18/02/2011
Di chi è stata la colpa della crisi finanziaria?
L'avvocato Stelio Pesciallo ha scirtto sul Corriere del Ticino di venerdì 18 febbraio un testo che vale la pena riportare qui. E' talmente raro leggere questo tipo di prese di posizione che non possono non essere segnalate. Qui si sottoscrive ovviamente parla per parola: "Sono stati recentemente pubblicati i tre rapporti (uno di maggioranza e due di minoranza) da parte di una commissione del congresso degli Stati Uniti incaricata di indagare sulle cause che hanno portato alla crisi finanziaria degli ultimi anni. Dalla stampa specializzata (per esempio la NZZ e l'Economist) abbiamo appreso che mentre il rapporto di maggioranza, redatto dai rappresentanti democratici, punta l'indice soprattutto sugli ambienti bancari e finanziari, attratti dall'«ingordigia del danaro», e sulle sue autorità di sorveglianza (banche centrali,autorità di sorveglianza sulle borse ecc) colpevoli di non avere controllato e limitato la loro attività, i due rapporti di minoranza repubblicani accentuano l'uno la responsabilità di tutti gli attori (pubblici e privati) e l'altro della politica pubblica dell'accesso all'alloggio che, sostenuta da misure monetarie e creditizie lassiste, ha permesso la formazione della bolla immobiliare.
Tutti e tre i rapporti non hanno però messo in rilievo le vere cause della bolla finanziaria bensì piuttosto le manifestazioni che l'hanno caratterizzata e pertanto gli effetti che si sono prodotti. Le vere cause devono essere ricercate in una rigorosa quanto semplice analisi economica che purtroppo l'opinione maggioritaria degli economisti, pressoché quasi tutti i partiti politici, gli ambienti governativi e le banche centrali, non vogliono né possono fare in quanto renderebbe evidente che all'origine della crisi vi sono scelte dettate da opportunismo, calcoli di vantaggi immediati o ignoranza. Molto più semplice e appagante, ma anche molto fuorviante, è indicare genericamente l'origine dei mali negli speculatori come fanno ad esempio il presidente francese Sarkozy o il ministro italiano Tremonti o nei «centri del capitalismo mondiale», come ha detto l'altro ieri l'ex presidente brasiliano Lula Da Silva.
L'unica scuola economica che abbia cercato di spiegare e motivare in modo convincente i ricorrenti cicli congiunturali preceduti da periodi di forte sviluppo e regolarmente seguiti da periodi di crisi è la scuola austriaca che ha avuto in Ludwig von Mises e in Friedrich von Hayek i suoi maggiori rappresentanti e che ha prodotto anche negli ultimi anni opere di notevole spessore che aiutano a capire anche i più recenti avvenimenti (tra queste di facile consultazione l'ultima opera dell'economista tedesco Roland Baader, Geldsozialismus, pubblicata in Resch Verlag e quella dell'economista americano Thomas Woods, Meltdown, pubblicata da Regnery Publishing, che non mi consta siano state tradotte in italiano né mi sorprenderebbe se non lo saranno mai).
La teoria di questa scuola, che trova ricorrentemente conferma non solo nell'ultimo secolo da quando è stata emanata, ma anche permette di capire le crisi economiche dei secoli precedenti è che il parametro costante delle nostre economie è caratterizzato da fasi di alta congiuntura, da surriscaldamento economico, formazione di bolle finanziarie e dallo scoppio di queste bolle seguito da periodi di crisi. Questi avvenimenti non sono però causati dall'economia di mercato, bensì dalla politica monetaria costantemente seguita a partire dalla creazione delle banche centrali e di un'unica forma di moneta da parte di tutti gli Stati. Questa politica monetaria è contraddistinta dalla creazione di moneta non sulla base dei principi di libero mercato dettati da domanda e offerta, bensì da decisioni aprioristiche prese dall'autorità statale e sostenute dalle banche centrali. Moneta creata dal nulla quindi, non sostenuta da alcuna copertura e moltiplicata per mezzo degli strumenti di concessione del credito del sistema bancario. Questo sistema è all'origine del cosiddetto boom economico, contraddistinto dalla creazione di ricchezza, che in verità non è vera ricchezza, ma apparenza di ricchezza in quanto basata sul debito e non su valori reali, originata cioè da denaro non prodotto da una prestazione e da denaro prodotto dal credito. Quest'ultimo non crea in effetti risorse bensì ridistribuisce potere d'acquisto non costituendo un prodotto di risparmio accumulato nel passato e derivante dall'impiego di denaro. Ad ogni concessione di credito il denaro in circolazione cresce, favorendo presto o tardi la formazione di una spirale inflazionistica in quanto la creazione di beni, se avviene, interviene più tardi e in misura minore. In particolare, se il denaro in circolazione è aumentato per il tramite di tassi di interesse tenuti artificialmente bassi (come è stato il caso del periodo che ha preceduto la recente crisi), il denaro viene destinato ad impieghi sbagliati e non dettati da necessità economiche e impedisce la formazione di risparmio che avrebbe potuto essere impiegato in validi progetti di investimento. Tassi d'interesse non mossi dal mercato ma per decisione della Banca centrale, la conseguente crescita del volume di credito, la spinta inflazionistica e investimenti sbagliati vengono a formare una spirale che conduce a periodi di boom economico (bolla) cui inesorabilmente fanno seguito crolli finanziari e economici. Per la scuola economica austriaca il periodo del boom, contrariamente all'opinione più diffusa, non costituisce pertanto un fattore positivo in quanto costituisce la causa del ciclo congiunturale instaurato in maniera artificiosa che conduce in definitiva ad un crollo che coinvolge in maniera negativa tutti, ma in modo particolare gli elementi più fragili del sistema economico. Il crollo congiunturale in un sistema di errata politica del denaro che porta alla formazione e al susseguente scoppio della bolla, viene a costituire il necessario e ineluttabile processo di guarigione e di pulizia, se non viene inquinato da ulteriori misure adottate dallo Stato, rispettivamente dalle banche centrali, mediante, per esempio, l'immissione nel sistema economico di nuovo denaro, anche questo creato dal nulla. È pertanto chiaro per la scuola austriaca che le fasi congiunturali che si susseguono regolarmente con formazione di bolle seguite da crolli non sono originate dal mercato (che come tale non è riscontrabile nel nostro sistema economico) bensì dalla politica del denaro e dei tassi d'interesse istaurata dagli Stati e dalle banche centrali. È quindi fuorviante addebitare al mercato gli effetti di misure adottate e imposte dagli Stati in opposizione al libero mercato come anche è illusorio pensare di potere correggere gli errori commessi continuando sulla stessa strada; in tal modo non vi può essere che un peggioramento della situazione e il ripetersi di ulteriori squilibri apportatori di nuove e più gravi crisi. E a soffrirne saranno in termini economici i più deboli, rispettivamente coloro che sono esclusi dalla rete di interessi pubblici e privati istaurata in anni di politica economica statale. Come anche a soffrire saranno i pochi spazi di autonomia e di libertà ancora rimasti e ulteriormente ristretti da ulteriori misure adottate dai poteri dello Stato allo scopo di correggere gli errori del passato e che inevitabilmente, vista non solo la loro inefficacia ma anche e soprattutto i loro effetti negativi, contribuiranno solo a peggiorare la situazione. "
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27/04/2010
Iperinflazione più vicina
Fonte: Corriere del Ticino di martedì 27 aprile Per Lorenzo Infantino e Pierre Leconte la creazione monetaria ha provocato la crisi - Gli Stati troppo indebitati non hanno altra via di uscita che l'iperinflazione
«Le crisi economiche sono provocate dalle politiche monetarie espansive delle banche centrali». Questa frase di Ludwig von Mises potrebbe rappresentare il fondamento teorico della scuola economica austriaca, e, a ben vedere, potrebbe spiegare molto di quanto successo negli anni scorsi. Se ne è parlato sabato a Lugano in una conferenza intitolata «Le crisi economiche e il futuro della moneta», organizzata da L'Associazione liberisti ticinesi, nel corso della quale l'economista italiano Lorenzo Infantino ha spiegato le basi della scuola austriaca di economia. «Quando i tassi di interesse vengono tenuti artificialmente bassi dalla banca centrale - ha notato - si verifica una distorsione dell'allocazione delle risorse, perché gli operatori ecomonici vengono spinti a investimenti sbagliati, e questo rappresenta una distruzione di capitale. A lungo andare si verifica una esplosione degli errori, e questo diventa insostenibile». Come non pensare a questo punto ai quartieri residenziali americani che sono rimasti disabitati e le cui case stanno semplicemente andando in rovina? In questo senso una crisi economica non è provocata, come spiegato dalla teoria keynesiana, da una domanda insufficiente, ma dal fatto che il capitale è stato male indirizzato da tassi artificialmente bassi.
Dal canto suo Pierre Leconte , presidente del Forum monétaire de Genève pour la paix et le développement e collaboratore della Fuchs & Associés di Ginevra, ha affermato che, contrariamente al pensiero dominante oggi, «io credo che non sarà l'intervento statale a salvare la situazione, ma il libero mercato». Infatti, secondo Pierre Leconte, l'attuale sistema monetario è una fonte di instabilità permanente. «Fino al 1914 - ha spiegato - la moneta era legata ad un metallo, quindi le monete erano stabili fra loro e c'era poca inflazione. Il sistema del gold-standard permetteva una grande stabilità politica, impediva un indebitamento eccessivo degli Stati, dato che non si poteva creare moneta e debito, e non esisteva il deficit permanente del commercio estero. Ma gli Stati avevano interesse al controllo della creazione monetaria, dato che avevano bisogno di soldi per pagare la guerra, e quindi abbandonarono l'oro». Per risolvere la situazione, secondo Leconte, oggi bisogna tagliare il legame tra moneta e Stato, perché quest'ultimo emette sistematicamente sempre più moneta, facendo perdere potere d'acquisto alla popolazione.
In questo momento le banche centrali sono in uno stato fallimentare, dato che si sono prese a bilancio molti titoli tossici e titoli statali emessi in questo periodo di crisi.
«Gli Stati non avranno i mezzi per ripagare i loro impegni, e l'unico mezzo che hanno per uscirne sarà l'iperinflazione, dato che le monete perderanno valore. Non c'è accordo per una riforma del sistema monetario internazionale, e molto probabilmente questa riforma verrà fatta in qualche modo dal mercato, che rifuggirà dalle monete degli Stati troppo indebitati e si indirizzerà verso le materie prime e l'oro».
Roberto Giannetti
Qui si ringrazia il Corriere del Ticino per aver seguito l'avvenimento
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18/04/2009
Splendida intervista a Friedrich von Hayek
Da ascoltare e riascoltare qui.
23:07 Scritto in Filosofia politica | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: hayek, scuola austriaca, liberalismo
17/12/2008
C'era una volta la legge
"Sfortunatamente, è venuto meno il fatto che la Legge si sia limitata a svolgere il suo ruolo. È accaduto persino che essa se ne sia allontanata per percorrere strade senza senso e discutibili. Essa ha fatto di peggio: ha agito in opposizione alle sue finalità proprie; essa ha distrutto il suo proprio obiettivo; essa si è applicata ad annientare quella Giustizia che essa doveva far regnare, a cancellare, tra i Diritti, quel limite che era il suo compito di far rispettare; essa ha posto la forza collettiva al servizio di coloro che vogliono sfruttare, senza rischio e senza scrupoli, la Persona, la Libertà o la Proprietà altrui; essa ha trasformato l'Espropriazione in Diritto, al fine di proteggerlo, e la legittima difesa in crimine, in modo da punirlo." Frédéric Bastiat
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11/12/2008
L'illusione del rilancio economico
Qui di seguito un splendido testo di quel grande liberale che è Pascal Salin, pubblicato recentemente sul sito dell' Istituto Bruno Leoni: La crisi finanziaria globale, che interessa un gran numero di Paesi in tutto il mondo, si traduce ora in un rallentamento dell’attività economica, e questo fatto inquieta non poco l’opinione pubblica. Cercando dunque di rispondere a questa preoccupazione, i governi vanno predisponendo “piani di rilancio”. Se restassero totalmente passivi certo li si rimproverebbe, dal momento che tutti i cittadini sono stati abituati a credere che i poteri pubblici abbiano il dovere fondamentale di operare per la prosperità e ne abbiano pure gli strumenti. Si pensa in linea massima che lo Stato moderno sia incaricato di assicurare una politica di stabilizzazione e di crescita, e che nessun altro – e certo non il “mercato” – abbia tale possibilità. Nonostante ciò e a dispetto dell’opinione dominante, per uscire dalla crisi bisogna affidarsi alle capacità di aggiustamento dei mercati. Ma l’azione politica è al tempo stesso facile da capire e drammatica negli effetti: al limite, per un uomo politico è totalmente indifferente che le misure di rilancio adottate siano in grado di giocare un ruolo positivo o negativo. Come potremo sapere, in futuro, se la crescita sarebbe stata più o meno decisa senza le misure di politica economica che sono state decise ora?
Poiché tutto quanto sta a cuore oggi ad un dirigente politico è “fare qualcosa”, questo è tanto più facile quando si pensa di disporre di una regola semplice, ispirata dalla teoria keynesiana: per rimettere in moto l’economia bisogna insomma accrescere la domanda globale e, per questo, è necessario aumentare le spese pubbliche, oppure rilanciare i consumi, oppure ancora creare nuova liquidità monetaria. Purtroppo tali idee sono false e totalmente inadeguate alla situazione attuale. In effetti, in ogni ambito non è possibile trovare una soluzione senza conoscerne le cause. Ora, le radici della crisi finanziaria ed economica non provengono da un’insufficienza di domanda globale. Esse si trovano invece nell’incredibile instabilità monetaria americana che si è avuta nel corso degli anni scorsi e nella politica americana a favore dell’accesso alla proprietà immobiliare da parte di debitori ben poco in grado di onorare gli impegni (i famosi “subprime”).
Durante l’intera fase caratterizzata da bassi tassi di interesse americani (dal 2000 al 2005), tutto il mondo è stato sommerso da abbondante liquidità ed è stato facile finanziare a basso prezzo ogni genere di progetti, che in realtà non erano in grado di garantire profitti. Tale disastrosa politica monetaria ha dunque condotto a profonde modifiche nelle strutture produttive. Il massiccio sovra-investimento in taluni campi – ad esempio nell’immobiliare, ma anche in altri – è divenuto evidente nel momento in cui si è tornati a condizioni monetarie più realiste. Il problema di fronte al quale siamo ora chiamati a fare i conti non è dunque globale – tale da risolversi, ad esempio, aumentando la domanda globale – ma settoriale.
La crisi in corso gioca la funzione necessaria di ristabilire gli equilibri, riconducendo verso quella struttura produttiva che sarebbe prevalsa in assenza di un’instabilità di origine monetaria. Per questo motivo, i fallimenti contribuiscono a tale ritorno ad una situazione più sana, permettendo di porre fine a sprechi di risorse dovuti a cattivi investimenti e pessime gestioni. Contrariamente a ciò che si ha la tendenza a pensare, tali fallimenti sono creatori e non distruttori: mantenere imprese in difficoltà perpetuerebbe scelte sbagliate, mentre i fallimenti permettono di trasferire risorse verso proprietari e amministratori che sapranno utilizzarle meglio. Per tale ragione, la migliore politica di rilancio consiste nel lasciare che i mercati giochino il loro ruolo negli aggiustamenti economici.
È dunque paradossale e anche tragico che si attribuisca la crisi finanziaria ed economica al libero funzionamento dei mercati, mentre essa è stata provocata da una cattiva politica monetaria, e che si ricerchino ora soluzioni grazie alla politica economica, mentre invece bisognerebbe dare fiducia ai mercati! In considerazione dell’aggressione ideologica alla quale l’opinione pubblica è sottoposta, è facile capire come mai gli uomini politici siano tentati di buttarsi nella breccia che in tal modo è stata aperta, in modo tale da presentarsi quali salvatori. Ma le vittime saranno i cittadini stessi. Un po’ ovunque nel mondo, oggi gli Stati vanno decidendo di “mobilitare” centinaia di miliardi di euro per salvare banche in fallimento, aiutare imprese in difficoltà, aumentare artificialmente il potere d’acquisto, mentre non sanno assolutamente quali dovrebbero essere gli aggiustamenti necessari alle strutture produttive, affinché esse ritrovino una situazione di equilibrio. Facendo così, però, essi non creano alcuna ricchezza e non fanno altro che trasferire le risorse create dai cittadini. Per finanziare tali spese folli, essi fanno ricorso ad imposte – diminuendo il potere d’acquisto dei cittadini – o al debito pubblico – limitando così le risorse necessarie agli investimenti. Davvero non c’è proprio modo di trovare un grande dirigente politico che sappia affermare “Non ho la pretesa di uscire dalla crisi, i mercati lo sanno meglio di me e preferiscono dunque affidarmi alla saggezza degli uomini”?
11:33 Scritto in Filosofia politica | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: crisi finanziaria, liberismo, subprime
27/11/2008
Superare il monopolio della moneta
Non posso non fare copia e incolla dello splendido testo dell'amico Paolo Pamini pubblicato oggi sul Corriere del Ticino: "Come potrebbe essere riformato il sistema finanziario mondiale al summit dei G20 del prossimo 30 aprile, che seguirà a quello storico di Washington di due settimane fa? Il parossismo attuale è evidente, dati i continui salti di tutti gli indici economici in proporzioni mai viste finora. Si pensi che la FED ha aumentato la base monetaria statunitense (in sostanza il denaro in senso stretto) in un anno del 75,5%! Nel frattempo però, negli USA il tasso di crescita della moneta in senso lato (M3, che include anche prestiti a medio termine) sta piombando dal 17% annuo di inizio 2008 all’11% annuo di ottobre, stando ad indicare la riduzione in fretta e furia della leva finanziaria per quegli istituti che ancora sopravvivono (i dati provengono da www.shadowstats.com, dato che dal 2006 la FED non pubblica più M3).
Con Bretton Woods che torna viepiù in auge, il rischio reale potrebbe presto diventare la creazione di una moneta fiduciaria mondiale, negativa perché mancherebbero i checks and balances che mettano al guinzaglio il mondo politico, smanioso di indebitarsi grazie ai soldi messi in circolo dalle banche centrali. Non a caso il liberale Friedrich von Hayek, premio Nobel dell’economia di tutt’altra opinione, sosteneva nel 1976 la denazionalizzazione del denaro grazie a valute in competizione tra loro, tra le quali si potesse liberamente scegliere. Esattamente quanto accadeva nei secoli passati, quando circolavano in tutta Europa fiorini fiorentini, ducati e zecchini veneziani, o ancora Luigi francesi o lire milanesi. Rotto il tabù della moneta monopolio di Stato (perché mai qui la concorrenza non dovrebbe funzionare?), ecco così l’idea delle monete private, che stanno già avendo un incredibile successo su internet.
Per chi non osasse ancora immaginare la privatizzazione del denaro, andrebbero comunque considerate due soluzioni in un contesto di banche centrali. Entrambe ambiscono ad impedire sul nascere l’emergenza di una bolla creditizia, che è stata probabilmente la causa regolare delle crisi finanziarie del ’900. La prima possibilità è la reintroduzione del gold standard puro, ovvero della copertura aurea della moneta creata dalla banca centrale. Il modesto aumento annuo della quantità fisica di oro impedirebbe credibilmente l’inflazione del denaro a disposizione.
Chi ama la storia e i numeri pensi che nel 1865 un franco era definito nell’unione monetaria latina (Svizzera, Francia, Italia, Belgio ecc.) come 0,3 g di oro, che oggi quotano circa 9,40 fr. Come dire che oggi il franco ha un potere d’acquisto pari all’11% di 143 anni fa, o che l’inflazione (una forma di tassazione) si è mangiata l’89% delle nostre risorse monetarie. Storicamente, il gold standard fu sempre sospeso in tempo di guerra ed è palese l’avversione nei suoi confronti di tutto il mondo politico.
La seconda proposta che andrebbe seriamente considerata si chiama narrow banking e sostiene la separazione tra moneta e credito. Oggi su un conto corrente non abbiamo moneta, bensì credito alla banca (se tutti andassimo a svuotare i conti la banca infatti fallirebbe). In un sistema di narrow banking disporremmo a fianco del conto corrente di un conto d’investimento. Il primo non frutterebbe interesse (anzi costerebbe commissioni), ma avrebbe sempre la moneta disponibile. Il saldo del secondo sarebbe invece a disposizione della banca per essere prestato a terzi nell’usuale intermediazione finanziaria bancaria. Spostare soldi sul conto d’investimento equivarrebbe all’acquisto di fondi, obbligazioni o azioni: alla chiara cessione di moneta sotto forma di credito. Il narrow banking stabilizza la massa monetaria ed evita fallimenti bancari. Non servirebbe più neppure la garanzia statale dei depositi privati, perché i soldi del conto corrente sarebbero sempre disponibili.
In tempi di grande incertezza insomma, le ipotesi più remote potrebbero improvvisamente diventare verosimili, o perlomeno aiutarci a capire le mancanze del sistema attuale."
09:56 Scritto in Filosofia politica, Politica internazionale, politica svizzera, Stati Uniti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: moneta, gold standard, crisi finanziaria
18/11/2008
Il mito del buon governo
"Non dimenticate mai che nessun governo ha ricchezza propria da spendere. I soldi devono venire dalle tasse, dall'inflazione monetaria, o dall'espansione del debito che deve essere successivamente pagato. E le scelte di spesa pubblica saranno sempre poco economiche rispetto a come la società userebbe quella ricchezza. Il che vuol dire che i soldi saranno sprecati." (...)
"Non c'è nessun governo liberale per natura, disse Ludwig von Mises. Questa è la grande lezione che chi sostiene il “governo limitato” non ha mai imparato. Se date al governo ogni lavoro da fare, presumerà di avere il diritto di controllare il proprio comportamento e quindi, inevitabilmente, di abusare il proprio potere. "
Citazioni tratte da questo articolo di Llewellyn H. Rockwell, Jr.
09:00 Scritto in Filosofia politica | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: stato minimo, lberalismo, soldi pubblici, spesa pubblica
21/11/2007
Il braccio armato della casta
“Lo Stato fornisce un canale legale, ordinato e sistematico per la spogliazioine dellla proprietà privata; è per mezzo dello Stato che il cordone ombellicale che lega la casta parassitaria alla società viene reso certo, sicuro e relativamente pacifico.” Murray Rothbard
10:04 Scritto in Filosofia politica | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: Stato, proprietà privata, casta
16/11/2007
Discriminare è un Diritto dell’Uomo
La parola è di quelle impronunciabili, di quelle che possono rovinare la carriera politica e magari anche professionale. Nella lista dei termini vietati dal politicamente corretto e dai moralisti dall’indignazione facile occupa senza dubbio una posizione di rilievo. Discriminare non si dice e non si fa. Già la parola è di quelle da condannare, immaginiamoci poi quando qualcuno passa all’azione. Apriti cielo. Ammettiamolo, non c’è partita. La condanna è immediata. Meglio, molto meglio farsi paladini dell’uguaglianza e dell’integrazione. D’altronde è comprensibile. I fautori della discriminazione, perché ci sono, si giustificano in malomodo, ricorrendo ad argomenti fallaci e solo apparentemente consistenti. Ne consegue che ad essere criminalizzata è una delle facoltà che fa dell’uomo un uomo con la “U” maiuscola. Discriminare non è altro che il legittimo esercizio del diritto di scegliere e quindi di escludere. Discriminare non è altro che il legittimo diritto ad avere delle simpatie e delle preferenze e quindi di negare a terzi la nostra amicizia o la nostra solidarietà. Discriminare non è altro che il legittimo diritto di non accettare uno scambio. In fondo non è altro che un atto di libertà. È perfettamente naturale. Lo facciamo tutti i giorni. Tutti. Il diritto di discriminare è sempre legittimo? No. Esso lo è solo quando vengono rispettati e tutelati i diritti di proprietà degli individui. Da ciò che mi appartiene, dal mio corpo, dai frutti del mio lavoro, dai miei beni, ho il legittimo diritto di escludere chiunque. Ve lo immaginate un mondo in cui siete costretti ad avere amici che non desiderate, o magari a sostenere persone i cui comportamenti vi indignano profondamente? O semplicemente persone con cui, per una qualche ragione, per quanto razionale e sensata essa sia, desiderate non avere nulla a che fare? Siete sicuri che un mondo simile sia un mondo di libertà? Non credo proprio. Un mondo che rifiuta la diversità e la possibilità di scegliere è un mondo livellato, appiattito. È un mondo potenzialmente totalitario e fonte di tensioni e conflitti. Per quale ragione allora la parola discriminazione è guardata con tanto sospetto? Semplicemente perché abbiamo un’organizzazione, chiamata Stato, che invece di limitarsi a definire e proteggere i diritti di proprietà si è attribuita o si è vista attribuire un sacco di compiti e obiettivi. E come li raggiunge? Calpestando i principi di proprietà e di libero scambio (o di rifiuto dello scambio medesimo), soppiantandoli con quelli di collettività e di bene pubblico. Risultato: le ormai continue risse tra “destra” e “sinistra”, immancabilmente destinare a continuare ancora a lungo. Perché? Perché sono entrambe politiche volte a creare aree di gestione pubblica, arbitrarie, e quindi a prevaricare il legittimo diritto di ogni singolo individuo di discriminare o meno, nei limiti fissati dalle sue proprietà. Non ci sarà mai consenso quando il collettivo, la maggioranza che in un determinato momento controlla ed esercita il potere, si arroga il diritto di imporre il proprio volere a milioni di persone con speranze, ideali, simpatie e aspirazioni diverse. Come uscirne? Rivalutando l’individuo nella sua interezza, riportando lo Stato al suo ruolo “naturale” di “guardiano notturno”. Il resto sono chiacchiere che hanno finito per stancare.
Gabriele Lafranchi, presidente dell’Associazione Liberisti Ticinesi
09:00 Scritto in Associazione Liberisti Ticinesi, Filosofia politica | Link permanente | Commenti (7) | Segnala | Tag: Discriminazione, diritto, libera scelta
31/10/2007
Il mito del servizio pubblico
Con colpevole ritardo segnalo la pubblicazione da parte degli amici dell' Institut Constant de Rebecque di Losanna di un interessante paper dal titolo "Il mito del servizio pubblico". Buona lettura a tutti.
14:13 Scritto in Filosofia politica | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: Servizio pubblico, Institut Constant, liberalismo, bene comune
23/09/2007
Concetto insostenibile
C’era un tempo in cui si riteneva che la Legge avesse lo scopo di porre degli argini al potere politico. In gioco vi era la protezione della libertà individuale. Oggi non è più così. Oggi si ricorre alla Legge per legittimare la violazione della libertà. Se poi si agisce nell’ambito delle grandi cause politicamente corrette allora il successo è assicurato. Ovviamente più i concetti sono liberamente interpretabili dai politici di turno e meglio è. Sono quelli che Ayn Rand definiva i “falsi concetti”, tra i quali non può mancare quello di sviluppo sostenibile, che immancabilmente fa bella mostra di sé anche nella Costituzione svizzera (art.73).
La data di nascita è il 1987. Gro Harlem Brundtland, Presidente della Commissione Mondiale su Ambiente e Sviluppo, presenta il proprio rapporto e formula una definizione di sviluppo sostenibile: "lo sviluppo che è in grado di soddisfare i bisogni della generazione presente, senza compromettere la possibilità che le generazioni future riescano a soddisfare i propri". Col tempo, da concetto prettamente ecologico, il “principio” dello sviluppo sostenibile subisce delle modifiche sino a comprendere tutte quelle politiche volte a tener conto degli interessi collettivi in ambito economico, ecologico e sociale. Il concetto si regge sostanzialmente su tre assi portanti: la nozione di bisogno, quella di limite delle risorse e quella di sostenibilità. Il problema è che le travi scricchiolano e parecchio:
a) Il concetto di bisogno è il risultato di una valutazione soggettiva del singolo individuo (è propria di ogni essere umano) le cui preferenze vengono rivelate nell’ambito degli scambi di mercato, e la cui intersoggettività è autoregolata dal prezzo. Difficilmente quindi si capisce come gli uomini dello Stato possano correttamente interpretare i bisogni della popolazione, per non parlare poi di quelli delle generazioni future.
b) Il concetto di limite, o meglio della sua esistenza, ha senso unicamente se si suppone che la tecnologia non subirà modifiche, che il consumo può essere estrapolato indipendentemente dal prezzo e che la nozione di risorsa naturale non cambierà con il tempo. Nessuna di queste ipotesi è sensata. Il concetto di limite è un mito quantitativo che ignora la visione economica del valore delle cose. Una risorsa naturale in quanto tale non esiste o quantomeno non esiste al di fuori dell’atto di creazione degli uomini (il petrolio, prima di diventare una risorsa di primaria importanza a seguito del progresso tecnico, non interessava a nessuno).
c) Anche la visione “sostenibile” della sostenibilità è contestabile e, guarda caso, anche questa volta ad essere accantonati sono i principi economici. Politici e funzionari ritengono di potersi sostituire al tasso di interesse, dimenticando la lezione ben nota già dai tempi di San Tommaso d’Aquino. Il grande religioso cattolico aveva ben spiegato che il tasso d’interesse è il prezzo del tempo, è l’informazione che funge da arbitro tra la preferenza per il presente e quella per il futuro. Solo il tasso di interesse permette di far emergere le preferenze in termini di tempo.
In conclusione, non è quindi difficile, comprendere perché un concetto tanto elastico, vago e liberamente interpretabile goda dei favori degli uomini dello Stato. Perché ha il merito di legittimare qualsiasi regolamentazione e di accrescere il potere pubblico, attribuendogli, come se non bastasse, un margine di movimento totalmente arbitrario. In fondo, quello di sviluppo sostenibile è un concetto che nega la capacità dell’uomo di creare e innovare, e che dimentica l’esistenza di una nostra fedele compagna di tutti i giorni: l’ignoranza. Che cosa ci fa un “principio” simile nella Costituzione svizzera?
PS: questa lettera è stata inviata ai tre quotidiani ticinesi con preghiera di pubblicazione. Il Corriere del Ticino l'ha pubblicata gà stamane. Grazie.
22:35 Scritto in Associazione Liberisti Ticinesi, Filosofia politica, Società | Link permanente | Commenti (2) | Segnala | Tag: sviluppo sostenibile, ambiente, ecologia, verdi
24/08/2007
Quando non si è più schiavi?
"Per riflettere sulla vera “questione di giustizia” rappresentata dalla tassazione, vale la pena tornare ad un’utile parabola di Herbert Spencer, ripresa da Robert Nozick in un passo molto famoso. Parafrasando Nozick, immaginiamo le nove scene di questa storia:
(1) C’è uno schiavo, completamente alla mercé dei voleri del suo padrone. Viene spesso maltrattato, fatto lavorare agli orari più improbabile, malnutrito.
(2) Il padrone diventa un po’ più gentile e picchia lo schiavo soltanto quando non rispetta ripetutamente le sue istruzioni. Comincia a concedergli un po’ di tempo libero.
(3) Il padrone comincia ad avere non uno ma un gruppo di schiavi, e comincia a dividere un minimo di cose fra di loro, tenendo conto dei loro bisogni e prendendo atto dei loro meriti e della loro fatica.
(4) Il padrone consente ai suoi schiavi di lavorare quattro giorni per sé, e chiede loro di faticare sui suoi possedimenti solo per tre giorni a settimana. Il resto del tempo è tutto loro.
(5) Il padrone concede ai suoi schiavi di lasciare la sua casa e di andare a lavorare dove desiderino, per ottenere un salario. Chiede loro soltanto che gli rendano 3/7 dei loro guadagni. Mantiene inoltre il potere di richiamarli alla piantagione per delle emergenze, di proibire loro attività che possano mettere in pericolo il suo ritorno finanziario sul capitale investito (non possono fare fumare, consumare droghe, bere stando alla guida, andare in moto senza casco), e di aumentare o diminuire la quota di reddito che gli preleva.
(6) Il padrone consente a 10.000 suoi schiavi, cioè tutti eccetto te, di votare, e loro possono decidere assieme qual è la porzione di reddito (loro e tuo) alla quale rinunciare, e che uso ne viene fatto.
(7) Nonostante tu non abbia ancora il diritto di voto, hai il diritto di discutere con gli altri 10.000, per persuaderli circa l’uso migliore che sia possibile fare delle risorse “comuni”.
(8) Avendo apprezzato il tuo utile contributo, i 10.000 ti consentono di votare quando vi sia un pareggio nelle votazione.
(9) I 10.000 accettano che tu voti con loro. Quando vi sarà una situazione di parità fra gli altri votanti, il tuo voto sarà decisivo. Altrimenti, no.
Chiede Nozick: quando, nelle nove scene, questa ha smesso di essere la storia di uno schiavo?"
Fonte: questo testo del grande Alberto Mingardi, direttore generale dell'Istituto Bruno Leoni
22:14 Scritto in Filosofia politica | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | Tag: tasse, furto, giustizia, schiavitù
17/08/2007
Mistero...
Quello che segue è solo un estratto del famoso discorso di John Galt, il protagonista de "La rivolta di Atlante" di Ayn Rand. "Le problème de la production, vous disent-ils, n’a aucun intérêt et ne mérite aucune attention particulière; le seul problème proposé à vos "réflexes" est donc la question de la distribution. Qui a résolu le problème de la production? L’humanité, selon eux. Quelle était la solution? Les marchandises sont là. Comment sont-elles arrivées là? D’une manière ou d’une autre. De quelle cause sont-elles l’effet? Rien n’a de cause. Ils prétendent que tout homme a le droit de vivre sans travailler et, en dépit des lois de la réalité, qu’il a droit à un "minimum vital" – un toit, des aliments et des vêtements –, sans faire aucun effort, comme un privilège de naissance. Qui doit lui fournir tout cela? Mystère. Chaque homme, annoncent-ils, possède une part égale des avancées technologiques réalisées dans le monde. Réalisées… par qui? Mystère. Ces lâches enragés qui posent en défenseurs des industriels redéfinissent maintenant l’économie comme une technique d’ajustement entre les désirs illimités des hommes et les biens produits en quantité limitée. Produits… par qui? Mystère. Ces escrocs intellectuels qui veulent passer pour des professeurs se gaussent des penseurs d’autrefois car leurs théories sociales faisaient l’hypothèse de la rationalité humaine; mais puisque l’homme n’est pas rationnel, déclarent-ils, il doit y avoir un système qui lui permet d’exister en étant irrationnel, ce qui signifie: en défiant la réalité. Qui rendra cela possible? Mystère. À chaque fois qu’un gratte-papier griffonne des plans pour contrôler la production du genre humain, que l’on soit d’accord ou non avec ses statistiques, personne ne remet en question son droit d’imposer ses idées par la force des armes. Imposer… à qui? À votre avis?"
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31/07/2007
Consumismo, libertà, mercato
"il mercato è uno strumento neutrale: i camerieri non sono responsabili dell’obesità dei loro clienti. Colpevolizzarne il gusto, ritenendolo “indotto” da chi vende, è una scorciatoia per spiegare il fatto che le proprie preferenze non collimino con quelle dei più: problema all’ordine del giorno, per l’intellettuale. Al contrario, il consumismo è davvero anche libertà: è la libertà minuta di scegliere cosa fare delle, poche o tante, risorse che si hanno a disposizione. Come interrompere la sterilità del denaro, trasformandolo in qualcosa che dà senso. Ed è una libertà che cammino sul filo della più arroventata delle parole: profitto. Se entro in libreria e chiedo un libro di Goethe, il libraio mi dà Goethe. Ma se ci entro e gli chiedo Marx, o Toni Negri, o Marcuse, mi dà Marx, Toni Negri, Marcuse. La mia libertà di leggere ciò che desidero è la sua libertà di fare soldi. Persino strategie di consumo alternative, lanciate a bomba contro l’ingiustizia e lo stato imperialista delle multinazionali, vincono se riescono a creare la massa critica necessaria a suggellare l’esistenza di un mercato, perdono se non ce la fanno. Il capitalismo forse è miope, ed inonda cinema, edicole e librerie di prodotti votati alla sua distruzione. Solo che questo masochismo è il modo in cui alimenta se stesso. Ed è il motivo per cui ha vinto la partita della storia. Questa libertà stracciona e essenziale, è merce che vende in esclusiva." Alberto Mingardi, estratto di questo articolo.
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26/06/2007
Democrazia, tra crisi dei partiti e aspettative deluse
La crisi dei partiti è tornata ad essere tema di dibattito sul Corriere del Ticino di queste ultime settimane. Recentemente Manuele Bertoli ha parlato di crisi della politica, ricordando che in fondo i partiti, con i loro pregi e difetti rimangono “mezzi organizzativi”. La tesi è suggestiva ma non credo colga totalmente nel segno, così come non coglie nel segno nemmeno il concentrarsi a riflettere sulla crisi di fiducia dei partiti e sulla loro necessità di rinnovamento. Il disinteresse, l’ostilità e il sospetto con cui molti guardano alla politica e ai partiti sono talmente generalizzati che la causa principale va ricercata nell’aspettative suscitate da uno dei pilastri del nostro vivere comune, la democrazia, e in quel fortunato aforisma di Lincoln che può essere tradotto in “governo del popolo, dal popolo, per il popolo”, espressione tanto esaltante quanto portatrice di colossali delusioni. Le promesse non sono state mantenute, e oggi nella popolazioni domina il disincanto. Credo che le ragioni siano sostanzialmente tre.
La prima: l’intervento dello Stato è stato spesso difeso e auspicato per correggere le insufficienze del mercato (non è qui il momento di riflettere sul fatto che questa analisi sia corretta o meno), sottovalutando o dimenticando di considerare le insufficienze dello Stato medesimo, messe chiaramente in luce dalla scuola detta del “Public Choise”. L’economista francese Henri Lepage ne riassume i contorni così : “non è perché lo Stato interviene che tutto sarà perfetto e che non ci saranno insufficienze nella produzione di beni pubblici. Di queste insufficienze ne trovate l’analisi nei lavori di Buchanan e Tullock: asimmetria dell’informazione, asimmetria dei voti, la teoria dei gruppi di pressione, ecc.. Queste analisi permettono di dimostrare che la democrazia non è la media dell’insieme delle opinioni, ma che è ampiamente utilizzata da gruppi di pressione particolari, e che i principali beneficiari della democrazia sono alcuni gruppi di pressione. Non tutti sono in grado di organizzarsi, ci sono dei gruppi per i quali il costo dell’organizzazione è elevato e altri per i quali è più ridotto. Un gruppo di consumatori è difficile da organizzare. Al contrario, un piccolo gruppo di produttori alla ricerca di una legge che riduca la concorrenza può costituirsi più facilmente. Lo Stato è così catturato da gruppi di interesse particolari”, tra i quali, lo si dimentica troppo spesso, quello dei dipendenti dello Stato stesso. Il risultato di queste continue richieste di intervento statale si possono riassumere in esplosione del debito pubblico, incremento della pressione fiscale e del numero dei funzionari, inflazione, svalutazione della moneta, crisi economiche di “lunga durata”.
La seconda è costituita dall’impossibilità del calcolo economico, illustrata in modo magistrale da Ludwig von Mises quasi 90 anni fa, impossibilità a cui sono confrontate tutte le amministrazioni pubbliche. Essa costituisce il limite della burocrazia, indipendentemente dalla qualità degli individui che vi operano all’interno. Sprechi e inefficienze sono inevitabili.
La terza: l’interventismo statale è stato di volta in volta sorretto da argomentazioni contingenti, ma i riferimenti al dovere della solidarietà e alla necessità di concretizzare la giustizia sociale sono onnipresenti. In fondo non è forse il “governo del popolo, dal popolo, per il popolo”? In queste condizioni, screditare i “Neinsager” è cosa relativamente semplice. Non sono forse tutti degli egoisti senza cuore? Peccato che la solidarietà obbligatoria provochi irresponsabilità e riduca il tempo destinato alla solidarietà liberamente esercitata, quella vera dunque, e che il concetto di giustizia sociale sia un’arma ad effetto la cui definizione non è però ancora stata fornita. Vale la pena riflettere su quanto scritto da uno dei grandi filosofi liberali viventi, Anthony de Jasay: “La democrazia moderna deve far uso di offerte redistributive per assemblare maggioranze e non può affatto permettersi di ammettere che tali pratiche siano illegittime. Quindi la visione classica, “non c’è ingiustizia senza atti ingiusti che la causino”, è stata liquidata. Per un certo periodo di tempo, per sostituirla, è stata invocata la “giustizia sociale”. A differenza della giustizia tout court, la giustizia sociale non aveva regole che potessero essere rispettate o infrante. Quindi nessuno può mai davvero dire quando lo stato delle cose sia “socialmente giusto”. Ma esso può essere sempre reso “un po’ più giusto” aggiungendo un altro pezzo al puzzle welfarista che è stato modellato da un passato redistribuivo. La giustizia sociale è un’idea molto utile poiché essa avvolge l’opportunità politica, o la passione egalitaria, nel ben nobile mantello della giustizia. Sul piano dottrinale, tuttavia, è pietosamente vacua.”
Direttamente o indirettamente i partiti svolgono un ruolo essenziale in tutti questi aspetti, fosse solo per il fatto che tutte le persone che contano devono farne parte per svolgere un ruolo che conta all’interno dell’apparato statale. Non sorprende quindi il comportamento dell’elettore desideroso di pagare meno tasse e di ricevere più servizi. Per i membri della cosiddetta “classe media” è infatti difficile sapere se si trovano nella categoria di quelli che danno più di quanto ricevono, o che ricevono più di quanto danno. Tra leggi, tasse, imposte, ordinanze, deduzioni, prestiti, dazi, incentivi ecc. il calcolo è tutto fuorché semplice. Pagare di meno e volere nel contempo di più sarà anche incoerente da un punto di vista logico, ma ha una sua razionalità se consideriamo che la presenza dello Stato consente di non subire in prima persona le conseguenze delle proprie scelte.
Quali conclusioni trarre da tutto ciò? La mia proposta non piacerà certo a Manuele Bertoli, ma credo che la credibilità dei partiti passi inevitabilmente per una drastica riduzione del ruolo dello Stato e, conseguentemente, del peso dei partiti sulla società: a) affinché la leggi tornino ad essere il supremo strumento di tutela della proprietà e della libertà (l’autentico “bene pubblico”) e non la spada da sguainare per assicurarsi ogni sorta di privilegio, b) affinché il voto di ogni singolo individuo, distribuito ogni giorno sul mercato tramite l’adesione (acquisto) o la discriminazione (non acquisto), venga privilegiato rispetto alla ripartizione tramite la contrattazione politica, e, infine, c) affinché la responsabilità individuale ottenga più spazio a scapito dell’irresponsabilità degli uomini dello Stato. Paradossalmente, sarebbe proprio la politica e lo Stato medesimo a recuperare buona parte della credibilità perduta. Per capirlo è sufficiente leggere quanto scrisse Frédéric Bastiat, il grande economista francese dell’Ottocento, a difesa dello Stato minimo o se preferite dello Stato “guardiano notturno”: “Il potere ne sarebbe per questo ridotto? Perderà di stabilità perché sarà diventato meno esteso? Avrà meno autorità perché avrà meno compiti? Si attirerà meno rispetto perché riceverà meno lamentele? Sarà maggiormente sottoposto alle pressioni delle varie fazioni perché saranno ridotti gli enormi budget e di conseguenza le possibilità di influenza delle varie fazioni? Correrà più rischi quando avrà meno responsabilità? Mi sembra evidente il contrario.” Certo, riportare lo Stato entro i suoi “argini naturali” non sarà facile, ma il primo passo è quello indicato da Ludwig von Mises: “i governi diventano liberali quando vi sono costretti dai cittadini”. C’è qualche politico o semplice cittadino a cui interessa veramente lavorare per risolvere la crisi dei partiti?
Gabriele Lafranchi, presidente dell’Associazione Liberisti Ticinesi. Questa lettera è stata inviata al Corriere del Ticino. Vedremo nei prossimi giorni se la pubblicano.
22:15 Scritto in Associazione Liberisti Ticinesi, Filosofia politica, politica svizzera, Società | Link permanente | Commenti (4) | Segnala | Tag: Crisi dei partiti, Ticino
21/06/2007
Politica, successo e buonismo
"In der Politik hat man die Bedeutung der Ziele in der Theorie erkannt, aber messbare Ziele sind selten. Weil das Erreichen von Ziele schwierig ist, setzt man sie so, dass die Erreichbarkeit nicht messbar ist: Man spricht von fördern, verbessern, konsolidieren, harmonisieren und dergleichen mehr, also lauter Tätigkeiten, di gut tönen, aber letztlich nicht messbar sind. Das eigene Handeln, nicht das Ziel ist meist der Mittelpunkt der Politik. Das ist das Problem der Politik. Ganz schwierig wird es dort, wo man mit Menschen zu tun hat, die gut sein wollen. Das kommt in der Politik besonders häufig vor. Wer selbst immer gut dastehen will, ist das Gegenteil von dem, der Gutes tut. Wer einen gute Zustand erreichen will, muss oft ohne Rücksicht auf sein Ansehen handeln und kann nicht immer gut dastehen. Leider geht es vielen um das eigene „Gutes tun“. Beispielhaft zu sehen ist dies an der Entwicklungshilfe. Nach Jahren der Hilfe ist der Zustand Afrikas immer schlechter geworden. Trotzdem löst allein die kritische Frage, ob vielleicht der Weg „Entwicklungshilfe“ falsch sei, Proteststürme aus. Wer wagt es, die Entwicklungshilfe , eine so edle, gute Tätigkeit, zu hinterfragen? Die Proteste auf die besorgte Frage nach dem Erfolg zeigen, dass sie nicht gestellt werden darf, weil sie für die Verantwortlichen gefährlich ist. Kritiker werden als hartherzig hingestellt und mit Fotos von hungernden Kindern als unmoralisch abgetan. Dabei wollen gerade die Kritiker den Zustand des Kontinentes verbessern, während sich die anderen am eigenen Helfen und am eigenen „Guten tun“ erfreuen." Christoph Blocher, Weltwoche del 21 giugno, pagina 51.
21:02 Scritto in Filosofia politica | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: Blocher, buonismo, politica
09/06/2007
La giustizia sociale, "pietosamente vacua"
La democrazia moderna deve far uso di offerte redistributive per assemblare maggioranze e non può affatto permettersi di ammettere che tali pratiche siano illegittime. Quindi la visione classica, “non c’è ingiustizia senza atti ingiusti che la causino”, è stata liquidata. Per un certo periodo di tempo, per sostituirla è stata invocata la “giustizia sociale”. A differenza della giustizia tout court, la giustizia sociale non aveva regole che potessero essere rispettate o infrante. Quindi nessuno può mai davvero dire quando lo stato delle cose sia “socialmente giusto”. Ma esso può essere sempre reso “un po’ più giusto” aggiungendo un altro pezzo al puzzle welfarista che è stato modellato da un passato redistributivo. La giustizia sociale è un’idea molto utile poiché essa avvolge l’opportunità politica, o la passione egalitaria, nel ben nobile mantello della giustizia. Sul piano dottrinale, tuttavia, è pietosamente vacua. Anthony de Jasay
Fonte: questo testo tradotto da Alberto Mingardi
22:46 Scritto in Filosofia politica | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: giustizia sociale, Anthony de Jasay
30/05/2007
Distopia
Oggi mi permetto di rubare all'amico Taccuino questa citazione: "La colpa più grande oggi è quella delle persone che accettano il collettivismo per debolezza morale; persone che sostengono piani progettati per realizzare la servitù, ma che si nascondono dietro la vuota asserzione di amare la libertà; persone che credono che il contenuto delle idee non abbia bisogno di essere esaminato, che i principi non abbiano bisogno di essere definiti e che i fatti possano essere cancellati tenendo gli occhi chiusi. Esse pretendono, quando si ritrovano in un mondo di rovine insanguinate e di campi di concentramento, di sfuggire alla responsabilità morale gemendo: “Ma io non intendevo questo”. Fonte: Antifona, introduzione - Ayn Rand 1937
14:46 Scritto in Filosofia politica | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: distopia, comunismo, collettivismo, libertà
27/04/2007
Siamo schiavi?
Segnalo qui l'appello di Leonardo Facco. Bravo Leonardo. Avanti così.
23:30 Scritto in Filosofia politica | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: libertà, schiavitù, Leonardo facco
21/04/2007
L'ultima frontiera del totalitarismo
„Die Ideologie, die sich hinter der Klimahysterie und der planwirtschaftlichen Massnahmen zur Klimarettung verbirgt, ist der Ökologismus. Sein Ideal ist ein unberührter Planet Erde, dessen unangetastete Natur einen Wert an sicht darstellt – man fragt sich, welchen. Jeder Eingriff des Menschen in diesen „Garten Eden“ ist aus seiner Sicht verwerflich. Angeblich verfügt er über ein „höhere Moral, die über jeglicher Verfolgung von Eigeninteressen und der Nutzung natürlicher Ressourcen steht. Betrachtet man dieses voll ausgebildete Glaubenssystem genauer, wird schnell klar, dass die Ideologie zutiefst, menschenfeindlich und damit amoralisch ist. Es ist die einzige Grossideologie, die den Menschen selbst bekämpf und ihm in letzter Konsequenz sein Existenzrecht als einzig vernunftbegabtem Wesen abspricht. Damit ist sie letztlich noch menschenfeindlicher als der Marxismus. Ziel der Ökologismus ist der Rückschritt, die Vernichtung der Wirtschaft und am Ende die Zerstörung des Menschen selber. (…) Die Denkmuster der Ökologismus sind totalitär, Was man uns als „Umweltschutz“ verkauft, wird in Wirklichkeit zu einer lebens- und menschenfeindlichen Diktatur führen. „ Gerd-Walter Wiederstein nel numero di aprile di "Eingentümlich frei" (pagine 20-21).
14:46 Scritto in Filosofia politica, Società | Link permanente | Commenti (2) | Segnala | Tag: ecologismo, totalitarismo
17/04/2007
La protezione della giustizia sociale
« L’ordre du marché a été perturbé par les efforts de protection de certains groupes contre une dégradation de leur situation antérieure plus que par quoi que ce soit d’autre, et lorsque l’ingérence de l’Etat est demandée au nom de la « justice sociale », cela signifie à présent, la plupart du temps, une exigence de protection de la position relative existante d’un groupe. La « justice sociale » est ainsi devenue, à peu de choses près, une exigence de protection de droits acquis et de création d’un nouveau privilège, comme par exemple lorsque le fermier se voit garantir la « parité » avec le travailleur industriel au nom de la justice sociale ». Friedrich A. von Hayek
14:36 Scritto in Filosofia politica | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | Tag: giustizia sociale, protezionismo, F.A.Hayek
09/04/2007
Per il libero aiuto del prossimo
« Il est trop facile pour les bonnes âmes soucieuses du bonheur de leur prochain de se défausser de l’obligation morale de la charité personnelle et volontaire en lui substituant la « charité » obligatoire de l’Etat. Il ne s’agit évidemment pas d’un véritable acte de charité, puisque les « donateurs » sont généraux avec l’argent des autres , les vrai « donateurs » sont soit victime de la tyrannie de la majorité, ou ignorent leur acte de charité, et les bénéficiaires, ne sachant qui remercier, transforment leur don en droit, en « acquis social». Cette action est non seulement vide de sens moral, elle crée des tensions au sein du corps social et elle démotive les gens de travailler pour satisfaire les besoins des autres. Néanmoins, le côté apparemment moral de la redistribution forcée sera d’une grande aide dans le « marketing » des impôts progressifs, qui ne sont en fin de compte que la manifestation d’une jalousie maladive. Je m’empresse d’observer que la charité personnelle ou la redistribution volontaire a un vrai sens moral, mais qu’elles ont été évincées par la « charité » d’Etat, nous rendant du coup beaucoup moins attentifs aux besoins des autres et moins enclins à exercer la charité personnelle. » Fonte: Victoria Curzon Price, le libéralisme, pourquoi ça marche ?, Ed. Favre
17:34 Scritto in Filosofia politica | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | Tag: Carità, Stato sociale, Victoria Curzon Price
17/03/2007
L'IVA, altro che imposta indolore
Segnalo questo documento degli amici dell' Institut Constant di Losanna sull'IVA. Leggetelo e poi provate a ricordavi cosa il buon ministro delle finanze socialista Otto Stich è andato in giro a raccontare per convincere il popolo ad approvare la migliore delle tasse (per gli uomini dello Stato si intende). « L'art de l'imposition consiste à plumer l'oie pour obtenir le plus possible de plumes avec le moins possible de cris », diceva Colbert. L'IVA in questo è imbattibile.
18:30 Scritto in Filosofia politica, politica svizzera | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: IVA, Otto Stich
06/03/2007
Scambio, valore, mercato
"Sono stati gli economisti austriaci che, in polemica con opinioni radicate all’interno della scienza economica, hanno riaffermato non solo che non vi è un valore senza mercato, ma neppure un valore di mercato in generale, il quale prescinda dagli atti concreti di chi acquista e non acquista, di chi vende e non vende. Il mercato non è un immenso marchingegno che in piena autonomia gestirebbe la domanda e l’offerta per emettere, in ogni dato momento, sentenze su tutto e per apprezzare questo e quel bene, questo o quel servizio. Il mercato, piuttosto, è il luogo in cui due o più soggetti – sulla base delle loro informazioni e preferenze, condizioni e opportunità – cercano e spesso trovano un accordo che si concretizza in una determinata transazione. Il mercato è solo questo e quella somma di interazioni individuali che ha luogo al suo interno. Per questo motivo il valore di mercato è solo inter-soggettivo. Unicamente entro questa particolare attività sociale che è lo scambio (reale o anticipato) un certo particolare lavoro assume un dato e specifico valore: legato a quella circostanza, a quel luogo, a quel momento, a quei negoziatori." Fonte: Carlo Lottieri, Denaro e comunità, Alfredo Guida Editore
21:40 Scritto in Filosofia politica | Link permanente | Commenti (3) | Segnala | Tag: scambio, valore, mercato, scuola austriaca
14/02/2007
Il valore lavoro
Qui si parla di Francia, ma vale tutto sommato per molti altri paesi: "Quand les responsables politiques parlent du travail, c’est comme lorsqu’ils parlent du pouvoir d’achat, ils prétendent nous rendre ce qu’ils s’échinent à nous prendre. Car, pour paraphraser Bastiat, il y a ce que l’on dit et il y a ce que l’on ne dit pas. Les principaux candidats à l’élection présidentielle veulent donc redonner aux français le goût du travail et le sens de l’effort. Cette posture est relativement ambiguë. Après tout, les stakhanovistes de l’URSS glorifiaient le travail ; mais on travaillait pour le parti et pour dépasser les objectifs du plan. J’ose à peine parler des camps de concentration nazis à l’entrée desquels était affichée l’inscription « Arbeit macht frei » (le travail rend libre). Dans ces systèmes, tout comme l’esclave, mais au nom de la solidarité ou du parti, on travaille intégralement pour les autres. Or, un esclave n’apprécie pas le travail tout simplement parce qu’il ne possède pas les fruits de son travail. Et s’il ne récupère pas les fruits de son propre travail, c’est qu’il ne possède pas même sa propre personne. C’est donc plutôt la propriété qu’il faut affirmer et garantir. Tel est le rôle du politique et de l’Etat de droit. C’est aussi le sentiment d’utilité - et donc l’efficacité - qui est fondamentalement en cause. Propriété, utilité et efficacité sont intimement liés. Si un ménage travaille pour gagner 100 mais qu’il ne perçoit que 40 au final, croyez-vous que sa motivation pour travailler soit intacte ? Pareillement, imaginez un policier qui arrête un délinquant lequel est relâché le lendemain…Dans les deux cas, les individus développeront le sentiment de travailler pour rien (en termes de résultat comme en termes de revenus), sentiment qui s’exprimera par un rejet du travail. Pourtant, ce n’est pas le travail en lui-même qui est rejeté. Or, c’est précisément notre système de redistribution qui, en portant atteinte au droit de propriété, contribue à rétrécir toujours plus le revenu disponible des ménages, en collectivisant (en confisquant) les fruits du travail de chacun. Dans ces conditions, beaucoup font alors le choix rationnel de ne pas travailler du tout ou de travailler hors du territoire national. Les français sont comme tout le monde : ils aiment travailler (le succès des magasins de bricolage en est une belle preuve) si on ne leur confisque pas les fruits de leur travail, si on ne les transforme pas en esclave !"
Fonte: Jean-Louis Caccomo, sul suo blog
10:10 Scritto in Filosofia politica | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | Tag: valore lavoro, servitù, potere d'acquisto

