30/08/2008

Canone radio TV, quella tassa griffata Billag

Faccio copia e incolla dello splendido testo dell'amico Paolo Pamini, pubblicato oggi sul Corriere del Ticino: "Come le pestilenze, sarebbe prima o poi arrivata: dal primo di settembre 2008 l’Ufficio federale della comunicazione ha deciso l’inclusione di radio e TV via internet tra i soggetti gabellati dalla Billag, un provvedimento che tocca per esempio quasi tutti i cellulari di ultima generazione. Così, anziché promuovere il dinamismo delle più moderne tecnologie di comunicazione, la burocratizzazione selvaggia di Berna getta un’altra volta sabbia negli ingranaggi del progresso.
Ma chiediamoci: tutto questo ha senso? Il prezzo semestrale del canone televisivo è di 73.35 fr, ovvero di 293 fr/anno. Se consideriamo che un televisore può durare circa 10 anni, arriviamo ad una cifra totale di 2.930 fr, la quale a seconda del modello supera largamente il costo dell’apparecchio stesso! In altre parole, la Billag ci costa più del televisore. L’anacronismo è del tutto evidente se si pensa che il canone è in realtà una gabella sulla proprietà di uno (o più) televisori, non una tassa sul consumo televisivo, né tantomeno sul consumo della televisione di Stato. Praticamente nessun bene viene oggigiorno tassato alla stessa stregua del possesso di un televisore. Se la stampa fosse finanziata secondo la stessa logica, lo Stato tasserebbe le bucalettere perché permettono di ricevere i giornali.
Siamo alle solite: il mito del service publique maschera le abituali rendite politiche. La vera domanda è se oggigiorno serva ancora una televisione di Stato. L’argomento di garantire la distribuzione del segnale è da tempo superato (si pensi a satellitare, banda larga, UMTS e HSDPA). Rimarrebbe la presunta necessità di un’informazione indipendente, oggettiva. Ma sarà poi vero? Anzi, ma sarà poi possibile? Fare informazione significa necessariamente scegliere cosa faccia notizia, il che è possibile solo attraverso una certa visione del mondo. Che è sempre quella della redazione. La pretesa di un’informazione oggettiva è una presa in giro. Tutt’al più, garante di qualità è la pluralità tra fonti d’informazione in concorrenza tra loro, come nella stampa. E se questo è vero, salta immediatamente la giustificazione della televisione di Stato.
Le alternative esisterebbero. In un mercato televisivo realmente libero, accanto ai canali a pagamento, ne coesisterebbero altri gratuiti pagati dalla pubblicità e dalla pazienza dei telespettatori. La stessa TSI, la qualità dei cui attuali servizi nessuno contesta, avrebbe peraltro maggior incentivo a sforzarsi di sfondare in Nord Italia e di ricuperare la quota di mercato di cui godeva negli anni ’50. Purtroppo dell’attuale situazione sono parzialmente responsabili anche le televisioni private, che hanno ritenuto più semplice un lobbismo per la spartizione del bottino della Billag anziché la condanna di una delle più alte gabelle su di un bene materiale: quella sul televisore."

Paolo Pamini è ricercatore associato Liberales Institut Zurigo

17/08/2008

La vera storia della Grande Depressione

In questa fase di crisi finanziaria rieccheggia sui giornali il richiamo alla crisi della borsa del 1929 e alla Grande Depressione che accompagnato l'economia americana per oltre un decennio. Ovviamente il discorso, ripetuto fino alla noia, è che la crisi dimostra l'instabilità di un'economia libera e ovviamente non si sprecano gli elogi per il New Deal che avrebbe rimesso in moto l'America. In realtà questa lettura della storia è falsa. Lo ha spiegato molto bene Murray Rothbard nel suo "La grande depressione". Per chi non avesse voglia e neppure tempo di leggere la munumentale opera dell'economista americano segnalo lo splendido testo di Lawrence W. Reed, presidente del Mackinac Center for Public Policy, dal titolo: "Great Myths of the Great Depression".  Una versione in francese è disponibile ora qui.

03/08/2008

Sfruttatori e sfruttati

"Eigentlich sollte es in einem Milizsystem gar keine von der Bürgerschaft entfremdete politische Klasse geben, aber es gibt sie. Sie wächst. Die Konfliktlinie wird immer sichtbarer und geht durch alle Parteien. Auf der einen Seite stehen die Sachwalter, Angestellten und Profiteure des Staates sowie eine expandierende Fettschicht behördennaher Betriebe und NGOs. Auf der anderen Seite stehen die Bürger, die Angestellten und Unternehmer, die ihr Geld in der Marktwirtschaft verdienen müssen. Die Signale sind nicht erfreulich." Roger Köppel nell'editoriale dell'ultima edizione della Weltwoche. 

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