21/11/2007
Il braccio armato della casta
“Lo Stato fornisce un canale legale, ordinato e sistematico per la spogliazioine dellla proprietà privata; è per mezzo dello Stato che il cordone ombellicale che lega la casta parassitaria alla società viene reso certo, sicuro e relativamente pacifico.” Murray Rothbard
10:04 Scritto in Filosofia politica | Link permanente | Commenti (0) | Manda | Tag: Stato, proprietà privata, casta
16/11/2007
Discriminare è un Diritto dell’Uomo
La parola è di quelle impronunciabili, di quelle che possono rovinare la carriera politica e magari anche professionale. Nella lista dei termini vietati dal politicamente corretto e dai moralisti dall’indignazione facile occupa senza dubbio una posizione di rilievo. Discriminare non si dice e non si fa. Già la parola è di quelle da condannare, immaginiamoci poi quando qualcuno passa all’azione. Apriti cielo. Ammettiamolo, non c’è partita. La condanna è immediata. Meglio, molto meglio farsi paladini dell’uguaglianza e dell’integrazione. D’altronde è comprensibile. I fautori della discriminazione, perché ci sono, si giustificano in malomodo, ricorrendo ad argomenti fallaci e solo apparentemente consistenti. Ne consegue che ad essere criminalizzata è una delle facoltà che fa dell’uomo un uomo con la “U” maiuscola. Discriminare non è altro che il legittimo esercizio del diritto di scegliere e quindi di escludere. Discriminare non è altro che il legittimo diritto ad avere delle simpatie e delle preferenze e quindi di negare a terzi la nostra amicizia o la nostra solidarietà. Discriminare non è altro che il legittimo diritto di non accettare uno scambio. In fondo non è altro che un atto di libertà. È perfettamente naturale. Lo facciamo tutti i giorni. Tutti. Il diritto di discriminare è sempre legittimo? No. Esso lo è solo quando vengono rispettati e tutelati i diritti di proprietà degli individui. Da ciò che mi appartiene, dal mio corpo, dai frutti del mio lavoro, dai miei beni, ho il legittimo diritto di escludere chiunque. Ve lo immaginate un mondo in cui siete costretti ad avere amici che non desiderate, o magari a sostenere persone i cui comportamenti vi indignano profondamente? O semplicemente persone con cui, per una qualche ragione, per quanto razionale e sensata essa sia, desiderate non avere nulla a che fare? Siete sicuri che un mondo simile sia un mondo di libertà? Non credo proprio. Un mondo che rifiuta la diversità e la possibilità di scegliere è un mondo livellato, appiattito. È un mondo potenzialmente totalitario e fonte di tensioni e conflitti. Per quale ragione allora la parola discriminazione è guardata con tanto sospetto? Semplicemente perché abbiamo un’organizzazione, chiamata Stato, che invece di limitarsi a definire e proteggere i diritti di proprietà si è attribuita o si è vista attribuire un sacco di compiti e obiettivi. E come li raggiunge? Calpestando i principi di proprietà e di libero scambio (o di rifiuto dello scambio medesimo), soppiantandoli con quelli di collettività e di bene pubblico. Risultato: le ormai continue risse tra “destra” e “sinistra”, immancabilmente destinare a continuare ancora a lungo. Perché? Perché sono entrambe politiche volte a creare aree di gestione pubblica, arbitrarie, e quindi a prevaricare il legittimo diritto di ogni singolo individuo di discriminare o meno, nei limiti fissati dalle sue proprietà. Non ci sarà mai consenso quando il collettivo, la maggioranza che in un determinato momento controlla ed esercita il potere, si arroga il diritto di imporre il proprio volere a milioni di persone con speranze, ideali, simpatie e aspirazioni diverse. Come uscirne? Rivalutando l’individuo nella sua interezza, riportando lo Stato al suo ruolo “naturale” di “guardiano notturno”. Il resto sono chiacchiere che hanno finito per stancare.
Gabriele Lafranchi, presidente dell’Associazione Liberisti Ticinesi
09:00 Scritto in Associazione Liberisti Ticinesi , Filosofia politica | Link permanente | Commenti (7) | Manda | Tag: Discriminazione, diritto, libera scelta
31/10/2007
Il mito del servizio pubblico
Con colpevole ritardo segnalo la pubblicazione da parte degli amici dell' Institut Constant de Rebecque di Losanna di un interessante paper dal titolo "Il mito del servizio pubblico". Buona lettura a tutti.
14:13 Scritto in Filosofia politica | Link permanente | Commenti (0) | Manda | Tag: Servizio pubblico, Institut Constant, liberalismo, bene comune
23/09/2007
Concetto insostenibile
C’era un tempo in cui si riteneva che la Legge avesse lo scopo di porre degli argini al potere politico. In gioco vi era la protezione della libertà individuale. Oggi non è più così. Oggi si ricorre alla Legge per legittimare la violazione della libertà. Se poi si agisce nell’ambito delle grandi cause politicamente corrette allora il successo è assicurato. Ovviamente più i concetti sono liberamente interpretabili dai politici di turno e meglio è. Sono quelli che Ayn Rand definiva i “falsi concetti”, tra i quali non può mancare quello di sviluppo sostenibile, che immancabilmente fa bella mostra di sé anche nella Costituzione svizzera (art.73).
La data di nascita è il 1987. Gro Harlem Brundtland, Presidente della Commissione Mondiale su Ambiente e Sviluppo, presenta il proprio rapporto e formula una definizione di sviluppo sostenibile: "lo sviluppo che è in grado di soddisfare i bisogni della generazione presente, senza compromettere la possibilità che le generazioni future riescano a soddisfare i propri". Col tempo, da concetto prettamente ecologico, il “principio” dello sviluppo sostenibile subisce delle modifiche sino a comprendere tutte quelle politiche volte a tener conto degli interessi collettivi in ambito economico, ecologico e sociale. Il concetto si regge sostanzialmente su tre assi portanti: la nozione di bisogno, quella di limite delle risorse e quella di sostenibilità. Il problema è che le travi scricchiolano e parecchio:
a) Il concetto di bisogno è il risultato di una valutazione soggettiva del singolo individuo (è propria di ogni essere umano) le cui preferenze vengono rivelate nell’ambito degli scambi di mercato, e la cui intersoggettività è autoregolata dal prezzo. Difficilmente quindi si capisce come gli uomini dello Stato possano correttamente interpretare i bisogni della popolazione, per non parlare poi di quelli delle generazioni future.
b) Il concetto di limite, o meglio della sua esistenza, ha senso unicamente se si suppone che la tecnologia non subirà modifiche, che il consumo può essere estrapolato indipendentemente dal prezzo e che la nozione di risorsa naturale non cambierà con il tempo. Nessuna di queste ipotesi è sensata. Il concetto di limite è un mito quantitativo che ignora la visione economica del valore delle cose. Una risorsa naturale in quanto tale non esiste o quantomeno non esiste al di fuori dell’atto di creazione degli uomini (il petrolio, prima di diventare una risorsa di primaria importanza a seguito del progresso tecnico, non interessava a nessuno).
c) Anche la visione “sostenibile” della sostenibilità è contestabile e, guarda caso, anche questa volta ad essere accantonati sono i principi economici. Politici e funzionari ritengono di potersi sostituire al tasso di interesse, dimenticando la lezione ben nota già dai tempi di San Tommaso d’Aquino. Il grande religioso cattolico aveva ben spiegato che il tasso d’interesse è il prezzo del tempo, è l’informazione che funge da arbitro tra la preferenza per il presente e quella per il futuro. Solo il tasso di interesse permette di far emergere le preferenze in termini di tempo.
In conclusione, non è quindi difficile, comprendere perché un concetto tanto elastico, vago e liberamente interpretabile goda dei favori degli uomini dello Stato. Perché ha il merito di legittimare qualsiasi regolamentazione e di accrescere il potere pubblico, attribuendogli, come se non bastasse, un margine di movimento totalmente arbitrario. In fondo, quello di sviluppo sostenibile è un concetto che nega la capacità dell’uomo di creare e innovare, e che dimentica l’esistenza di una nostra fedele compagna di tutti i giorni: l’ignoranza. Che cosa ci fa un “principio” simile nella Costituzione svizzera?
PS: questa lettera è stata inviata ai tre quotidiani ticinesi con preghiera di pubblicazione. Il Corriere del Ticino l'ha pubblicata gà stamane. Grazie.
22:35 Scritto in Associazione Liberisti Ticinesi , Filosofia politica , Società | Link permanente | Commenti (2) | Manda | Tag: sviluppo sostenibile, ambiente, ecologia, verdi
24/08/2007
Quando non si è più schiavi?
"Per riflettere sulla vera “questione di giustizia” rappresentata dalla tassazione, vale la pena tornare ad un’utile parabola di Herbert Spencer, ripresa da Robert Nozick in un passo molto famoso. Parafrasando Nozick, immaginiamo le nove scene di questa storia:
(1) C’è uno schiavo, completamente alla mercé dei voleri del suo padrone. Viene spesso maltrattato, fatto lavorare agli orari più improbabile, malnutrito.
(2) Il padrone diventa un po’ più gentile e picchia lo schiavo soltanto quando non rispetta ripetutamente le sue istruzioni. Comincia a concedergli un po’ di tempo libero.
(3) Il padrone comincia ad avere non uno ma un gruppo di schiavi, e comincia a dividere un minimo di cose fra di loro, tenendo conto dei loro bisogni e prendendo atto dei loro meriti e della loro fatica.
(4) Il padrone consente ai suoi schiavi di lavorare quattro giorni per sé, e chiede loro di faticare sui suoi possedimenti solo per tre giorni a settimana. Il resto del tempo è tutto loro.
(5) Il padrone concede ai suoi schiavi di lasciare la sua casa e di andare a lavorare dove desiderino, per ottenere un salario. Chiede loro soltanto che gli rendano 3/7 dei loro guadagni. Mantiene inoltre il potere di richiamarli alla piantagione per delle emergenze, di proibire loro attività che possano mettere in pericolo il suo ritorno finanziario sul capitale investito (non possono fare fumare, consumare droghe, bere stando alla guida, andare in moto senza casco), e di aumentare o diminuire la quota di reddito che gli preleva.
(6) Il padrone consente a 10.000 suoi schiavi, cioè tutti eccetto te, di votare, e loro possono decidere assieme qual è la porzione di reddito (loro e tuo) alla quale rinunciare, e che uso ne viene fatto.
(7) Nonostante tu non abbia ancora il diritto di voto, hai il diritto di discutere con gli altri 10.000, per persuaderli circa l’uso migliore che sia possibile fare delle risorse “comuni”.
(8) Avendo apprezzato il tuo utile contributo, i 10.000 ti consentono di votare quando vi sia un pareggio nelle votazione.
(9) I 10.000 accettano che tu voti con loro. Quando vi sarà una situazione di parità fra gli altri votanti, il tuo voto sarà decisivo. Altrimenti, no.
Chiede Nozick: quando, nelle nove scene, questa ha smesso di essere la storia di uno schiavo?"
Fonte: questo testo del grande Alberto Mingardi, direttore generale dell'Istituto Bruno Leoni
22:14 Scritto in Filosofia politica | Link permanente | Commenti (1) | Manda | Tag: tasse, furto, giustizia, schiavitù
17/08/2007
Mistero...
Quello che segue è solo un estratto del famoso discorso di John Galt, il protagonista de "La rivolta di Atlante" di Ayn Rand. "Le problème de la production, vous disent-ils, n’a aucun intérêt et ne mérite aucune attention particulière; le seul problème proposé à vos "réflexes" est donc la question de la distribution. Qui a résolu le problème de la production? L’humanité, selon eux. Quelle était la solution? Les marchandises sont là. Comment sont-elles arrivées là? D’une manière ou d’une autre. De quelle cause sont-elles l’effet? Rien n’a de cause. Ils prétendent que tout homme a le droit de vivre sans travailler et, en dépit des lois de la réalité, qu’il a droit à un "minimum vital" – un toit, des aliments et des vêtements –, sans faire aucun effort, comme un privilège de naissance. Qui doit lui fournir tout cela? Mystère. Chaque homme, annoncent-ils, possède une part égale des avancées technologiques réalisées dans le monde. Réalisées… par qui? Mystère. Ces lâches enragés qui posent en défenseurs des industriels redéfinissent maintenant l’économie comme une technique d’ajustement entre les désirs illimités des hommes et les biens produits en quantité limitée. Produits… par qui? Mystère. Ces escrocs intellectuels qui veulent passer pour des professeurs se gaussent des penseurs d’autrefois car leurs théories sociales faisaient l’hypothèse de la rationalité humaine; mais puisque l’homme n’est pas rationnel, déclarent-ils, il doit y avoir un système qui lui permet d’exister en étant irrationnel, ce qui signifie: en défiant la réalité. Qui rendra cela possible? Mystère. À chaque fois qu’un gratte-papier griffonne des plans pour contrôler la production du genre humain, que l’on soit d’accord ou non avec ses statistiques, personne ne remet en question son droit d’imposer ses idées par la force des armes. Imposer… à qui? À votre avis?"
20:20 Scritto in Filosofia politica | Link permanente | Commenti (0) | Manda | Tag: Ayn Rand, La rivolta di Atlante, oggettivismo, libertà
31/07/2007
Consumismo, libertà, mercato
"il mercato è uno strumento neutrale: i camerieri non sono responsabili dell’obesità dei loro clienti. Colpevolizzarne il gusto, ritenendolo “indotto” da chi vende, è una scorciatoia per spiegare il fatto che le proprie preferenze non collimino con quelle dei più: problema all’ordine del giorno, per l’intellettuale. Al contrario, il consumismo è davvero anche libertà: è la libertà minuta di scegliere cosa fare delle, poche o tante, risorse che si hanno a disposizione. Come interrompere la sterilità del denaro, trasformandolo in qualcosa che dà senso. Ed è una libertà che cammino sul filo della più arroventata delle parole: profitto. Se entro in libreria e chiedo un libro di Goethe, il libraio mi dà Goethe. Ma se ci entro e gli chiedo Marx, o Toni Negri, o Marcuse, mi dà Marx, Toni Negri, Marcuse. La mia libertà di leggere ciò che desidero è la sua libertà di fare soldi. Persino strategie di consumo alternative, lanciate a bomba contro l’ingiustizia e lo stato imperialista delle multinazionali, vincono se riescono a creare la massa critica necessaria a suggellare l’esistenza di un mercato, perdono se non ce la fanno. Il capitalismo forse è miope, ed inonda cinema, edicole e librerie di prodotti votati alla sua distruzione. Solo che questo masochismo è il modo in cui alimenta se stesso. Ed è il motivo per cui ha vinto la partita della storia. Questa libertà stracciona e essenziale, è merce che vende in esclusiva." Alberto Mingardi, estratto di questo articolo.
14:40 Scritto in Filosofia politica | Link permanente | Commenti (2) | Manda | Tag: consumismo, mercatoo, libertà
26/06/2007
Democrazia, tra crisi dei partiti e aspettative deluse
La crisi dei partiti è tornata ad essere tema di dibattito sul Corriere del Ticino di queste ultime settimane. Recentemente Manuele Bertoli ha parlato di crisi della politica, ricordando che in fondo i partiti, con i loro pregi e difetti rimangono “mezzi organizzativi”. La tesi è suggestiva ma non credo colga totalmente nel segno, così come non coglie nel segno nemmeno il concentrarsi a riflettere sulla crisi di fiducia dei partiti e sulla loro necessità di rinnovamento. Il disinteresse, l’ostilità e il sospetto con cui molti guardano alla politica e ai partiti sono talmente generalizzati che la causa principale va ricercata nell’aspettative suscitate da uno dei pilastri del nostro vivere comune, la democrazia, e in quel fortunato aforisma di Lincoln che può essere tradotto in “governo del popolo, dal popolo, per il popolo”, espressione tanto esaltante quanto portatrice di colossali delusioni. Le promesse non sono state mantenute, e oggi nella popolazioni domina il disincanto. Credo che le ragioni siano sostanzialmente tre.
La prima: l’intervento dello Stato è stato spesso difeso e auspicato per correggere le insufficienze del mercato (non è qui il momento di riflettere sul fatto che questa analisi sia corretta o meno), sottovalutando o dimenticando di considerare le insufficienze dello Stato medesimo, messe chiaramente in luce dalla scuola detta del “Public Choise”. L’economista francese Henri Lepage ne riassume i contorni così : “non è perché lo Stato interviene che tutto sarà perfetto e che non ci saranno insufficienze nella produzione di beni pubblici. Di queste insufficienze ne trovate l’analisi nei lavori di Buchanan e Tullock: asimmetria dell’informazione, asimmetria dei voti, la teoria dei gruppi di pressione, ecc.. Queste analisi permettono di dimostrare che la democrazia non è la media dell’insieme delle opinioni, ma che è ampiamente utilizzata da gruppi di pressione particolari, e che i principali beneficiari della democrazia sono alcuni gruppi di pressione. Non tutti sono in grado di organizzarsi, ci sono dei gruppi per i quali il costo dell’organizzazione è elevato e altri per i quali è più ridotto. Un gruppo di consumatori è difficile da organizzare. Al contrario, un piccolo gruppo di produttori alla ricerca di una legge che riduca la concorrenza può costituirsi più facilmente. Lo Stato è così catturato da gruppi di interesse particolari”, tra i quali, lo si dimentica troppo spesso, quello dei dipendenti dello Stato stesso. Il risultato di queste continue richieste di intervento statale si possono riassumere in esplosione del debito pubblico, incremento della pressione fiscale e del numero dei funzionari, inflazione, svalutazione della moneta, crisi economiche di “lunga durata”.
La seconda è costituita dall’impossibilità del calcolo economico, illustrata in modo magistrale da Ludwig von Mises quasi 90 anni fa, impossibilità a cui sono confrontate tutte le amministrazioni pubbliche. Essa costituisce il limite della burocrazia, indipendentemente dalla qualità degli individui che vi operano all’interno. Sprechi e inefficienze sono inevitabili.
La terza: l’interventismo statale è stato di volta in volta sorretto da argomentazioni contingenti, ma i riferimenti al dovere della solidarietà e alla necessità di concretizzare la giustizia sociale sono onnipresenti. In fondo non è forse il “governo del popolo, dal popolo, per il popolo”? In queste condizioni, screditare i “Neinsager” è cosa relativamente semplice. Non sono forse tutti degli egoisti senza cuore? Peccato che la solidarietà obbligatoria provochi irresponsabilità e riduca il tempo destinato alla solidarietà liberamente esercitata, quella vera dunque, e che il concetto di giustizia sociale sia un’arma ad effetto la cui definizione non è però ancora stata fornita. Vale la pena riflettere su quanto scritto da uno dei grandi filosofi liberali viventi, Anthony de Jasay: “La democrazia moderna deve far uso di offerte redistributive per assemblare maggioranze e non può affatto permettersi di ammettere che tali pratiche siano illegittime. Quindi la visione classica, “non c’è ingiustizia senza atti ingiusti che la causino”, è stata liquidata. Per un certo periodo di tempo, per sostituirla, è stata invocata la “giustizia sociale”. A differenza della giustizia tout court, la giustizia sociale non aveva regole che potessero essere rispettate o infrante. Quindi nessuno può mai davvero dire quando lo stato delle cose sia “socialmente giusto”. Ma esso può essere sempre reso “un po’ più giusto” aggiungendo un altro pezzo al puzzle welfarista che è stato modellato da un passato redistribuivo. La giustizia sociale è un’idea molto utile poiché essa avvolge l’opportunità politica, o la passione egalitaria, nel ben nobile mantello della giustizia. Sul piano dottrinale, tuttavia, è pietosamente vacua.”
Direttamente o indirettamente i partiti svolgono un ruolo essenziale in tutti questi aspetti, fosse solo per il fatto che tutte le persone che contano devono farne parte per svolgere un ruolo che conta all’interno dell’apparato statale. Non sorprende quindi il comportamento dell’elettore desideroso di pagare meno tasse e di ricevere più servizi. Per i membri della cosiddetta “classe media” è infatti difficile sapere se si trovano nella categoria di quelli che danno più di quanto ricevono, o che ricevono più di quanto danno. Tra leggi, tasse, imposte, ordinanze, deduzioni, prestiti, dazi, incentivi ecc. il calcolo è tutto fuorché semplice. Pagare di meno e volere nel contempo di più sarà anche incoerente da un punto di vista logico, ma ha una sua razionalità se consideriamo che la presenza dello Stato consente di non subire in prima persona le conseguenze delle proprie scelte.
Quali conclusioni trarre da tutto ciò? La mia proposta non piacerà certo a Manuele Bertoli, ma credo che la credibilità dei partiti passi inevitabilmente per una drastica riduzione del ruolo dello Stato e, conseguentemente, del peso dei partiti sulla società: a) affinché la leggi tornino ad essere il supremo strumento di tutela della proprietà e della libertà (l’autentico “bene pubblico”) e non la spada da sguainare per assicurarsi ogni sorta di privilegio, b) affinché il voto di ogni singolo individuo, distribuito ogni giorno sul mercato tramite l’adesione (acquisto) o la discriminazione (non acquisto), venga privilegiato rispetto alla ripartizione tramite la contrattazione politica, e, infine, c) affinché la responsabilità individuale ottenga più spazio a scapito dell’irresponsabilità degli uomini dello Stato. Paradossalmente, sarebbe proprio la politica e lo Stato medesimo a recuperare buona parte della credibilità perduta. Per capirlo è sufficiente leggere quanto scrisse Frédéric Bastiat, il grande economista francese dell’Ottocento, a difesa dello Stato minimo o se preferite dello Stato “guardiano notturno”: “Il potere ne sarebbe per questo ridotto? Perderà di stabilità perché sarà diventato meno esteso? Avrà meno autorità perché avrà meno compiti? Si attirerà meno rispetto perché riceverà meno lamentele? Sarà maggiormente sottoposto alle pressioni delle varie fazioni perché saranno ridotti gli enormi budget e di conseguenza le possibilità di influenza delle varie fazioni? Correrà più rischi quando avrà meno responsabilità? Mi sembra evidente il contrario.” Certo, riportare lo Stato entro i suoi “argini naturali” non sarà facile, ma il primo passo è quello indicato da Ludwig von Mises: “i governi diventano liberali quando vi sono costretti dai cittadini”. C’è qualche politico o semplice cittadino a cui interessa veramente lavorare per risolvere la crisi dei partiti?
Gabriele Lafranchi, presidente dell’Associazione Liberisti Ticinesi. Questa lettera è stata inviata al Corriere del Ticino. Vedremo nei prossimi giorni se la pubblicano.
22:15 Scritto in Associazione Liberisti Ticinesi , Filosofia politica , politica svizzera , Società | Link permanente | Commenti (4) | Manda | Tag: Crisi dei partiti, Ticino
21/06/2007
Politica, successo e buonismo
"In der Politik hat man die Bedeutung der Ziele in der Theorie erkannt, aber messbare Ziele sind selten. Weil das Erreichen von Ziele schwierig ist, setzt man sie so, dass die Erreichbarkeit nicht messbar ist: Man spricht von fördern, verbessern, konsolidieren, harmonisieren und dergleichen mehr, also lauter Tätigkeiten, di gut tönen, aber letztlich nicht messbar sind. Das eigene Handeln, nicht das Ziel ist meist der Mittelpunkt der Politik. Das ist das Problem der Politik. Ganz schwierig wird es dort, wo man mit Menschen zu tun hat, die gut sein wollen. Das kommt in der Politik besonders häufig vor. Wer selbst immer gut dastehen will, ist das Gegenteil von dem, der Gutes tut. Wer einen gute Zustand erreichen will, muss oft ohne Rücksicht auf sein Ansehen handeln und kann nicht immer gut dastehen. Leider geht es vielen um das eigene „Gutes tun“. Beispielhaft zu sehen ist dies an der Entwicklungshilfe. Nach Jahren der Hilfe ist der Zustand Afrikas immer schlechter geworden. Trotzdem löst allein die kritische Frage, ob vielleicht der Weg „Entwicklungshilfe“ falsch sei, Proteststürme aus. Wer wagt es, die Entwicklungshilfe , eine so edle, gute Tätigkeit, zu hinterfragen? Die Proteste auf die besorgte Frage nach dem Erfolg zeigen, dass sie nicht gestellt werden darf, weil sie für die Verantwortlichen gefährlich ist. Kritiker werden als hartherzig hingestellt und mit Fotos von hungernden Kindern als unmoralisch abgetan. Dabei wollen gerade die Kritiker den Zustand des Kontinentes verbessern, während sich die anderen am eigenen Helfen und am eigenen „Guten tun“ erfreuen." Christoph Blocher, Weltwoche del 21 giugno, pagina 51.
21:02 Scritto in Filosofia politica | Link permanente | Commenti (0) | Manda | Tag: Blocher, buonismo, politica
09/06/2007
La giustizia sociale, "pietosamente vacua"
La democrazia moderna deve far uso di offerte redistributive per assemblare maggioranze e non può affatto permettersi di ammettere che tali pratiche siano illegittime. Quindi la visione classica, “non c’è ingiustizia senza atti ingiusti che la causino”, è stata liquidata. Per un certo periodo di tempo, per sostituirla è stata invocata la “giustizia sociale”. A differenza della giustizia tout court, la giustizia sociale non aveva regole che potessero essere rispettate o infrante. Quindi nessuno può mai davvero dire quando lo stato delle cose sia “socialmente giusto”. Ma esso può essere sempre reso “un po’ più giusto” aggiungendo un altro pezzo al puzzle welfarista che è stato modellato da un passato redistributivo. La giustizia sociale è un’idea molto utile poiché essa avvolge l’opportunità politica, o la passione egalitaria, nel ben nobile mantello della giustizia. Sul piano dottrinale, tuttavia, è pietosamente vacua. Anthony de Jasay
Fonte: questo testo tradotto da Alberto Mingardi
22:46 Scritto in Filosofia politica | Link permanente | Commenti (0) | Manda | Tag: giustizia sociale, Anthony de Jasay

