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23/06/2008
Shock Economy, la propaganda di Naomi Klein
Ho letto “Shock Economy” di Naomi Klein. E’ francamente un libro deludente, di scarso livello. E’ più interessante quale romanzo che quale testo di economia. E’ un libro che accusa gli shock economici liberal, tattica che la stessa Klein pratica nel libro per confondere le carte al suo lettore. Il tutto ovviamente per perorare la sua causa. La nostra riempie il libro di colossali sofismoi e di tutta la retorica demagogica di sinistra volta a screditare l’economia di mercato. Ora cerchiamo già di intenderci sulle parole. Pascal Salin ricorda in “Liberalismo” che un mercato esisteva anche in Unione Sovietica e che la caratterstica del liberalismo è quella di difedere un “libero mercato di diritti di proprietà” legittimamente acquisti, traferibili e rivendicabili in tribunale. Senza spiengerci sino alle teorie libertarie di società senza Stato, vale la pena ricorda che grandi liberali come Ludwig von Mises sostenevano la necessità e l’importanza di uno Stato guardiano notturno che facesse rispettare questi diritti. La teoria coerentemente liberale postula la non aggressione dei diritti di proprietà altrui. E’ una dottrina sostanzialmente pacifica che non vede di buon occhio l’attività statale perché frutto dell’azione arbitraria e dell’uso della forza (coercizione fiscale). In questo senso il liberismo (termine tra l’altro unicamente italiano, nella versione inglese si parla in generale di free-market, ed è questo che contesta la Klein) non è la conseguenza logica del diritto a cedere ciò che ci appartiene. Ora la Klein, come tutti quelli di sinistra trasforma lo Stato, la società, la gente, il popolo in un essere unico, coerente con se stesso e portatore di diritti propri. Peccato che solo gli individui, presi singolarmente abbiano dei diritti. "Shock Economy" è un libro in cui l’individuo esiste solo come vittima (con tanto di sofferenza fisica), ma mai come fonte di diritti di libertà (ad esempio di vendere a chi più lo desidera). E’ un libro in cui il concetto di proprietà, quando viene citato, viene criticato e messo in cattiva luce. Come si possa costruire una società libera senza questo concetto non è dato sapere. Per non farla troppo lunga “Shock Economy” è un libro intellettualmente disonesto. E’ il libro di una militante “No Global” che nella sua continua denuncia contro la libertà economica, e quindi contro la libertà tout-court, non si accorge, ma probabilmente finge di non accorgersene, che il suo è un colossale atto d’accusa contro lo Stato. E’ lo Stato che tortura, sono gli uomini dello Stato che svendono agli amici degli amici, sono gli uomini dello Stato che consentono / o non impediscono la violazione dei legittimi diritti dei pescatori dello Sri Lanka. E’ un libro i cui dimostra che lo Stato è talmente corruttibile da non saper nemmeno assicurare il rispetto dei diritti di proprietà dei poveri. Diversamente, contratti privati di assistenza in caso di catastrofe produrrebbero probabilemte effetti migliori. Le “vittime” potrebbero far valere in tribunale le loro ragione (e lo Stato dovrebbe far valere la forza per far rispettare accordi liberamente sottoscritti).
E’ un libro, a sentire l’autrice, contro le criminali teorie liberiste della Scuola di Chicago, responsabili di tutto quanto di peggio è successo nel mondo da 40 anni a questa parte. E’ un libro nel quale Milton Friedman finisce sul banco degli accusati quando ad agire sono istitituzioni che lo stesso Friedman criticava (per ammissione della stessa Klein). Divertente pure quando Milton Friedman,l’antiproibizionista e fautore del libero mercato anche nell'ambito delle droghe, si trova sul banco degli accusati per la guerra alla droga condotta contro i contadini boliviani. Qualsiasi cosa faccia, o meglio dica, Friedman è sempre colpevole. Che le riforme le faccia il Cile del dittatore Pinochet, che avvengano in un paese libero come la Gran Bretagna di Margaret Thatcher, nella Russia di Eltsin o nel Sudafrica di Mandela, tutto il male del mondo va messo a carico del liberismo, in grado di adattarsi a qualsiasi porcata. Anzi. E’ la porcata. Peccato che lo Stato sia molto ma molto presente in tutte le porcate che la signora denuncia. Che ci metta molto del suo. Friedman era sostanzialmente favorevole ad un’immissione regolare di moneta nel sistema da parte delle banche centrali, alla liberalizzazione delle droghe, ai bonus scolastici e a reddito negativo di cui la Klein però non parla, così come parla molto poco della riforma pensionistica di Josè Pinera in Cile, che meriterebbe invece una certa attenzione. Il fatto di saper attendere il momento propizio per far avanzare le proprie idee non è un reato e nemmeno un crimine. Lo fanno tutti. Non è una prerogativa delle politica anti-statalista. O vogliamo forse far credere che la Seconda Guerra Mondiale è stata voluta per poter attuare il Piano Marhsall, o che la Grande Depressione è stata voluta degli statalisti per spendere e spandere nell’ambito del New Deal? (così en passant: “La grande depressione” di Rothbard merita di essere letto) Per non parlare del comunismo esportato a Cuba, in Cambogia (2 milioni di morti??) nei paesi dell’est europeo e altrove. La parte più “interessante” del libro è la denuncia delle transizioni economiche da un sistema totalitario a uno più liberale. Il tema è importante, il contributo della Klein quasi nullo. Dice: si sono serviti e hanno privatizzato. Bene. Ma le domande da porsi sono: a) E’ preferibile un sistema economico di libero mercato o di gestione statale dell’economia? b) Se la prima è preferibile, come effettuare questo passaggio? Va fatto tutto e subito? A tappe? Come evitare che le persone vicine al potere si servano (vedi Russia)? Due anni fa parlavo con un professore romeno che mi diceva quanto segue: noi abbiamo sbagliato. Abbiamo fatto liberalizzazioni e privatizzazioni lente e a tappe. Così facendo la nomeklatura ha avuto il tempo di acquistarsi adagio adagio, pezzo per pezzo l’economia. Avessimo optato per una transizione rapida qualcosa sarebbe certamente sfuggito loro. Ecco questo mi sembra un dibattito estremamente interessante, sul quale ovviamente la militante Klein produce poca riflessione e analisi. Oltre la denuncia fatica ad andare. (http://mises.org/story/2996) Peccato poi che salti di palo in frasca. L’uscita da un sistema totalitario non è come la gestione o il subappalto di attività statali da parte di imprese private. Qui i problemi sono ovviamente altri (quello della corruzione, volta ad ottenere favori politici, si traduce stranamente in una condanna del capitalismo, invece di tradursi in una riflessione sul ruolo dello Stato, e sul come evitare, se possibile, la corruzione medesima). Sono proprio queste mancanze che fanno di questo libro, che peraltro si legge più facilmente di alcune opere di Friedrich von Hayek, un libro fondamentalmente inutile. Quali sono le alternative della signora Klein dal momento che si oppone alle privatizzazioni, al mercato in generale, al sistema dei prezzi, alle banche centrali indipendenti (qui sono d’accordo, andrebbero abolite, lei le vuole statalizzarle, vabbé), all’apertura dei mercati ( http://www.brunoleoni.com/nextpage.aspx?codice=6671), alla vendita di aziende pubbliche (cosa si vende allora in un paese sovietico se non aziende pubbliche?), al rispetto della proprietà privata, al rispetto degli impegni presi (debiti), ecc. La signora non è in grado di elaborare nessun sistema alternativo credibile, rifugiandosi nella democrazia tutta e ovunque a vantaggio del popolo (di nuovo il solito sofismo...come se il popolo fosse uno, pensasse, agisse e ogni singolo avesse le medesime aspirazioni negli altri). Ma vogliamo veramente prendere seriamente in considerazione un progetto economico costruito sul protezionismo? (http://www.libres.org/francais/conjoncture/2508_developpe...) Qual è l’autorità degli uomini dello Stato per impedire a un singolo di scambiare con chi meglio crede? La Klein dovrebbe forse ricordarsi che la povertà non è l’eccezione a questo mondo. E’ la norma. E’ il capitalismo che ha consentito di abbandonare questo stato di cose dove è stato applicato (la gente scappava dalla Germania Est e si faceva sparare per questo).
Sul libro della Klein, dicendo tutto molto meglio di me, un mio amico ha scritto sul suo blog quanto segue: “Sin dall'introduzione si capisce che la Klein ha intenzione di usare tutti gli strumenti retorici e propagandistici possibili e immaginabili, per creare associazioni di idee infondate, illusioni di fondatezza documentale, e reazioni emotive e irriflesse, del tutto separate da ogni analisi critica dei problemi. Klein è maestra in tutto ciò, e probabilmente si limita a dare al lettore ciò che vuole. La tesi di partenza è che il Neoliberismo, impersonato da Milton Friedman, cospira per imporre la sua agenda sfruttando le catastrofi, naturali e non, per realizzare rivoluzioni di mercato. Rivoluzioni dietro cui spesso la presenza dello stato è così evidente, come si evince anche leggendo il libro, che c'è da chiedersi se Klein conosca ciò di cui parla. Una delle frasi, ovviamente estrapolate dal contesto, di Friedman citate è che i grandi cambiamenti in genere sono possibili quando c'è una grossa crisi, e che quando scoppia la crisi le soluzioni vanno cercato nel serbatoio di idee disponibili in quel momento. Friedman dice l'ovvio e ha perfettamente ragione: tutto sta nel riempire il serbatoio di buone idee, e possibilmente anche realizzarle prima che sia troppo tardi. Per Klein questa è una cospirazione. Pazienza se Klein non nomina la nazionalizzazione post-bellica delle pensioni, o l'interventismo economico statale successivo alla Grande Depressione, tra gli esempi di agende politiche imposte in condizioni di grave crisi. Tutto ciò conferma la frase di Friedman, conferma i suoi timori che le cattive idee approfittino delle crisi per diventare realtà, e conferma l'importanza di avere buone idee nel cassetto. Se Klein avesse capacità critiche, onestà intellettuale, o meglio ancora entrambe, si sarebbe resa conto che le crisi vengono sfruttate per realizzare cambiamenti di tutti i tipi, non solo "Neoliberisti". Anzi... in genere sono cambiamenti in senso totalitario e interventista. Ma tant'è: è un libro di propaganda, non un libro di analisi, quindi perchè stupirsene? Di che stupirsi se Klein scrive (stavo per scrivere "crede") che le torture in Iraq siano state enormemente maggiori di quelle di Pinochet? Di che stupirsi se liberalismo e neoconservatorismo vengono confusi, o se il Cato Institute è definito "neocon"? Pazienza se nel giro di due pagine si riesce a scrivere che il Neoliberismo è la nuova ortodossia e poi che le politiche adottate non assomigliano molto a quelle suggerite da Friedman. Pazienza se Hayek è definito il mentore di Friedman...Evidentemente è un libro scritto per semi-alfabetizzati...Ora, il problema non sono tanto le informazioni false, come il "Friedman consigliere di Pinochet", o le cose messe assieme senza alcun legame credibile, come la guerra alle Falklands e le liberalizzazioni della Thatcher, ma l'assoluta mancanza di argomenti. Addirittura Bush è considerato l'alfiere del Neoliberismo: pazienza se la sua riforma del Medicare costerà agli americani 1000 miliardi di dollari nella prossima decade; pazienza se la sua "ownership society" e il suo "compassionate capitalism" si sono rivelati soltanto slogan elettorali. L'importante è che la Halliburton sia privata: diamine! Allora anche le Coop sono neoliberiste, nonostante tutti gli aiuti di stato che hanno! Non so se è un libro scritto da uno stupido o scritto per degli stupidi, o tutte e due le cose. So solo che è un manuale di propaganda di prima qualità. Credo che gli agenti della CIA di cui si parla spesso nel libro avranno molto da che imparare su come si pilota l'opinione pubblica e si creano miti."
22:00 Scritto in Società | Link permanente | Commenti (6) | Segnala | Tag: Naomi Klein, Shock Economy, liberismo, Friedman
17/06/2008
Un'Europa dal sapore totalitario
"La scorsa settimana gli elettori irlandesi con chiara maggioranza hanno rifiutato di ratificare il trattato di Lisbona dell’UE che dovrebbe sostituire il progetto di costituzione, a suo tempo condannato dal voto popolare di Francia e Olanda.
Due le immediate reazioni degli ambienti ufficiali di Bruxelles e degli eurofili di diverse nazionalità. Mancanza di comunicazione e, l’Irlanda ha detto no, ma altri diciotto paesi hanno già detto sì. Reazioni speciose, faziose e anche offensive per gli elettori irlandesi.
Mancanza di comunicazione. È la solita solfa, i votanti sono una banda di persone rozze ed impreparate ai quali non si è riusciti a spiegare bene l’essenza della proposta, altrimenti avrebbero votato sì. Smettiamola con queste finzioni, o peggio arroganza, in virtù della quale i cittadini sono intelligenti, hanno capito e fanno il proprio interesse solo se votano come vogliono i governanti. Il popolo ha spesso una capacità di sintesi nel suo buon senso, come lo dimostrano plurime votazioni in Svizzera, che talvolta manca ai governanti. Ancor più arrogante e oltretutto scorretta è l’obiezione dell’Irlanda che vota no contro altri 18 paesi che (finora) hanno approvato. Si dimentica di dire che in questi altri 18 paesi la ratifica è stata data dai parlamenti e non dal popolo. Si dimentica che quando il popolo è stato chiamato a votare in Francia, in Olanda, in Irlanda, in Danimarca, in Svezia (per l’Euro) ha, con un’eccezione, sempre votato negativamente.
Il fatto che dinanzi a queste ripetute sconfessioni politici e burocrati di Bruxelles si rifugino monotonamente nella scusa pretestuosa delle mancate sufficienti spiegazioni o nel fatto che altri paesi (ma con il voto dei politici) abbiano dato l’approvazione, dà la misura di quanto ampio sia il baratro di incomprensione tra coloro che sarebbero gli europei e chi li governa.
Vi è poi chi non manca di dire che gli irlandesi sono 4 milioni e l’UE ha quasi un mezzo miliardo di abitanti, chi sottolinea che un solo no non basta, che in fondo si potrebbe (come già fatto con il trattato di Nizza) obbligare gli irlandesi a rifare la votazione sperando che rinsaviscano, chi propone di continuare mettendo in un angolo (punendola) l’Irlanda, insomma un’UE di 26 più 1. Il tutto condito da delicati commenti sui miliardi che l’Irlanda ha ricevuto dai fondi UE e le hanno permesso di passare da paese tra i più poveri a paese dove l’economia fiorisce e dispensa benessere. A questo proposito Bruxelles forse sarebbe più lieta se gli irlandesi avessero fatto cattivo uso dei finanziamenti e necessitassero oggi ancora di venir sussidiati. Carità pelosa per sudditi obbedienti.
Sono solo 4 milioni gli irlandesi, ma sono gli unici che hanno votato. E poi era prevista, data l’importanza del trattato, l’unanimità. Siccome qualcuno non vota come si vuole, diciamo di aver scherzato e l’unanimità non è più necessaria? Ma non si era detto che per il trattato nell’UE tutti i piccoli e grandi avevano – giustamente – uguali diritti? Anche questo non vale più: se il no viene dalla Germania o dalla Francia se ne tiene conto, se viene da un piccolo stato membro (istruttiva lezione per noi svizzeri) non ha alcun peso né influenza? Essendo stato il risultato negativo per la dirigenza dell’UE, la votazione (come purtroppo già fatto) va ripetuta sino a quando si ottiene l’approvazione?
E se avessero vinto i sì, qualcuno avrebbe potuto chiedere la ripetizione nella speranza che in seconda battuta vincessero i no? Ma che democrazia è quella nella quale se non si vota come vogliono i governanti lo stato che dissente rischia punizioni e ritorsioni? (Il pensiero corre alle minacce di rappresaglia verso la Svizzera).
Non sarebbe meglio dopo questa ulteriore lezione, invece di ricorrere a tanti arzigogoli ed ipocrisie se Germania, Francia ed altri si chiedessero, tra l’altro, se forse molti degli irlandesi che hanno votato no temevano (a giusta ragione) che la loro aliquota fiscale del 12,5% venisse minacciata dagli zeloti dell’armonizzazione (verso l’alto) delle imposte.
L’occasione sarebbe ideale per un vero ripensamento di un’Europa effettivamente federalista (non centralista) dove i piccoli vengono rispettati come rispettate vengono le specificità e le particolarità che sono il risultato della decantazione di una storia affascinante di secoli nei quali genio e sangue, il «cogito ergo sum» e feroci bestiali degradazioni si sono scontrate, dove la stimolante concorrenza dei sistemi non viene mortificata da ottusità centraliste.
Ma forse i politici eurofili pensano che tutte le grandi idee si scontrano con l’incomprensione del popolo ignorante, e che è dovere dei pochi eletti di condurre le masse. Era il credo di un certo Vladimir Ilyich Lenin, sarebbe meglio non dimenticarlo." Scritto da Tito Tettamanti sul "Corriere del Ticino" del 17 giugno.
08:15 Scritto in Politica internazionale | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: Uniione Europea, Irlanda, trattato, democrazia
03/06/2008
32'000 firme schiacciate dal silenzio
Leggendo la mailing list odierna dell'Institut Economique de Montréal ho scoperto questo passaggio relativo al dibattito sul surriscaldamento climatico: "La Oregon Institute of Science and Medicine a rendu publique une pétition de 32 000 scientifiques qui contestent le lien entre les CO2 et le climat. Évidemment, aucun média n'a jugé bon de rapporter cette information. Manifestement, ils jugent que la parole de 32 000 scientifiques est insignifiante à côté de celle d'Al Gore ou d'un représentant de Greenpeace! Quand on pense à la couverture dont a bénéficié le rapport du GIEC signé par 2 500 experts, on s'explique mal le mutisme des médias face à la position prise par 32 000 scientifiques. Or, croire aveuglément en un consensus qui n'existe pas est grave. Si c'est effectivement l'activité solaire qui perturbe le climat, cela signifie que les efforts que nous déployons pour lutter contre les GES sont inutiles, et que nous gaspillons notre argent." L'intero articolo è qui.
21:40 Scritto in Politica internazionale | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: Clima, effetto serra, surriscaldamento climatico, ecologia

