche da un sistema totalitario a uno più liberale. Il tema è importante, il contributo della Klein quasi nullo. Dice: si sono serviti e hanno privatizzato. Bene. Ma le domande da porsi sono: a) E’ preferibile un sistema economico di libero mercato o di gestione statale dell’economia? b) Se la prima è preferibile, come effettuare questo passaggio? Va fatto tutto e subito? A tappe? Come evitare che le persone vicine al potere si servano (vedi Russia)? Due anni fa parlavo con un professore romeno che mi diceva quanto segue: noi abbiamo sbagliato. Abbiamo fatto liberalizzazioni e privatizzazioni lente e a tappe. Così facendo la nomeklatura ha avuto il tempo di acquistarsi adagio adagio, pezzo per pezzo l’economia. Avessimo optato per una transizione rapida qualcosa sarebbe certamente sfuggito loro. Ecco questo mi sembra un dibattito estremamente interessante, sul quale ovviamente la militante Klein produce poca riflessione e analisi. Oltre la denuncia fatica ad andare. (http://mises.org/story/2996) Peccato poi che salti di palo in frasca. L’uscita da un sistema totalitario non è come la gestione o il subappalto di attività statali da parte di imprese private. Qui i problemi sono ovviamente altri (quello della corruzione, volta ad ottenere favori politici, si traduce stranamente in una condanna del capitalismo, invece di tradursi in una riflessione sul ruolo dello Stato, e sul come evitare, se possibile, la corruzione medesima). Sono proprio queste mancanze che fanno di questo libro, che peraltro si legge più facilmente di alcune opere di Friedrich von Hayek, un libro fondamentalmente inutile. Quali sono le alternative della signora Klein dal momento che si oppone alle privatizzazioni, al mercato in generale, al sistema dei prezzi, alle banche centrali indipendenti (qui sono d’accordo, andrebbero abolite, lei le vuole statalizzarle, vabbé), all’apertura dei mercati ( http://www.brunoleoni.com/nextpage.aspx?codice=6671), alla vendita di aziende pubbliche (cosa si vende allora in un paese sovietico se non aziende pubbliche?), al rispetto della proprietà privata, al rispetto degli impegni presi (debiti), ecc. La signora non è in grado di elaborare nessun sistema alternativo credibile, rifugiandosi nella democrazia tutta e ovunque a vantaggio del popolo (di nuovo il solito sofismo...come se il popolo fosse uno, pensasse, agisse e ogni singolo avesse le medesime aspirazioni negli altri). Ma vogliamo veramente prendere seriamente in considerazione un progetto economico costruito sul protezionismo? (http://www.libres.org/francais/conjoncture/2508_developpe...) Qual è l’autorità degli uomini dello Stato per impedire a un singolo di scambiare con chi meglio crede? La Klein dovrebbe forse ricordarsi che la povertà non è l’eccezione a questo mondo. E’ la norma. E’ il capitalismo che ha consentito di abbandonare questo stato di cose dove è stato applicato (la gente scappava dalla Germania Est e si faceva sparare per questo).
Sul libro della Klein, dicendo tutto molto meglio di me, un mio amico ha scritto sul suo blog quanto segue: “Sin dall'introduzione si capisce che la Klein ha intenzione di usare tutti gli strumenti retorici e propagandistici possibili e immaginabili, per creare associazioni di idee infondate, illusioni di fondatezza documentale, e reazioni emotive e irriflesse, del tutto separate da ogni analisi critica dei problemi. Klein è maestra in tutto ciò, e probabilmente si limita a dare al lettore ciò che vuole. La tesi di partenza è che il Neoliberismo, impersonato da Milton Friedman, cospira per imporre la sua agenda sfruttando le catastrofi, naturali e non, per realizzare rivoluzioni di mercato. Rivoluzioni dietro cui spesso la presenza dello stato è così evidente, come si evince anche leggendo il libro, che c'è da chiedersi se Klein conosca ciò di cui parla. Una delle frasi, ovviamente estrapolate dal contesto, di Friedman citate è che i grandi cambiamenti in genere sono possibili quando c'è una grossa crisi, e che quando scoppia la crisi le soluzioni vanno cercato nel serbatoio di idee disponibili in quel momento. Friedman dice l'ovvio e ha perfettamente ragione: tutto sta nel riempire il serbatoio di buone idee, e possibilmente anche realizzarle prima che sia troppo tardi. Per Klein questa è una cospirazione. Pazienza se Klein non nomina la nazionalizzazione post-bellica delle pensioni, o l'interventismo economico statale successivo alla Grande Depressione, tra gli esempi di agende politiche imposte in condizioni di grave crisi. Tutto ciò conferma la frase di Friedman, conferma i suoi timori che le cattive idee approfittino delle crisi per diventare realtà, e conferma l'importanza di avere buone idee nel cassetto. Se Klein avesse capacità critiche, onestà intellettuale, o meglio ancora entrambe, si sarebbe resa conto che le crisi vengono sfruttate per realizzare cambiamenti di tutti i tipi, non solo "Neoliberisti". Anzi... in genere sono cambiamenti in senso totalitario e interventista. Ma tant'è: è un libro di propaganda, non un libro di analisi, quindi perchè stupirsene? Di che stupirsi se Klein scrive (stavo per scrivere "crede") che le torture in Iraq siano state enormemente maggiori di quelle di Pinochet? Di che stupirsi se liberalismo e neoconservatorismo vengono confusi, o se il Cato Institute è definito "neocon"? Pazienza se nel giro di due pagine si riesce a scrivere che il Neoliberismo è la nuova ortodossia e poi che le politiche adottate non assomigliano molto a quelle suggerite da Friedman. Pazienza se Hayek è definito il mentore di Friedman...Evidentemente è un libro scritto per semi-alfabetizzati...Ora, il problema non sono tanto le informazioni false, come il "Friedman consigliere di Pinochet", o le cose messe assieme senza alcun legame credibile, come la guerra alle Falklands e le liberalizzazioni della Thatcher, ma l'assoluta mancanza di argomenti. Addirittura Bush è considerato l'alfiere del Neoliberismo: pazienza se la sua riforma del Medicare costerà agli americani 1000 miliardi di dollari nella prossima decade; pazienza se la sua "ownership society" e il suo "compassionate capitalism" si sono rivelati soltanto slogan elettorali. L'importante è che la Halliburton sia privata: diamine! Allora anche le Coop sono neoliberiste, nonostante tutti gli aiuti di stato che hanno! Non so se è un libro scritto da uno stupido o scritto per degli stupidi, o tutte e due le cose. So solo che è un manuale di propaganda di prima qualità. Credo che gli agenti della CIA di cui si parla spesso nel libro avranno molto da che imparare su come si pilota l'opinione pubblica e si creano miti."
22:00 Scritto in Società | Link permanente | Commenti (6) | Segnala | Tag: Naomi Klein, Shock Economy, liberismo, Friedman
17/06/2008
Un'Europa dal sapore totalitario
"La scorsa settimana gli elettori irlandesi con chiara maggioranza hanno rifiutato di ratificare il trattato di Lisbona dell’UE che dovrebbe sostituire il progetto di costituzione, a suo tempo condannato dal voto popolare di Francia e Olanda.
Due le immediate reazioni degli ambienti ufficiali di Bruxelles e degli eurofili di diverse nazionalità. Mancanza di comunicazione e, l’Irlanda ha detto no, ma altri diciotto paesi hanno già detto sì. Reazioni speciose, faziose e anche offensive per gli elettori irlandesi.
Mancanza di comunicazione. È la solita solfa, i votanti sono una banda di persone rozze ed impreparate ai quali non si è riusciti a spiegare bene l’essenza della proposta, altrimenti avrebbero votato sì. Smettiamola con queste finzioni, o peggio arroganza, in virtù della quale i cittadini sono intelligenti, hanno capito e fanno il proprio interesse solo se votano come vogliono i governanti. Il popolo ha spesso una capacità di sintesi nel suo buon senso, come lo dimostrano plurime votazioni in Svizzera, che talvolta manca ai governanti. Ancor più arrogante e oltretutto scorretta è l’obiezione dell’Irlanda che vota no contro altri 18 paesi che (finora) hanno approvato. Si dimentica di dire che in questi altri 18 paesi la ratifica è stata data dai parlamenti e non dal popolo. Si dimentica che quando il popolo è stato chiamato a votare in Francia, in Olanda, in Irlanda, in Danimarca, in Svezia (per l’Euro) ha, con un’eccezione, sempre votato negativamente.
Il fatto che dinanzi a queste ripetute sconfessioni politici e burocrati di Bruxelles si rifugino monotonamente nella scusa pretestuosa delle mancate sufficienti spiegazioni o nel fatto che altri paesi (ma con il voto dei politici) abbiano dato l’approvazione, dà la misura di quanto ampio sia il baratro di incomprensione tra coloro che sarebbero gli europei e chi li governa.
Vi è poi chi non manca di dire che gli irlandesi sono 4 milioni e l’UE ha quasi un mezzo miliardo di abitanti, chi sottolinea che un solo no non basta, che in fondo si potrebbe (come già fatto con il trattato di Nizza) obbligare gli irlandesi a rifare la votazione sperando che rinsaviscano, chi propone di continuare mettendo in un angolo (punendola) l’Irlanda, insomma un’UE di 26 più 1. Il tutto condito da delicati commenti sui miliardi che l’Irlanda ha ricevuto dai fondi UE e le hanno permesso di passare da paese tra i più poveri a paese dove l’economia fiorisce e dispensa benessere. A questo proposito Bruxelles forse sarebbe più lieta se gli irlandesi avessero fatto cattivo uso dei finanziamenti e necessitassero oggi ancora di venir sussidiati. Carità pelosa per sudditi obbedienti.
Sono solo 4 milioni gli irlandesi, ma sono gli unici che hanno votato. E poi era prevista, data l’importanza del trattato, l’unanimità. Siccome qualcuno non vota come si vuole, diciamo di aver scherzato e l’unanimità non è più necessaria? Ma non si era detto che per il trattato nell’UE tutti i piccoli e grandi avevano – giustamente – uguali diritti? Anche questo non vale più: se il no viene dalla Germania o dalla Francia se ne tiene conto, se viene da un piccolo stato membro (istruttiva lezione per noi svizzeri) non ha alcun peso né influenza? Essendo stato il risultato negativo per la dirigenza dell’UE, la votazione (come purtroppo già fatto) va ripetuta sino a quando si ottiene l’approvazione?
E se avessero vinto i sì, qualcuno avrebbe potuto chiedere la ripetizione nella speranza che in seconda battuta vincessero i no? Ma che democrazia è quella nella quale se non si vota come vogliono i governanti lo stato che dissente rischia punizioni e ritorsioni? (Il pensiero corre alle minacce di rappresaglia verso la Svizzera).
Non sarebbe meglio dopo questa ulteriore lezione, invece di ricorrere a tanti arzigogoli ed ipocrisie se Germania, Francia ed altri si chiedessero, tra l’altro, se forse molti degli irlandesi che hanno votato no temevano (a giusta ragione) che la loro aliquota fiscale del 12,5% venisse minacciata dagli zeloti dell’armonizzazione (verso l’alto) delle imposte.
L’occasione sarebbe ideale per un vero ripensamento di un’Europa effettivamente federalista (non centralista) dove i piccoli vengono rispettati come rispettate vengono le specificità e le particolarità che sono il risultato della decantazione di una storia affascinante di secoli nei quali genio e sangue, il «cogito ergo sum» e feroci bestiali degradazioni si sono scontrate, dove la stimolante concorrenza dei sistemi non viene mortificata da ottusità centraliste.
Ma forse i politici eurofili pensano che tutte le grandi idee si scontrano con l’incomprensione del popolo ignorante, e che è dovere dei pochi eletti di condurre le masse. Era il credo di un certo Vladimir Ilyich Lenin, sarebbe meglio non dimenticarlo." Scritto da Tito Tettamanti sul "Corriere del Ticino" del 17 giugno.
08:15 Scritto in Politica internazionale | Link permanente | Commenti (6) | Segnala | Tag: Uniione Europea, Irlanda, trattato, democrazia

