18/04/2009
Splendida intervista a Friedrich von Hayek
Da ascoltare e riascoltare qui.
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17/12/2008
C'era una volta la legge
"Sfortunatamente, è venuto meno il fatto che la Legge si sia limitata a svolgere il suo ruolo. È accaduto persino che essa se ne sia allontanata per percorrere strade senza senso e discutibili. Essa ha fatto di peggio: ha agito in opposizione alle sue finalità proprie; essa ha distrutto il suo proprio obiettivo; essa si è applicata ad annientare quella Giustizia che essa doveva far regnare, a cancellare, tra i Diritti, quel limite che era il suo compito di far rispettare; essa ha posto la forza collettiva al servizio di coloro che vogliono sfruttare, senza rischio e senza scrupoli, la Persona, la Libertà o la Proprietà altrui; essa ha trasformato l'Espropriazione in Diritto, al fine di proteggerlo, e la legittima difesa in crimine, in modo da punirlo." Frédéric Bastiat
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11/12/2008
L'illusione del rilancio economico
Qui di seguito un splendido testo di quel grande liberale che è Pascal Salin, pubblicato recentemente sul sito dell' Istituto Bruno Leoni: La crisi finanziaria globale, che interessa un gran numero di Paesi in tutto il mondo, si traduce ora in un rallentamento dell’attività economica, e questo fatto inquieta non poco l’opinione pubblica. Cercando dunque di rispondere a questa preoccupazione, i governi vanno predisponendo “piani di rilancio”. Se restassero totalmente passivi certo li si rimproverebbe, dal momento che tutti i cittadini sono stati abituati a credere che i poteri pubblici abbiano il dovere fondamentale di operare per la prosperità e ne abbiano pure gli strumenti. Si pensa in linea massima che lo Stato moderno sia incaricato di assicurare una politica di stabilizzazione e di crescita, e che nessun altro – e certo non il “mercato” – abbia tale possibilità. Nonostante ciò e a dispetto dell’opinione dominante, per uscire dalla crisi bisogna affidarsi alle capacità di aggiustamento dei mercati. Ma l’azione politica è al tempo stesso facile da capire e drammatica negli effetti: al limite, per un uomo politico è totalmente indifferente che le misure di rilancio adottate siano in grado di giocare un ruolo positivo o negativo. Come potremo sapere, in futuro, se la crescita sarebbe stata più o meno decisa senza le misure di politica economica che sono state decise ora?
Poiché tutto quanto sta a cuore oggi ad un dirigente politico è “fare qualcosa”, questo è tanto più facile quando si pensa di disporre di una regola semplice, ispirata dalla teoria keynesiana: per rimettere in moto l’economia bisogna insomma accrescere la domanda globale e, per questo, è necessario aumentare le spese pubbliche, oppure rilanciare i consumi, oppure ancora creare nuova liquidità monetaria. Purtroppo tali idee sono false e totalmente inadeguate alla situazione attuale. In effetti, in ogni ambito non è possibile trovare una soluzione senza conoscerne le cause. Ora, le radici della crisi finanziaria ed economica non provengono da un’insufficienza di domanda globale. Esse si trovano invece nell’incredibile instabilità monetaria americana che si è avuta nel corso degli anni scorsi e nella politica americana a favore dell’accesso alla proprietà immobiliare da parte di debitori ben poco in grado di onorare gli impegni (i famosi “subprime”).
Durante l’intera fase caratterizzata da bassi tassi di interesse americani (dal 2000 al 2005), tutto il mondo è stato sommerso da abbondante liquidità ed è stato facile finanziare a basso prezzo ogni genere di progetti, che in realtà non erano in grado di garantire profitti. Tale disastrosa politica monetaria ha dunque condotto a profonde modifiche nelle strutture produttive. Il massiccio sovra-investimento in taluni campi – ad esempio nell’immobiliare, ma anche in altri – è divenuto evidente nel momento in cui si è tornati a condizioni monetarie più realiste. Il problema di fronte al quale siamo ora chiamati a fare i conti non è dunque globale – tale da risolversi, ad esempio, aumentando la domanda globale – ma settoriale.
La crisi in corso gioca la funzione necessaria di ristabilire gli equilibri, riconducendo verso quella struttura produttiva che sarebbe prevalsa in assenza di un’instabilità di origine monetaria. Per questo motivo, i fallimenti contribuiscono a tale ritorno ad una situazione più sana, permettendo di porre fine a sprechi di risorse dovuti a cattivi investimenti e pessime gestioni. Contrariamente a ciò che si ha la tendenza a pensare, tali fallimenti sono creatori e non distruttori: mantenere imprese in difficoltà perpetuerebbe scelte sbagliate, mentre i fallimenti permettono di trasferire risorse verso proprietari e amministratori che sapranno utilizzarle meglio. Per tale ragione, la migliore politica di rilancio consiste nel lasciare che i mercati giochino il loro ruolo negli aggiustamenti economici.
È dunque paradossale e anche tragico che si attribuisca la crisi finanziaria ed economica al libero funzionamento dei mercati, mentre essa è stata provocata da una cattiva politica monetaria, e che si ricerchino ora soluzioni grazie alla politica economica, mentre invece bisognerebbe dare fiducia ai mercati! In considerazione dell’aggressione ideologica alla quale l’opinione pubblica è sottoposta, è facile capire come mai gli uomini politici siano tentati di buttarsi nella breccia che in tal modo è stata aperta, in modo tale da presentarsi quali salvatori. Ma le vittime saranno i cittadini stessi. Un po’ ovunque nel mondo, oggi gli Stati vanno decidendo di “mobilitare” centinaia di miliardi di euro per salvare banche in fallimento, aiutare imprese in difficoltà, aumentare artificialmente il potere d’acquisto, mentre non sanno assolutamente quali dovrebbero essere gli aggiustamenti necessari alle strutture produttive, affinché esse ritrovino una situazione di equilibrio. Facendo così, però, essi non creano alcuna ricchezza e non fanno altro che trasferire le risorse create dai cittadini. Per finanziare tali spese folli, essi fanno ricorso ad imposte – diminuendo il potere d’acquisto dei cittadini – o al debito pubblico – limitando così le risorse necessarie agli investimenti. Davvero non c’è proprio modo di trovare un grande dirigente politico che sappia affermare “Non ho la pretesa di uscire dalla crisi, i mercati lo sanno meglio di me e preferiscono dunque affidarmi alla saggezza degli uomini”?
11:33 Scritto in Filosofia politica | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | Tag: crisi finanziaria, liberismo, subprime
27/11/2008
Superare il monopolio della moneta
Non posso non fare copia e incolla dello splendido testo dell'amico Paolo Pamini pubblicato oggi sul Corriere del Ticino: "Come potrebbe essere riformato il sistema finanziario mondiale al summit dei G20 del prossimo 30 aprile, che seguirà a quello storico di Washington di due settimane fa? Il parossismo attuale è evidente, dati i continui salti di tutti gli indici economici in proporzioni mai viste finora. Si pensi che la FED ha aumentato la base monetaria statunitense (in sostanza il denaro in senso stretto) in un anno del 75,5%! Nel frattempo però, negli USA il tasso di crescita della moneta in senso lato (M3, che include anche prestiti a medio termine) sta piombando dal 17% annuo di inizio 2008 all’11% annuo di ottobre, stando ad indicare la riduzione in fretta e furia della leva finanziaria per quegli istituti che ancora sopravvivono (i dati provengono da www.shadowstats.com, dato che dal 2006 la FED non pubblica più M3).
Con Bretton Woods che torna viepiù in auge, il rischio reale potrebbe presto diventare la creazione di una moneta fiduciaria mondiale, negativa perché mancherebbero i checks and balances che mettano al guinzaglio il mondo politico, smanioso di indebitarsi grazie ai soldi messi in circolo dalle banche centrali. Non a caso il liberale Friedrich von Hayek, premio Nobel dell’economia di tutt’altra opinione, sosteneva nel 1976 la denazionalizzazione del denaro grazie a valute in competizione tra loro, tra le quali si potesse liberamente scegliere. Esattamente quanto accadeva nei secoli passati, quando circolavano in tutta Europa fiorini fiorentini, ducati e zecchini veneziani, o ancora Luigi francesi o lire milanesi. Rotto il tabù della moneta monopolio di Stato (perché mai qui la concorrenza non dovrebbe funzionare?), ecco così l’idea delle monete private, che stanno già avendo un incredibile successo su internet.
Per chi non osasse ancora immaginare la privatizzazione del denaro, andrebbero comunque considerate due soluzioni in un contesto di banche centrali. Entrambe ambiscono ad impedire sul nascere l’emergenza di una bolla creditizia, che è stata probabilmente la causa regolare delle crisi finanziarie del ’900. La prima possibilità è la reintroduzione del gold standard puro, ovvero della copertura aurea della moneta creata dalla banca centrale. Il modesto aumento annuo della quantità fisica di oro impedirebbe credibilmente l’inflazione del denaro a disposizione.
Chi ama la storia e i numeri pensi che nel 1865 un franco era definito nell’unione monetaria latina (Svizzera, Francia, Italia, Belgio ecc.) come 0,3 g di oro, che oggi quotano circa 9,40 fr. Come dire che oggi il franco ha un potere d’acquisto pari all’11% di 143 anni fa, o che l’inflazione (una forma di tassazione) si è mangiata l’89% delle nostre risorse monetarie. Storicamente, il gold standard fu sempre sospeso in tempo di guerra ed è palese l’avversione nei suoi confronti di tutto il mondo politico.
La seconda proposta che andrebbe seriamente considerata si chiama narrow banking e sostiene la separazione tra moneta e credito. Oggi su un conto corrente non abbiamo moneta, bensì credito alla banca (se tutti andassimo a svuotare i conti la banca infatti fallirebbe). In un sistema di narrow banking disporremmo a fianco del conto corrente di un conto d’investimento. Il primo non frutterebbe interesse (anzi costerebbe commissioni), ma avrebbe sempre la moneta disponibile. Il saldo del secondo sarebbe invece a disposizione della banca per essere prestato a terzi nell’usuale intermediazione finanziaria bancaria. Spostare soldi sul conto d’investimento equivarrebbe all’acquisto di fondi, obbligazioni o azioni: alla chiara cessione di moneta sotto forma di credito. Il narrow banking stabilizza la massa monetaria ed evita fallimenti bancari. Non servirebbe più neppure la garanzia statale dei depositi privati, perché i soldi del conto corrente sarebbero sempre disponibili.
In tempi di grande incertezza insomma, le ipotesi più remote potrebbero improvvisamente diventare verosimili, o perlomeno aiutarci a capire le mancanze del sistema attuale."
09:56 Scritto in Filosofia politica, Politica internazionale, politica svizzera, Stati Uniti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: moneta, gold standard, crisi finanziaria
18/11/2008
Il mito del buon governo
"Non dimenticate mai che nessun governo ha ricchezza propria da spendere. I soldi devono venire dalle tasse, dall'inflazione monetaria, o dall'espansione del debito che deve essere successivamente pagato. E le scelte di spesa pubblica saranno sempre poco economiche rispetto a come la società userebbe quella ricchezza. Il che vuol dire che i soldi saranno sprecati." (...)
"Non c'è nessun governo liberale per natura, disse Ludwig von Mises. Questa è la grande lezione che chi sostiene il “governo limitato” non ha mai imparato. Se date al governo ogni lavoro da fare, presumerà di avere il diritto di controllare il proprio comportamento e quindi, inevitabilmente, di abusare il proprio potere. "
Citazioni tratte da questo articolo di Llewellyn H. Rockwell, Jr.
09:00 Scritto in Filosofia politica | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: stato minimo, lberalismo, soldi pubblici, spesa pubblica
21/11/2007
Il braccio armato della casta
“Lo Stato fornisce un canale legale, ordinato e sistematico per la spogliazioine dellla proprietà privata; è per mezzo dello Stato che il cordone ombellicale che lega la casta parassitaria alla società viene reso certo, sicuro e relativamente pacifico.” Murray Rothbard
10:04 Scritto in Filosofia politica | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: Stato, proprietà privata, casta
16/11/2007
Discriminare è un Diritto dell’Uomo
La parola è di quelle impronunciabili, di quelle che possono rovinare la carriera politica e magari anche professionale. Nella lista dei termini vietati dal politicamente corretto e dai moralisti dall’indignazione facile occupa senza dubbio una posizione di rilievo. Discriminare non si dice e non si fa. Già la parola è di quelle da condannare, immaginiamoci poi quando qualcuno passa all’azione. Apriti cielo. Ammettiamolo, non c’è partita. La condanna è immediata. Meglio, molto meglio farsi paladini dell’uguaglianza e dell’integrazione. D’altronde è comprensibile. I fautori della discriminazione, perché ci sono, si giustificano in malomodo, ricorrendo ad argomenti fallaci e solo apparentemente consistenti. Ne consegue che ad essere criminalizzata è una delle facoltà che fa dell’uomo un uomo con la “U” maiuscola. Discriminare non è altro che il legittimo esercizio del diritto di scegliere e quindi di escludere. Discriminare non è altro che il legittimo diritto ad avere delle simpatie e delle preferenze e quindi di negare a terzi la nostra amicizia o la nostra solidarietà. Discriminare non è altro che il legittimo diritto di non accettare uno scambio. In fondo non è altro che un atto di libertà. È perfettamente naturale. Lo facciamo tutti i giorni. Tutti. Il diritto di discriminare è sempre legittimo? No. Esso lo è solo quando vengono rispettati e tutelati i diritti di proprietà degli individui. Da ciò che mi appartiene, dal mio corpo, dai frutti del mio lavoro, dai miei beni, ho il legittimo diritto di escludere chiunque. Ve lo immaginate un mondo in cui siete costretti ad avere amici che non desiderate, o magari a sostenere persone i cui comportamenti vi indignano profondamente? O semplicemente persone con cui, per una qualche ragione, per quanto razionale e sensata essa sia, desiderate non avere nulla a che fare? Siete sicuri che un mondo simile sia un mondo di libertà? Non credo proprio. Un mondo che rifiuta la diversità e la possibilità di scegliere è un mondo livellato, appiattito. È un mondo potenzialmente totalitario e fonte di tensioni e conflitti. Per quale ragione allora la parola discriminazione è guardata con tanto sospetto? Semplicemente perché abbiamo un’organizzazione, chiamata Stato, che invece di limitarsi a definire e proteggere i diritti di proprietà si è attribuita o si è vista attribuire un sacco di compiti e obiettivi. E come li raggiunge? Calpestando i principi di proprietà e di libero scambio (o di rifiuto dello scambio medesimo), soppiantandoli con quelli di collettività e di bene pubblico. Risultato: le ormai continue risse tra “destra” e “sinistra”, immancabilmente destinare a continuare ancora a lungo. Perché? Perché sono entrambe politiche volte a creare aree di gestione pubblica, arbitrarie, e quindi a prevaricare il legittimo diritto di ogni singolo individuo di discriminare o meno, nei limiti fissati dalle sue proprietà. Non ci sarà mai consenso quando il collettivo, la maggioranza che in un determinato momento controlla ed esercita il potere, si arroga il diritto di imporre il proprio volere a milioni di persone con speranze, ideali, simpatie e aspirazioni diverse. Come uscirne? Rivalutando l’individuo nella sua interezza, riportando lo Stato al suo ruolo “naturale” di “guardiano notturno”. Il resto sono chiacchiere che hanno finito per stancare.
Gabriele Lafranchi, presidente dell’Associazione Liberisti Ticinesi
09:00 Scritto in Associazione Liberisti Ticinesi, Filosofia politica | Link permanente | Commenti (7) | Segnala | Tag: Discriminazione, diritto, libera scelta
31/10/2007
Il mito del servizio pubblico
Con colpevole ritardo segnalo la pubblicazione da parte degli amici dell' Institut Constant de Rebecque di Losanna di un interessante paper dal titolo "Il mito del servizio pubblico". Buona lettura a tutti.
14:13 Scritto in Filosofia politica | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: Servizio pubblico, Institut Constant, liberalismo, bene comune
23/09/2007
Concetto insostenibile
C’era un tempo in cui si riteneva che la Legge avesse lo scopo di porre degli argini al potere politico. In gioco vi era la protezione della libertà individuale. Oggi non è più così. Oggi si ricorre alla Legge per legittimare la violazione della libertà. Se poi si agisce nell’ambito delle grandi cause politicamente corrette allora il successo è assicurato. Ovviamente più i concetti sono liberamente interpretabili dai politici di turno e meglio è. Sono quelli che Ayn Rand definiva i “falsi concetti”, tra i quali non può mancare quello di sviluppo sostenibile, che immancabilmente fa bella mostra di sé anche nella Costituzione svizzera (art.73).
La data di nascita è il 1987. Gro Harlem Brundtland, Presidente della Commissione Mondiale su Ambiente e Sviluppo, presenta il proprio rapporto e formula una definizione di sviluppo sostenibile: "lo sviluppo che è in grado di soddisfare i bisogni della generazione presente, senza compromettere la possibilità che le generazioni future riescano a soddisfare i propri". Col tempo, da concetto prettamente ecologico, il “principio” dello sviluppo sostenibile subisce delle modifiche sino a comprendere tutte quelle politiche volte a tener conto degli interessi collettivi in ambito economico, ecologico e sociale. Il concetto si regge sostanzialmente su tre assi portanti: la nozione di bisogno, quella di limite delle risorse e quella di sostenibilità. Il problema è che le travi scricchiolano e parecchio:
a) Il concetto di bisogno è il risultato di una valutazione soggettiva del singolo individuo (è propria di ogni essere umano) le cui preferenze vengono rivelate nell’ambito degli scambi di mercato, e la cui intersoggettività è autoregolata dal prezzo. Difficilmente quindi si capisce come gli uomini dello Stato possano correttamente interpretare i bisogni della popolazione, per non parlare poi di quelli delle generazioni future.
b) Il concetto di limite, o meglio della sua esistenza, ha senso unicamente se si suppone che la tecnologia non subirà modifiche, che il consumo può essere estrapolato indipendentemente dal prezzo e che la nozione di risorsa naturale non cambierà con il tempo. Nessuna di queste ipotesi è sensata. Il concetto di limite è un mito quantitativo che ignora la visione economica del valore delle cose. Una risorsa naturale in quanto tale non esiste o quantomeno non esiste al di fuori dell’atto di creazione degli uomini (il petrolio, prima di diventare una risorsa di primaria importanza a seguito del progresso tecnico, non interessava a nessuno).
c) Anche la visione “sostenibile” della sostenibilità è contestabile e, guarda caso, anche questa volta ad essere accantonati sono i principi economici. Politici e funzionari ritengono di potersi sostituire al tasso di interesse, dimenticando la lezione ben nota già dai tempi di San Tommaso d’Aquino. Il grande religioso cattolico aveva ben spiegato che il tasso d’interesse è il prezzo del tempo, è l’informazione che funge da arbitro tra la preferenza per il presente e quella per il futuro. Solo il tasso di interesse permette di far emergere le preferenze in termini di tempo.
In conclusione, non è quindi difficile, comprendere perché un concetto tanto elastico, vago e liberamente interpretabile goda dei favori degli uomini dello Stato. Perché ha il merito di legittimare qualsiasi regolamentazione e di accrescere il potere pubblico, attribuendogli, come se non bastasse, un margine di movimento totalmente arbitrario. In fondo, quello di sviluppo sostenibile è un concetto che nega la capacità dell’uomo di creare e innovare, e che dimentica l’esistenza di una nostra fedele compagna di tutti i giorni: l’ignoranza. Che cosa ci fa un “principio” simile nella Costituzione svizzera?
PS: questa lettera è stata inviata ai tre quotidiani ticinesi con preghiera di pubblicazione. Il Corriere del Ticino l'ha pubblicata gà stamane. Grazie.
22:35 Scritto in Associazione Liberisti Ticinesi, Filosofia politica, Società | Link permanente | Commenti (2) | Segnala | Tag: sviluppo sostenibile, ambiente, ecologia, verdi
24/08/2007
Quando non si è più schiavi?
"Per riflettere sulla vera “questione di giustizia” rappresentata dalla tassazione, vale la pena tornare ad un’utile parabola di Herbert Spencer, ripresa da Robert Nozick in un passo molto famoso. Parafrasando Nozick, immaginiamo le nove scene di questa storia:
(1) C’è uno schiavo, completamente alla mercé dei voleri del suo padrone. Viene spesso maltrattato, fatto lavorare agli orari più improbabile, malnutrito.
(2) Il padrone diventa un po’ più gentile e picchia lo schiavo soltanto quando non rispetta ripetutamente le sue istruzioni. Comincia a concedergli un po’ di tempo libero.
(3) Il padrone comincia ad avere non uno ma un gruppo di schiavi, e comincia a dividere un minimo di cose fra di loro, tenendo conto dei loro bisogni e prendendo atto dei loro meriti e della loro fatica.
(4) Il padrone consente ai suoi schiavi di lavorare quattro giorni per sé, e chiede loro di faticare sui suoi possedimenti solo per tre giorni a settimana. Il resto del tempo è tutto loro.
(5) Il padrone concede ai suoi schiavi di lasciare la sua casa e di andare a lavorare dove desiderino, per ottenere un salario. Chiede loro soltanto che gli rendano 3/7 dei loro guadagni. Mantiene inoltre il potere di richiamarli alla piantagione per delle emergenze, di proibire loro attività che possano mettere in pericolo il suo ritorno finanziario sul capitale investito (non possono fare fumare, consumare droghe, bere stando alla guida, andare in moto senza casco), e di aumentare o diminuire la quota di reddito che gli preleva.
(6) Il padrone consente a 10.000 suoi schiavi, cioè tutti eccetto te, di votare, e loro possono decidere assieme qual è la porzione di reddito (loro e tuo) alla quale rinunciare, e che uso ne viene fatto.
(7) Nonostante tu non abbia ancora il diritto di voto, hai il diritto di discutere con gli altri 10.000, per persuaderli circa l’uso migliore che sia possibile fare delle risorse “comuni”.
(8) Avendo apprezzato il tuo utile contributo, i 10.000 ti consentono di votare quando vi sia un pareggio nelle votazione.
(9) I 10.000 accettano che tu voti con loro. Quando vi sarà una situazione di parità fra gli altri votanti, il tuo voto sarà decisivo. Altrimenti, no.
Chiede Nozick: quando, nelle nove scene, questa ha smesso di essere la storia di uno schiavo?"
Fonte: questo testo del grande Alberto Mingardi, direttore generale dell'Istituto Bruno Leoni
22:14 Scritto in Filosofia politica | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | Tag: tasse, furto, giustizia, schiavitù

