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17/12/2008
C'era una volta la legge
"Sfortunatamente, è venuto meno il fatto che la Legge si sia limitata a svolgere il suo ruolo. È accaduto persino che essa se ne sia allontanata per percorrere strade senza senso e discutibili. Essa ha fatto di peggio: ha agito in opposizione alle sue finalità proprie; essa ha distrutto il suo proprio obiettivo; essa si è applicata ad annientare quella Giustizia che essa doveva far regnare, a cancellare, tra i Diritti, quel limite che era il suo compito di far rispettare; essa ha posto la forza collettiva al servizio di coloro che vogliono sfruttare, senza rischio e senza scrupoli, la Persona, la Libertà o la Proprietà altrui; essa ha trasformato l'Espropriazione in Diritto, al fine di proteggerlo, e la legittima difesa in crimine, in modo da punirlo." Frédéric Bastiat
13:52 Scritto in Filosofia politica | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: bastiat, legge
11/12/2008
L'illusione del rilancio economico
Qui di seguito un splendido testo di quel grande liberale che è Pascal Salin, pubblicato recentemente sul sito dell' Istituto Bruno Leoni: La crisi finanziaria globale, che interessa un gran numero di Paesi in tutto il mondo, si traduce ora in un rallentamento dell’attività economica, e questo fatto inquieta non poco l’opinione pubblica. Cercando dunque di rispondere a questa preoccupazione, i governi vanno predisponendo “piani di rilancio”. Se restassero totalmente passivi certo li si rimproverebbe, dal momento che tutti i cittadini sono stati abituati a credere che i poteri pubblici abbiano il dovere fondamentale di operare per la prosperità e ne abbiano pure gli strumenti. Si pensa in linea massima che lo Stato moderno sia incaricato di assicurare una politica di stabilizzazione e di crescita, e che nessun altro – e certo non il “mercato” – abbia tale possibilità. Nonostante ciò e a dispetto dell’opinione dominante, per uscire dalla crisi bisogna affidarsi alle capacità di aggiustamento dei mercati. Ma l’azione politica è al tempo stesso facile da capire e drammatica negli effetti: al limite, per un uomo politico è totalmente indifferente che le misure di rilancio adottate siano in grado di giocare un ruolo positivo o negativo. Come potremo sapere, in futuro, se la crescita sarebbe stata più o meno decisa senza le misure di politica economica che sono state decise ora?
Poiché tutto quanto sta a cuore oggi ad un dirigente politico è “fare qualcosa”, questo è tanto più facile quando si pensa di disporre di una regola semplice, ispirata dalla teoria keynesiana: per rimettere in moto l’economia bisogna insomma accrescere la domanda globale e, per questo, è necessario aumentare le spese pubbliche, oppure rilanciare i consumi, oppure ancora creare nuova liquidità monetaria. Purtroppo tali idee sono false e totalmente inadeguate alla situazione attuale. In effetti, in ogni ambito non è possibile trovare una soluzione senza conoscerne le cause. Ora, le radici della crisi finanziaria ed economica non provengono da un’insufficienza di domanda globale. Esse si trovano invece nell’incredibile instabilità monetaria americana che si è avuta nel corso degli anni scorsi e nella politica americana a favore dell’accesso alla proprietà immobiliare da parte di debitori ben poco in grado di onorare gli impegni (i famosi “subprime”).
Durante l’intera fase caratterizzata da bassi tassi di interesse americani (dal 2000 al 2005), tutto il mondo è stato sommerso da abbondante liquidità ed è stato facile finanziare a basso prezzo ogni genere di progetti, che in realtà non erano in grado di garantire profitti. Tale disastrosa politica monetaria ha dunque condotto a profonde modifiche nelle strutture produttive. Il massiccio sovra-investimento in taluni campi – ad esempio nell’immobiliare, ma anche in altri – è divenuto evidente nel momento in cui si è tornati a condizioni monetarie più realiste. Il problema di fronte al quale siamo ora chiamati a fare i conti non è dunque globale – tale da risolversi, ad esempio, aumentando la domanda globale – ma settoriale.
La crisi in corso gioca la funzione necessaria di ristabilire gli equilibri, riconducendo verso quella struttura produttiva che sarebbe prevalsa in assenza di un’instabilità di origine monetaria. Per questo motivo, i fallimenti contribuiscono a tale ritorno ad una situazione più sana, permettendo di porre fine a sprechi di risorse dovuti a cattivi investimenti e pessime gestioni. Contrariamente a ciò che si ha la tendenza a pensare, tali fallimenti sono creatori e non distruttori: mantenere imprese in difficoltà perpetuerebbe scelte sbagliate, mentre i fallimenti permettono di trasferire risorse verso proprietari e amministratori che sapranno utilizzarle meglio. Per tale ragione, la migliore politica di rilancio consiste nel lasciare che i mercati giochino il loro ruolo negli aggiustamenti economici.
È dunque paradossale e anche tragico che si attribuisca la crisi finanziaria ed economica al libero funzionamento dei mercati, mentre essa è stata provocata da una cattiva politica monetaria, e che si ricerchino ora soluzioni grazie alla politica economica, mentre invece bisognerebbe dare fiducia ai mercati! In considerazione dell’aggressione ideologica alla quale l’opinione pubblica è sottoposta, è facile capire come mai gli uomini politici siano tentati di buttarsi nella breccia che in tal modo è stata aperta, in modo tale da presentarsi quali salvatori. Ma le vittime saranno i cittadini stessi. Un po’ ovunque nel mondo, oggi gli Stati vanno decidendo di “mobilitare” centinaia di miliardi di euro per salvare banche in fallimento, aiutare imprese in difficoltà, aumentare artificialmente il potere d’acquisto, mentre non sanno assolutamente quali dovrebbero essere gli aggiustamenti necessari alle strutture produttive, affinché esse ritrovino una situazione di equilibrio. Facendo così, però, essi non creano alcuna ricchezza e non fanno altro che trasferire le risorse create dai cittadini. Per finanziare tali spese folli, essi fanno ricorso ad imposte – diminuendo il potere d’acquisto dei cittadini – o al debito pubblico – limitando così le risorse necessarie agli investimenti. Davvero non c’è proprio modo di trovare un grande dirigente politico che sappia affermare “Non ho la pretesa di uscire dalla crisi, i mercati lo sanno meglio di me e preferiscono dunque affidarmi alla saggezza degli uomini”?
11:33 Scritto in Filosofia politica | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: crisi finanziaria, liberismo, subprime
09/12/2008
Il trionfo degli illusionisti
Non c’è crisi che tenga. Da alcune settimane sono pervaso da una strana sensazione. Mi sembra di vivere nel paradiso terrestre. Saranno i miliardi che spuntano come funghi un giorno sì e l’altro pure? O saranno gli immancabili piani di rilancio messi a punti dai politici e dai governi? Se la gente non consuma, i soldi ce li mettono loro, i politici. Tutto sembra talmente normale che potremmo anche provare ad essere più furbi degli altri. Inondiamo la Svizzera di carta moneta. Un bel milione a tutti. Saremmo finalmente tutti ricchi. Non è meraviglioso il paese dei balocchi? Un grande liberale francese, Frédéric Bastiat, amava ricordare che “c’è ciò che si vede e ciò che non si vede”. E allora guardiamoci attorno: dove sta la creazione di ricchezza se il governo mi sottrae denaro per spenderlo al posto mio? Per quale ragioni il burocrate di turno dovrebbe saper scegliere meglio di me stesso? Io, in fondo, manco lo conosco. Si dirà: non ti tassano, si indebitano. E i soldi per ripagarlo questo benedetto debito dove li prendono? Dalle tasse no? Si e no, possono anche stampare moneta dal nulla e regalarci in cambio inflazione. Peccato che anche questa sia una forma di tassazione. Ho la sensazione che in questo modo proprio non ce ne usciamo. Sarà che gli uomini dello Stato, di loro, non hanno nulla? Sarà. Vero è che sono particolarmente bravi a prendere agli uni per dare agli altri. Questo è innegabile, ma non chiamerei questo gioco di prestigio “creazione di ricchezza”. Se sussidiano un settore o spendono denaro in un loro progetto hanno semplicemente effettuato un trasferimento forzato, scegliendo diversamente da me. O mi sbaglio? E che dire delle vittime che lasciano sul campo: posti di lavoro non creati, posti di lavoro persi, per non parlare dei singoli che si ritrovano con bisogni insoddisfatti. Già che dire? Ma è semplice. Non dite nulla. Fate come i politici. Fate finta che non esistano e godetevi il paese del Bengodi. D’altronde quelli che ci perdono manco se ne accorgono e se anche se ne rendono conto non hanno lobby a disposizione per andare in giro a raccontarlo. Che dite? Ci stanno prendendo in giro? Io il dubbio, che è più di un dubbio, ce l’ho, anche perché da tempo mi pongo sempre la medesima domanda: come fanno gli uomini dello Stato a conoscere le mie preferenze, ovviamente soggettive, prima che le abbia rivelate agendo sul mercato? E come fanno con le vostre?
11:25 Scritto in politica svizzera | Link permanente | Commenti (3) | Segnala | Tag: crisi finanziaria, liberismo, subprime, rilancio economico

