24/09/2009

Agricoltura, luoghi comuni e vittime reali

Non che sia l’unico settore a godere di un massiccio sostegno statale, ma il settore agricolo è probabilmente quello che in Svizzera gode delle sovvenzioni maggiori. Tempo fa in un duro articolo contro il sostegno al settore primario della nostra economia, l’avvocato ginevrino Charles Poncet aveva articolo un costo di 8 miliardi di franchi l’anno, ritrovandosi poi con una bella dose di letame rovesciato davanti ai suoi uffici da paesani decisamente incazzati. Eppure Poncet aveva colto nel segno. Il sostegno pubblico all’agricoltura ha effetti devastanti sui paesi in via di sviluppo.Tra aiuti diretti, dazi dogani e aiuti all’esportazione, gli africani, per parlare solo di loro, si vedono vergognosamente ridotti gli accessi ai nostri mercati. Con tutte le conseguenze economiche e umane del caso. Ma non è tutto. Il presidente del parlamento della Costa d’Avorio ha recentemente sostenuto che il protezionismo occidentale ha effetti estremamente deleteri anche da un punto di vista culturale. E’ infatti difficile promuovere la libertà di commercio e il libero mercato in Africa quando gli Stati che dovrebbero dare il buon esempio e spesso si fanno i cantori (solo a parole) del capitalismo, poi si si dimenticano di  passare dalle parole ai fatti.“Vedete, dicono le élite africane ai loro popoli, anche gli europei si affidano allo Stato, se lo fanno loro abbiamo interesse a seguire la medesima via”. E’ la via del disastro, facilitata dagli alibi intellettuali forniti dai paesi del primo mondo. In questo contesto non sorprendono, ma lasciano alquanto perplessi, le argomentazioni che la lobby agricola sparge sui vari organi di informazione. Ultimamente mi sono imbattuto su Ticinolibero in un testo di Cleto Ferrari dell’Unione contadini ticinesi: Che ci dice Ferrari: 1) che la società trae grande vantaggio dall’agricoltura svizzera, 2) che  l’apertura dei mercati porterebbe conseguenze sul giusto prezzo dei prodotti genuini locali, 3) che senza questo prezzo ci saranno problemi anche in altri settori, 4) che va promosso il locale a scapito del globale, 5) che l’argricoltura produce un bene diverso, non di mercato e 6) che ci vogliono politiche regionali. Questi argomenti sono in realtà inconsistenti. L’idea che la società sia altro che gli individui che la compongono è palesemente sbagliata. Solo gli individui hanno bisogni, agiscono e pensano.Cleto Ferrari ignora che non possiamo conoscere a priori i bisogni degli individui. Questi emergono sul mercato dal momento che il singolo agisce. L’azione umana implica sempre una scelta. Solo in un mercato libero, in cui ognuno scambia liberamente i propri legittimi diritti di prorietà possiamo sapere qualcosa dei bisogni delle persone in un determinato momento. Le politiche stataliste alterano questo ordine spontaneo introducendo un atto di forza, quello esercitato dallo Stato, e modificano, contro il volere del singolo, la destinazione delle risorse scarse di ognuno di noi. In realtà l’unico valore che l’individuo attribuisce all’agricoltura svizzera è quello che liberamente gli accorda acquistandone i prodotti. Non si capisce perché ci si preoccupa tanto dei prodotti esteri se tutti sono desiderosi di prodotti di prossimità. Che lo siano solo a parole?  In fondo, libertà di scambio significa anche libertà di rifiutare un scambio. Oggi non sappiamo qual è il valore che gli svizzeri attribuiscono alle produzioni locali per il semplice fatto che questo valore è soffocato dallo statalismo selvaggio. Quanto detto finora dovrebbe chiarire che l’unico prezzo giusto è quello di mercato. Non ve ne sono altri, e di certo non è quello stabilito a tavolino dai burocrati dello Stato. Poco convincente anche la tesi secondo la quale l’agricoltura non dovrebbe essere sottoposta al mercato, tesi ripetuta fino alla nausea come una verità assoluta, sulla cui argomentazione a favore Cleto Ferrari glissa alla grande,  per non parlare del rilancio del protezionismo cammuffato da politiche regionali. E pensare che è dimostrabile che le prime vittime del protezionismo sono i cittadini dello Stato che lo pratica e che la divisione del lavoro (si pensi alla legge sui vantaggi comparati) è fondamentale per lo sviluppo di una società libera, prospera e pacifica. Il libero mercato non è solo compatibile con l’agricoltura. E’ necesario se vogliamo dare concretezza al temine libertà.

17/06/2009

Gesù era un dilettante

Si dice che Gesù sia figlio di Dio. Non proprio uno qualunque. Pare facesse dei miracoli. Roba seria. Si dice che moltiplicasse i pani e i pesci. Ci crede con fervente devozione un sacco di gente. Poi sono arrivati i critici, quelli razionali, quelli alla San Tommaso, e qualcuno ha espresso qualche dubbio. Potrebbe anche non essere vero, potrebbe anche essere una bufala. Magari era un cirlatano. Chissà poi chi avrà ragione. Una cosa in questi mesi però l’ho capita. Il Gesù che moltiplicava i pani e i pesci non regge il confronto al cospetto dei nuovi depositari della pietra filosofale: gli uomini dello Stato. I nuovi superman che prima l’hanno creata e che ora dalla crisi ci faranno uscire. Loro vanno ben al di là dei pani e dei pesci. Loro sanno persino rilanciare l’economia. Credevate fossero umani? Illusi, loro non lo sono. Loro giocano in un’altra categoria, magari in un’altra dimensione. Cercano di farvi credere che beni e servizi crescano, così, in abbondanza, sugli alberi. Da soli. Loro sono i depositari della pietra filosofale. Loro creano materia dal nulla e alcuni di voi, poveri illusi, continuano a credere che ci voglia fatica, rischio, anticipazione. E qualche volta non basta nemmeno. E’ lo spettro del fallimento. Ogni tanto vi ricordate dei consigli dei vostri nonni, quelli della nostra tradizione contadina, quella che “mai fare il passo più lungo della gamba”, quelli del “mettere fieno in cascina” che non si sa mai cosa ci riserva il futuro. Lo chiamate buon senso, comportamento sensato di persona previdente che sa pianificare sul medio-lungo periodo la sua vita. Che sa che il futuro è incerto. E che sceglie liberamente ponderando tra la gallina oggi o l’uovo domani. Bene, vi sbagliate. Loro, gli uomini dello Stato, stampano moneta dal nulla e si lanciano in keynesiani piani di stimolo del consumo, dopo aver manipolato l’ininmaginabile. Loro se ne infischiano delle vostre preferenze temporali. Negano le fondamenta della civiltà occidentale, ma loro possono, loro sono al di là della natura umana, quella natura umana confrontata ogni giorno con la scarsità, in primis del tempo. Tutti in riga quindi a consumaree ora, adesso, subito. Quel tal prodotto non vi serve, pigliatevi l’incentivo e consumate. (Che, detto per inciso, quando a dirlo sono quelli che pestano un giorno sì e l’altro pure contro il consumismo, fa anche ridere). Ci hanno regalato una crisi del capitalismo (la più grossa balla del millennio) a colpi di credito e debiti, e ci propongono droga per curare il drogato. Risparmiare? Tranquilli è superato, se serve carta moneta ci pensano loro. Rotativa. Delle due l’una: o sono ignoranti o in malafede. O forse si credono semplicemente onnipotenti, si credono Dio. Benedetto XVI  non è mai arrivato a tanto e sì che lui, con Dio, ha una relazione speciale. Per non parlare poi di Gesù, che moltiplicava i pani e i pesci e se proprio esagerava trasformava l’acqua in vino. Bazzeccole. In confronto agli uomini dello Stato era un dilettante. Di quinta categoria.

27/11/2008

Superare il monopolio della moneta

Non posso non fare copia e incolla dello splendido testo dell'amico Paolo Pamini pubblicato oggi sul Corriere del Ticino: "Come potrebbe essere riformato il sistema finanziario mondiale al summit dei G20 del prossimo 30 aprile, che seguirà a quello storico di Washington di due settimane fa? Il parossismo attuale è evidente, dati i continui salti di tutti gli indici economici in proporzioni mai viste finora. Si pensi che la FED ha aumentato la base monetaria statunitense (in sostanza il denaro in senso stretto) in un anno del 75,5%! Nel frattempo però, negli USA il tasso di crescita della moneta in senso lato (M3, che include anche prestiti a medio termine) sta piombando dal 17% annuo di inizio 2008 all’11% annuo di ottobre, stando ad indicare la riduzione in fretta e furia della leva finanziaria per quegli istituti che ancora sopravvivono (i dati provengono da www.shadowstats.com, dato che dal 2006 la FED non pubblica più M3).
Con Bretton Woods che torna viepiù in auge, il rischio reale potrebbe presto diventare la creazione di una moneta fiduciaria mondiale, negativa perché mancherebbero i checks and balances che mettano al guinzaglio il mondo politico, smanioso di indebitarsi grazie ai soldi messi in circolo dalle banche centrali. Non a caso il liberale Friedrich von Hayek, premio Nobel dell’economia di tutt’altra opinione, sosteneva nel 1976 la denazionalizzazione del denaro grazie a valute in competizione tra loro, tra le quali si potesse liberamente scegliere. Esattamente quanto accadeva nei secoli passati, quando circolavano in tutta Europa fiorini fiorentini, ducati e zecchini veneziani, o ancora Luigi francesi o lire milanesi. Rotto il tabù della moneta monopolio di Stato (perché mai qui la concorrenza non dovrebbe funzionare?), ecco così l’idea delle monete private, che stanno già avendo un incredibile successo su internet.
Per chi non osasse ancora immaginare la privatizzazione del denaro, andrebbero comunque considerate due soluzioni in un contesto di banche centrali. Entrambe ambiscono ad impedire sul nascere l’emergenza di una bolla creditizia, che è stata probabilmente la causa regolare delle crisi finanziarie del ’900. La prima possibilità è la reintroduzione del gold standard puro, ovvero della copertura aurea della moneta creata dalla banca centrale. Il modesto aumento annuo della quantità fisica di oro impedirebbe credibilmente l’inflazione del denaro a disposizione.
Chi ama la storia e i numeri pensi che nel 1865 un franco era definito nell’unione monetaria latina (Svizzera, Francia, Italia, Belgio ecc.) come 0,3 g di oro, che oggi quotano circa 9,40 fr. Come dire che oggi il franco ha un potere d’acquisto pari all’11% di 143 anni fa, o che l’inflazione (una forma di tassazione) si è mangiata l’89% delle nostre risorse monetarie. Storicamente, il gold standard fu sempre sospeso in tempo di guerra ed è palese l’avversione nei suoi confronti di tutto il mondo politico.
La seconda proposta che andrebbe seriamente considerata si chiama narrow banking e sostiene la separazione tra moneta e credito. Oggi su un conto corrente non abbiamo moneta, bensì credito alla banca (se tutti andassimo a svuotare i conti la banca infatti fallirebbe). In un sistema di narrow banking disporremmo a fianco del conto corrente di un conto d’investimento. Il primo non frutterebbe interesse (anzi costerebbe commissioni), ma avrebbe sempre la moneta disponibile. Il saldo del secondo sarebbe invece a disposizione della banca per essere prestato a terzi nell’usuale intermediazione finanziaria bancaria. Spostare soldi sul conto d’investimento equivarrebbe all’acquisto di fondi, obbligazioni o azioni: alla chiara cessione di moneta sotto forma di credito. Il narrow banking stabilizza la massa monetaria ed evita fallimenti bancari. Non servirebbe più neppure la garanzia statale dei depositi privati, perché i soldi del conto corrente sarebbero sempre disponibili.
In tempi di grande incertezza insomma, le ipotesi più remote potrebbero improvvisamente diventare verosimili, o perlomeno aiutarci a capire le mancanze del sistema attuale."

19/11/2008

La crisi finanziaria tra Stato e libero mercato

Non è sembrato vero al politico ave re potuto finalmente prendere il sopravvento sull’uomo della fi nanza. I segni di questa soddisfazione si sono manifestati parallelamente alle misure adottate dalle banche nazionali e dai governi a sostegno del settore fi nanziario e del credito e si sono tradot ti non solo in esternazioni e accuse ri volte al settore finanziario ma in richie ste esplicite che vanno dall’introduzio ne, rispettivamente, rafforzamento di normative regolanti l’attività finanzia ria, alla riduzione se non annullamen to della libertà di commercio in favore di una maggiore presenza dell’ente pub blico anche in questo settore. I segnali più recenti vanno dalle espressioni en tusiaste degli addetti di Obama (che di chiarano di finalmente avere «l’occasio­ne di fare grandi cose», il che ci ricorda un po’ quanto abbiamo letto alcuni an ni fa in quel documento programmati co del governo ticinese che diceva che ai nostri governanti «non mancano le idee ma mancano i soldi») alle richieste di introdurre per decreto statale un tetto alle retribuzioni nelle imprese finanzia rie (il che equivarrebbe ad azzerare i principi del libero mercato basati sul l’autonomia e la concorrenza) alle «con statazioni » che oramai il libero merca to (chiamato erroneamente «liberismo», erroneamente in quanto il nostro siste ma economico può essere definito in tan ti modi fuorché «liberista») è morto a causa degli «errori» commessi, il che si gnificherebbe che il sistema socialista dei mezzi di produzione rimarrebbe l’unica soluzione possibile e inevitabile. Possia mo capire che tanti commentatori, an che nostrani, che non sono riusciti a li berarsi dallo schematismo marxista ac cumulato negli anni ruggenti del 68, fac ciano fatica a fare a meno di certi faci li teoremi ma ciò non giustifica che si possa procedere tranquillamente a di storcere la realtà dei fatti. Intanto il li berismo (nella sua accezione letterale di«assenza di vin coli statali») non c’entra proprio niente: gli ultimi decenni sono stati contrasse gnati in tutti gli Stati dell’ Occi dente da un au mento della quota di parteci pazione statale nell’economia e da continui interventi e regolamentazioni nel settore finanzia rio. Limitiamoci a citare l’aumento non solo delle leggi emanate in questo setto re ma anche soprattutto delle normati ve emanate dalle autorità preposte al controllo del settore finanziario e del set tore bancario (limitiamoci a ricordare le regole portate da Basilea II che han no condizionato la formazione dei bi lanci delle più grandi banche negli ulti mi anni), la politica delle banche cen trali, segnatamente quella americana, di tenere bassi i tassi di interesse e favo rire così l’aumento della massa dei cre diti, gli incentivi per l’accesso all’abita zione primaria emanati dalla presiden za Clinton, non certo questi un simbolo del liberismo, e causa prima della crisi dei «subprime»: gli incentivi statali ame ricani per l’accesso all’alloggio ha por tato a rendere a tutti accessibile il credi to immobiliare a livelli pari se non su periori al valore dell’oggetto e, con la sua cartolarizzazione, alla messa in circola zione di quei prodotti definiti «tossici» che hanno finito per intossicare tutto il settore finanziario. È vero che questa evo luzione è stata preceduta dalla creazio ne di innumerevoli prodotti di ingegne ria finanziaria sulla scia di una cresci ta esponenziale del settore finanziario le cui cause devono essere fatte risalire al l’abbandono della parità aurea intro dotta dagli accordi di Bretton Woods e, per quanto riguarda l’ Europa, dal fa moso «Big Ben» della piazza di Londra ed è vero quindi che senza questo svi luppo della finanza globale e senza le sue manifestazioni collaterali (tra cui dobbiamo annoverare un sistema di in centivi retributivi troppo impostato sul bonus e non sul malus) non vi sarebbe ro stati gli effetti della crisi o gli stessi non si sarebbero manifestati in questa forma. Ma tutto ciò ci deve portare a di re che accollare a un sistema economi co (che liberista però non è mai stato) o all’operatività di banche e società finan ziarie la responsabilità della crisi risen te o di ignoranza o di malafede. Tanto più che dei vantaggi portati dallo svi luppo economico dell’ultimo ventennio hanno potuto beneficiare tutti, non da ultimo lo Stato stesso che ha incassato la sua parte sotto forma di imposte (di rette, sulla sostanza, sul plusvalore e di bollo) il che ha contribuito a solidifica re ed estendere la presenza dell’ente pub blico e ciò non solo nel settore degli in vestimenti ma anche con l’aumento del le spese di gestione favorendo il mante nimento di una struttura gonfiata e per certi versi inefficiente e fine a se stessa. Quali le conclusioni di questo ragiona mento? Dapprima che è quantomeno il lusorio volere con sicumera distribuire le colpe per quello che è successo iden tificando nell’uomo della finanza il so lo colpevole. Questo ragionamento ri sente, come detto, o di ignoranza o di malafede, ed è dettato da uno spirito di rivalsa da parte di quei settori, quello politico in generale, che ora si sente più libero ad impostare una sua naturale politica interventista che meglio si atta glia ai suoi diretti interessi che non sem pre sono quelli dell’economia nella sua generalità: differentemente dalle leggi del libero mercato queste misure vengo no però imposte per legge, senza valida contropartita e, per la loro rigidità, non sempre producono a medio e lungo ter mine gli effetti sperati. In questo ambi to non va dimenticata la naturale invi dia per le alte retribuzioni salariali del settore finanziario che certamente ha pe sato, fatte le dovute eccezioni, nelle rea zioni a volte piuttosto isteriche, sia del mondo politico che della stampa. Che è giusto che quei dirigenti della finanza che hanno facilitato il gonfiamento dei bilanci delle loro aziende aumentando la loro esposizione debitoria e confidan do colpevolmente nei vantaggi di certi prodotti debbano pagare dimissionan do dalle loro cariche e restituendo alle società i benefici loro corrisposti per ope razioni per le quali non stati sufficien temente valutati i rischi. Ma altrettanto giusto sarebbe che chi, dall’altra parte, da quella cioè di tutti i settori (statali, di controllo delle istituzioni e della po litica monetaria) che sono stati colpe volmente inattivi o hanno favorito l’in sorgere dei fattori di rischio che hanno provocato la crisi attuale debbano assu mersi pure le proprie responsabilità, evi tando per lo meno di tirarsi fuori adde bitando nell’uomo della finanza l’uni co originario responsabile. Sia detto per inciso che le misure adottate sinora dai singoli Stati, essenzialmente di natura protezionistica, a favore del proprio si stema bancario, provocando così uno squilibrio nel mercato finanziario e del credito, ha dimostrato che le misure del la politica possono essere controprodu centi per la risoluzione della crisi attua le. E da ultimo diciamolo bene e chiaro: in un sistema economico del libero mer cato (che liberista non è ma che, per i pesanti condizionamenti statali, più op portunamente dovrebbe essere definito dell’«economia sociale del mercato», la «soziale Marktwirtschaft» dei tedeschi) non è questa la prima e non sarà que sta l’ultima crisi. Noi personalmente pre feriamo queste esperienze che permetto no imparando di migliorare, che non quelle di un’economia dirigista e stata lista, le cui esperienze negative, a livel lo di fattori sia umani che economici, sono state sufficientemente illustrate nel la storia recente e passata.
Testo di Stelio Presciallo pubblicato dal Corriere del Ticino di mercoledì 19 novembre

18/09/2008

Crisi finanziaria: quando Greenspan aveva ancora le idee chiare

"L’avversione quasi isterica nei confronti del gold standard è un atteggiamento che unisce tutti gli uomini di governo. Forse in modo più chiaro e sottile di molti difensori del laissez-faire, essi sembrano percepire che l’oro e le libertà economiche siano imprescindibili, che il gold standard sia uno strumento di laissez-faire e che ciascun termine implichi e richieda l’altro. Al fine di capire l’origine di questa avversione, è necessario, prima di tutto, capire il ruolo specifico dell’oro nel contesto di una società libera. La moneta è il comune denominatore di tutte le transazioni economiche. E’ quel bene che serve come mezzo di scambio, che viene accettato da tutti i membri di una economia di scambio nel pagamento di beni e servizi, che può essere usato come standard di valore e come riserva di valore, cioè come mezzo di accumulazione del risparmio. L’esistenza di un bene siffatto è condizione necessaria per la divisione del lavoro. Se l’uomo non avesse potuto disporre di un bene dotato di valore oggettivo, generalmente accettato come moneta, avrebbe dovuto ricorrere al baratto o sarebbe stato costretto a vivere in fattorie autosufficienti, rinunciando in tal modo agli inestimabili vantaggi della specializzazione. Se l’uomo non avesse avuto modo di conservare ricchezza nel tempo, se non avesse avuto cioè la possibilità di risparmiare, gli scambi e i piani economici di lungo termine non sarebbero stati possibili. Il mezzo di scambio accettato dagli attori economici non viene determinato arbitrariamente. Innanzitutto esso dovrebbe essere un bene durevole. In una società primitiva caratterizzata da un basso livello di ricchezza, il grano potrebbe essere un bene sufficientemente durevole per diventare un mezzo di scambio; in tale contesto tutti gli scambi avverrebbero infatti durante il raccolto o in una fase immediatamente successiva, senza lasciare al termine del processo alcun surplus da conservare. In società più ricche e più civilizzate, ovvero laddove la conservazione di valore è ritenuta importante, il mezzo di scambio deve invece essere necessariamente un bene durevole, di solito un metallo. In genere si sceglie un metallo perché dotato di caratteristiche di omogeneità e divisibilità: le unità sono tra di loro fungibili, possono inoltre essere fuse e suddivise in quantità differenti. I gioielli preziosi, per esempio, non sono né omogenei né divisibili.
Caratteristica ancora più importante è che il bene sia un bene di lusso. Il fatto che i desideri dell’uomo per gli oggetti di lusso siano illimitati ne garantisce una domanda continua e una perenne accettabilità. Il grano è un lusso nelle civiltà denutrite ma non lo è nelle società più prospere. Le sigarette non sono comunemente usate come moneta ma lo furono in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale quando vennero considerate un bene di lusso. Il termine “bene di lusso” implica scarsità e alto valore unitario. Avendo un alto valore unitario, un bene siffatto è facilmente trasportabile; un’oncia d’oro, ad esempio, equivale come valore a mezza tonnellata di ghisa. Nelle prime fasi di sviluppo di una economia basata sulla moneta possono essere utilizzati diversi mezzi di scambio. Tuttavia, il bene che tende ad essere accettato in misura maggiore rimpiazzerà gradualmente tutti gli altri. Le preferenze slitteranno infatti verso il bene più largamente accettato e ritenuto la migliore riserva di valore. Questo, in virtù delle preferenze ricevute, verrà accettato quindi con maggior favore. Lo slittamento è progressivo fino a quando quel bene emergerà come l’unico mezzo di scambio. L’utilizzo di un solo bene è estremamente vantaggioso per le stesse ragioni che rendono l’economia basata sulla moneta superiore a quella fondata sul baratto: esso favorisce gli scambi su vastissima scala. Che sia l’oro, l’argento, le conchiglie, il bestiame o il tabacco ad emergere dalla selezione, non ha nessuna importanza, esso dipende dal contesto e dallo sviluppo di un dato paese. Non a caso tutti questi beni sono stati impiegati, in periodi diversi, come mezzi di scambio.
Nel secolo in corso, le due commodity principali, l’oro e l’argento, sono state usate come mezzi di scambio internazionale, e a tal fine l’oro è diventato poi il mezzo predominante.
Avendo l’oro sia usi artistici che funzionali ed essendo relativamente scarso, presenta notevoli vantaggi rispetto a tutti gli altri mezzi di scambio. Dall’inizio della Prima Guerra Mondiale è stato l’unico standard di scambio internazionale. Se tutti i beni e i servizi dovessero essere pagati in oro, la gran parte dei pagamenti sarebbe difficile da effettuare, ciò tenderebbe a limitare nella società i vantaggi della divisione del lavoro e della specializzazione. La logica prosecuzione alla creazione di un mezzo di scambio diventa pertanto lo sviluppo di un sistema bancario e l’emissione di titoli di credito (banconote e assegni) in grado di sostituire l’oro ma convertibili nello stesso. Un libero sistema bancario basato sull’oro è in grado di creare banconote (moneta) e di estendere il credito in base alle esigenze della produzione economica. I proprietari di oro, attirati dal pagamento di interessi, lo depositano in banca e sulla base di quel deposito hanno la possibilità di utilizzare gli assegni come strumento di pagamento. Siccome è raro che tutti i depositanti si presentino a ritirare l’oro nello stesso momento, il banchiere ha bisogno di mantenere come riserva solo una parte dei depositi totali. Ciò gli consente di concedere prestiti in misura maggiore del totale dei depositi (in altre parole egli finisce col detenere, più che l’oro stesso a piena garanzia dei depositi, dei titoli di debito a valere sulle proprie riserve). Tuttavia, il banchiere non può permettersi di concedere prestiti in misura del tutto arbitraria: deve farlo valutando la propria base di riserve reali e lo stato dei propri investimenti. Quando le banche prestano denaro per finanziare attività economiche redditizie, i prestiti vengono ripagati rapidamente e le disponibilità di nuovo credito sono generalmente fluide e continue. Ma quando le imprese finanziate dal credito bancario sono meno redditizie e lente nel ripagare i debiti, i banchieri finiscono col ritrovarsi un ammontare di prestiti in essere eccessivo rispetto alle riserve in oro. Essi cominciano pertanto a ridurre l’ammontare di nuovi prestiti, generalmente facendo pagare tassi di interesse più alti.
Questo tende a ridurre i finanziamenti alle nuove imprese e a imporre indirettamente ai debitori un aumento della propria redditività come condizione necessaria per l’ottenimento di nuovo credito teso al finanziamento dell’espansione operativa. Perciò, sotto il regime del gold standard, un sistema bancario si impone come il protettore della stabilità economica e di una crescita equilibrata. Quando l’oro è accettato come mezzo di scambio dalla maggioranza delle Nazioni, il gold standard, non ostacolato, libero e internazionale serve a incoraggiare una divisione del lavoro a livello mondiale e un più vasto commercio internazionale.
Nonostante le unità di scambio (dollaro, pound, franco, etc.) differiscano da paese a paese, il fatto di definirle tutte in termini di oro rende le economie dei diversi paesi riconducibili ad un’unica economia, sempre che non ci siano restrizioni sul commercio o sui movimenti di capitale. Il credito, i tassi di interesse e i prezzi tendono a seguire andamenti simili in tutti i paesi. Per esempio, se le banche di un paese concedessero credito troppo facilmente, i tassi di interesse in quel paese tenderebbero a scendere, inducendo i depositanti a spostare il loro oro verso le banche di altri paesi che pagano interessi più alti. Questo provocherebbe immediatamente una carenza delle riserve bancarie nei paesi “dai soldi facili”, provocando un restringimento del credito e un ritorno verso tassi di interesse più alti e competitivi. Un sistema bancario completamente libero e un gold standard pienamente compatibile non sono stati ancora raggiunti. Prima della Prima Guerra Mondiale, il sistema bancario degli Stati Uniti (e della maggior parte del mondo) era basato sull’oro e anche se i governi intervenivano occasionalmente, l’attività bancaria era più libera che controllata. Periodicamente, come risultato di una espansione troppo rapida del credito, le banche cominciavano a elargire prestiti fino al limite delle loro riserve in oro, i tassi di interesse di conseguenza aumentavano rapidamente, si restringeva il credito e l’economia entrava in una recessione brusca ma di breve durata (infatti paragonata alle recessioni del 1920 e del 1932 i rallentamenti dell’attività economica antecedenti la Prima Guerra Mondiali furono piuttosto moderati). Erano le limitate riserve di oro a fermare per tempo un’espansione economica squilibrata, prima cioè che essa potesse provocare dei disastri finanziari analoghi a quelli verificatosi dopo la Prima Guerra Mondiale. I periodi di riassestamento erano pertanto brevi e le economie in grado di ristabilire velocemente le solide basi necessarie alla nuova fase espansiva. La cura alle contrazioni economiche fu mal diagnosticata così come la malattia: se la carenza di riserve bancarie causava un rallentamento economico – argomentarono gli economisti – perché non trovare il sistema di fornire alle banche le riserve sufficienti in modo da non lasciarle mai a secco? Se le banche potessero continuare a prestare denaro senza restrizioni – fu sostenuto – non ci sarebbero rallentamenti economici. E così nel 1913 fu organizzato il sistema della Federal Reserve. Consisteva in dodici banche regionali possedute da investitori privati, ma in realtà, patrocinate, controllate e sostenute dal governo. Pur non essendo di fatto legale, il credito concesso da queste banche venne in pratica garantito dal potere di tassazione del governo federale. Tecnicamente, si mantenne il gold standard; gli individui erano ancora liberi di possedere oro ed esso continuava a essere usato come riserva bancaria. Tuttavia adesso, il credito accordato dalle banche costituenti il sistema della Federal Reserve (“riserve cartacee”) poteva essere utilizzato legalmente in aggiunta all’oro per rimborsare i titolari dei depositi. Quando nel 1927 l’economia americana subì una leggera contrazione, la Federal Reserve creò maggiori riserve cartacee nella speranza di prevenire l’eventuale scarsità delle riserve bancarie. Ancora più disastroso fu, tuttavia, il tentativo della Federal Reserve di aiutare la Gran Bretagna che stava perdendo le proprie riserve auree a favore degli USA, in quanto la Banca d’Inghilterra si rifiutava di aumentare, nonostante le forze di mercato lo imponessero, i tassi di interesse (il fatto sarebbe stato politicamente sconveniente). Il ragionamento delle autorità si riassume come segue: se la Federal Reserve avesse pompato eccessive quantità di riserve cartacee nelle banche americane, i tassi di interesse americani sarebbero scesi ai livelli della Gran Bretagna; questo avrebbe fermato la perdita di oro nel sistema bancario inglese ed evitato negli UK l’imbarazzo politico di dover alzare i tassi di interesse. La “Fed” ci riuscì; fermò la perdita di oro da parte del sistema inglese ma, come conseguenza, per poco non distrusse le economie mondiali. L’eccessivo credito pompato dalla Fed si riversò sul mercato azionario dando avvio a un incredibile boom speculativo. Con un certo ritardo, i funzionari della Federal Reserve cercarono di arginare le riserve in eccesso e riuscirono a frenare il boom. Ma era troppo tardi; nel 1929 gli squilibri dovuti alla speculazione erano diventati così dirompenti che quel tentativo finì col causare una profonda recessione. L’economia americana collassò. La Gran Bretagna se la passò ancora peggio ma anzi che accettare le conseguenze dei propri errori, nel 1931 abbandonò completamente il gold standard, lacerando ciò che rimaneva della fiducia dei depositanti e provocando una serie di fallimenti bancari in tutto il mondo. Le economie mondiali piombarono nella Grande Depressione degli anni 30. Con una logica che ricorda quella della generazione precedente, gli uomini di governo attribuiscono al gold standard la causa del collasso del credito che portò alla Grande Depressione. Se il gold standard non fosse esistito, essi sostengono, l’abbandono da parte della Gran Bretagna dei pagamenti in oro nel 1931 non avrebbe causato il fallimento delle banche in tutto il mondo. L’ironia vuole che dal 1913 non esistesse più il gold standard ma quello che si potrebbe chiamare “un gold standard misto”; tuttavia ad essere colpevolizzato fu solo l’oro.
L’opposizione al gold standard in ogni forma - da parte di un numero crescente di sostenitori del Welfare State (lo Stato sociale) – fu sostenuta comunque da una concezione ancora più sottile: la realizzazione che il gold standard sia incompatibile con deficit di spesa cronici (il marchio di distinzione del Welfare State). Spogliato dal suo gergo accademico, il Welfare State non è niente altro che un meccanismo attraverso il quale i governi confiscano il bene dei membri produttivi di una società per sostenere un vasto numero di piani assistenziali. Una parte consistente della confisca è effettuata dalla tassazione. Tuttavia, come riconobbero subito gli uomini di governo del Welfare State, il mantenimento del potere politico era condizionato fortemente dal prelievo fiscale e dal rispetto di certi limiti di tassazione. Di conseguenza per finanziare le spese del Welfare State si rese necessario il ricorso a massicci deficit di spesa pubblica, ovvero, si presentò la necessità di prendere a prestito il denaro emettendo obbligazioni governative. Sotto il gold standard, l’ammontare di credito che una economia può sostenere è determinata dai beni tangibili della stessa economia, dato che ogni strumento di credito è, in fin dei conti, un diritto su qualche bene tangibile. Ma le obbligazioni governative non sono finanziate da ricchezza tangibile, rappresentano solo la promessa del governo di sborsare nel futuro parte del reddito ottenuto tramite il prelievo fiscale. L’emissione di una grande quantità di nuove obbligazioni governative, di difficile assorbimento da parte del mercato, può essere venduta al pubblico solo a tassi di interesse progressivamente crescenti. Per questa ragione il debito pubblico sotto il gold standard è severamente limitato. L’abbandono del gold standard ha reso possibile agli uomini di governo del Welfare l’utilizzo del sistema bancario come mezzo per espandere il credito in maniera illimitata. Hanno creato riserve cartacee in forma di obbligazioni di Stato le quali, attraverso una serie complessa di procedimenti, sono accettate dalle banche al posto degli asset tangibili e trattate come se fossero veri depositi, ovvero come l’equivalente di ciò che in precedenza era il deposito aureo. Il possessore di un titolo di stato o di un deposito bancario creato dalle riserve cartacee crede di avere un valido diritto su un bene reale. Ma la verità dei fatti è che adesso ci sono più diritti che beni reali. La legge della domanda e dell’offerta non può essere ingannata. Man mano che la riserva di moneta (di diritti) cresce, relativamente alla riserva di beni tangibili dell’economia, i prezzi devono necessariamente aumentare. In tal modo i risparmi dei membri della società perdono valore in termini di beni reali. Quando i conti economici tornano nuovamente in equilibrio, questa perdita di valore rappresenta il valore dei beni acquistati dal governo, per il Welfare o per altri fini, e pagati con la moneta creata tramite l’emissione di obbligazioni e finanziata dall’espansione del credito bancario. In assenza del gold standard è impossibile proteggere i risparmi dalla confisca realizzata attraverso l’inflazione. Non esiste riserva di valore sicura. Se ci fosse, il governo dovrebbe dichiarare quel possesso illegale, come è stato fatto nel caso dell’oro (nel 1933 negli USA, ndt). Se ognuno decidesse, per esempio, di convertire i propri depositi bancari in oro o in rame o in qualsiasi altro bene reale e si rifiutasse di accettare gli assegni come mezzo di pagamento, i depositi bancari perderebbero il loro potere d’acquisto e i crediti creati dai governi non avrebbero più nessun valore come diritto sui beni reali. La politica finanziaria del Welfare vuole che i possessori di ricchezza non abbiano nessun modo di proteggersi dalla confisca. Questo è il meschino segreto delle campagne degli uomini di governo del Welfare contro l’oro. I deficit di spesa sono un semplice sistema per confiscare ricchezza. L’oro ostacola questo insidioso processo. Si pone a protezione dei diritti di proprietà. Se si capisce questo, non si ha difficoltà a capire l’avversione degli uomini di governo verso il gold standard."
Fonte: (Questo articolo è apparso per la prima volta sulla newsletter “The Objectivist” pubblicata nel 1966 e ristampata in “Capitalism: The Unknown Ideal” di Ayn Rand).

 

17/08/2008

La vera storia della Grande Depressione

In questa fase di crisi finanziaria rieccheggia sui giornali il richiamo alla crisi della borsa del 1929 e alla Grande Depressione che accompagnato l'economia americana per oltre un decennio. Ovviamente il discorso, ripetuto fino alla noia, è che la crisi dimostra l'instabilità di un'economia libera e ovviamente non si sprecano gli elogi per il New Deal che avrebbe rimesso in moto l'America. In realtà questa lettura della storia è falsa. Lo ha spiegato molto bene Murray Rothbard nel suo "La grande depressione". Per chi non avesse voglia e neppure tempo di leggere la munumentale opera dell'economista americano segnalo lo splendido testo di Lawrence W. Reed, presidente del Mackinac Center for Public Policy, dal titolo: "Great Myths of the Great Depression".  Una versione in francese è disponibile ora qui.

17/06/2008

Un'Europa dal sapore totalitario

"La scorsa settimana gli elettori irlandesi con chiara maggioranza hanno rifiutato di ratificare il trattato di Lisbona dell’UE che dovrebbe sostituire il progetto di costituzione, a suo tempo condannato dal voto popolare di Francia e Olanda.
Due le immediate reazioni degli ambienti ufficiali di Bruxelles e degli eurofili di diverse nazionalità. Mancanza di comunicazione e, l’Irlanda ha detto no, ma altri diciotto paesi hanno già detto sì. Reazioni speciose, faziose e anche offensive per gli elettori irlandesi.
Mancanza di comunicazione. È la solita solfa, i votanti sono una banda di persone rozze ed impreparate ai quali non si è riusciti a spiegare bene l’essenza della proposta, altrimenti avrebbero votato sì. Smettiamola con queste finzioni, o peggio arroganza, in virtù della quale i cittadini sono intelligenti, hanno capito e fanno il proprio interesse solo se votano come vogliono i governanti. Il popolo ha spesso una capacità di sintesi nel suo buon senso, come lo dimostrano plurime votazioni in Svizzera, che talvolta manca ai governanti. Ancor più arrogante e oltretutto scorretta è l’obiezione dell’Irlanda che vota no contro altri 18 paesi che (finora) hanno approvato. Si dimentica di dire che in questi altri 18 paesi la ratifica è stata data dai parlamenti e non dal popolo. Si dimentica che quando il popolo è stato chiamato a votare in Francia, in Olanda, in Irlanda, in Danimarca, in Svezia (per l’Euro) ha, con un’eccezione, sempre votato negativamente.
Il fatto che dinanzi a queste ripetute sconfessioni politici e burocrati di Bruxelles si rifugino monotonamente nella scusa pretestuosa delle mancate sufficienti spiegazioni o nel fatto che altri paesi (ma con il voto dei politici) abbiano dato l’approvazione, dà la misura di quanto ampio sia il baratro di incomprensione tra coloro che sarebbero gli europei e chi li governa.
Vi è poi chi non manca di dire che gli irlandesi sono 4 milioni e l’UE ha quasi un mezzo miliardo di abitanti, chi sottolinea che un solo no non basta, che in fondo si potrebbe (come già fatto con il trattato di Nizza) obbligare gli irlandesi a rifare la votazione sperando che rinsaviscano, chi propone di continuare mettendo in un angolo (punendola) l’Irlanda, insomma un’UE di 26 più 1. Il tutto condito da delicati commenti sui miliardi che l’Irlanda ha ricevuto dai fondi UE e le hanno permesso di passare da paese tra i più poveri a paese dove l’economia fiorisce e dispensa benessere. A questo proposito Bruxelles forse sarebbe più lieta se gli irlandesi avessero fatto cattivo uso dei finanziamenti e necessitassero oggi ancora di venir sussidiati. Carità pelosa per sudditi obbedienti.
Sono solo 4 milioni gli irlandesi, ma sono gli unici che hanno votato. E poi era prevista, data l’importanza del trattato, l’unanimità. Siccome qualcuno non vota come si vuole, diciamo di aver scherzato e l’unanimità non è più necessaria? Ma non si era detto che per il trattato nell’UE tutti i piccoli e grandi avevano – giustamente – uguali diritti? Anche questo non vale più: se il no viene dalla Germania o dalla Francia se ne tiene conto, se viene da un piccolo stato membro (istruttiva lezione per noi svizzeri) non ha alcun peso né influenza? Essendo stato il risultato negativo per la dirigenza dell’UE, la votazione (come purtroppo già fatto) va ripetuta sino a quando si ottiene l’approvazione?
E se avessero vinto i sì, qualcuno avrebbe potuto chiedere la ripetizione nella speranza che in seconda battuta vincessero i no? Ma che democrazia è quella nella quale se non si vota come vogliono i governanti lo stato che dissente rischia punizioni e ritorsioni? (Il pensiero corre alle minacce di rappresaglia verso la Svizzera).
Non sarebbe meglio dopo questa ulteriore lezione, invece di ricorrere a tanti arzigogoli ed ipocrisie se Germania, Francia ed altri si chiedessero, tra l’altro, se forse molti degli irlandesi che hanno votato no temevano (a giusta ragione) che la loro aliquota fiscale del 12,5% venisse minacciata dagli zeloti dell’armonizzazione (verso l’alto) delle imposte.
L’occasione sarebbe ideale per un vero ripensamento di un’Europa effettivamente federalista (non centralista) dove i piccoli vengono rispettati come rispettate vengono le specificità e le particolarità che sono il risultato della decantazione di una storia affascinante di secoli nei quali genio e sangue, il «cogito ergo sum» e feroci bestiali degradazioni si sono scontrate, dove la stimolante concorrenza dei sistemi non viene mortificata da ottusità centraliste.
Ma forse i politici eurofili pensano che tutte le grandi idee si scontrano con l’incomprensione del popolo ignorante, e che è dovere dei pochi eletti di condurre le masse. Era il credo di un certo Vladimir Ilyich Lenin, sarebbe meglio non dimenticarlo." Scritto da Tito Tettamanti sul "Corriere del Ticino" del 17 giugno.

03/06/2008

32'000 firme schiacciate dal silenzio

Leggendo la mailing list odierna dell'Institut Economique de Montréal ho scoperto questo passaggio relativo al dibattito sul surriscaldamento climatico: "La Oregon Institute of Science and Medicine a rendu publique une pétition de 32 000 scientifiques qui contestent le lien entre les CO2 et le climat. Évidemment, aucun média n'a jugé bon de rapporter cette information. Manifestement, ils jugent que la parole de 32 000 scientifiques est insignifiante à côté de celle d'Al Gore ou d'un représentant de Greenpeace! Quand on pense à la couverture dont a bénéficié le rapport du GIEC signé par 2 500 experts, on s'explique mal le mutisme des médias face à la position prise par 32 000 scientifiques. Or, croire aveuglément en un consensus qui n'existe pas est grave. Si c'est effectivement l'activité solaire qui perturbe le climat, cela signifie que les efforts que nous déployons pour lutter contre les GES sont inutiles, et que nous gaspillons notre argent." L'intero articolo è qui.

14/11/2007

L' "effetto serra" ha il suo "pentito"

Tramite "Salento Libero" ho scoperto aul sito de "Il Giornale" un interessante articolo che comincia così: «L’effetto serra è un bluff»; «Il pianeta non si sta riscaldando»; «I ghiacciai non si stanno sciogliendo»; «Le previsioni meteo sono inattendibili»; «La colpa dell’inquinamento non è dell’uomo». Firmato, professor John R. Christy, direttore dell’Earth System Science Center dell’Università dell’Alabama. Un colpo mortale per i professionisti della «difesa della Terra» che, sui fantasmi dell’emergenza ambientale, hanno costruito le fortune politiche ed economiche. Ma ora il professor Christy ci ha ripensato, diventando il primo Nobel «pentito». Una circostanza che, se da una parte lo farà entrare nella storia, dall’altra lo ha reso inviso ai suoi colleghi dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change), la commissione Onu premiata dall’Accademia di Svezia insieme con Al Gore per avere denunciato i rischi di un’«apocalisse» prossima ventura, effetto dell’incombente global warming. Così il professor Christy ha deciso di fare outing. Tutto l'articolo è consultabile qui.

19/09/2007

Effetto serra: 500 scienziati contestano

Copio e incollo l'articolo apparso sul Giornale del Popolo: "Pubblicato un saggio che raccoglie gli studi di 500 scienziati di fama internazionale secondo i quali il surriscaldamento globale non è prodotto dall’attività umana ma è un fenomeno ciclico che si ripete ogni 1500 anni. Il dibattito ormai ha assunto le dimensioni di un tornado e non sembra che a breve potrà es­ser declassato a “tempesta tropicale” come, do­po un po’, avviene con le perturbazioni reali. Stia­mo parlando delle polemiche sulle teorie, ormai dominanti dal punto di vista mediatico e poli­tico, secondo le quali il “surriscaldamento glo­bale” dipende dall’attività dell’uomo e secondo le quali – se non si fermerà il trend – tra poche decine di anni saremo confrontati con immen­se catastrofi naturali. Se sulle prime pagine dei giornali e ai summit internazionali l’allarmismo e il catastrofismo sono ormai un atteggiamen­to consolidato, non è così invece all’interno del­la comunità scientifica, dove le posizioni sono assai più diversificate. A dimostrarlo è un saggio controcorrente pubblicato negli Stati Uniti dal celebre scienziato Fred Singer e dal noto anali­sta Dennis T. Avery inti­tolato “Unstoppable Global Warming: Ever 1500 years”. Il testo rac­coglie le osservazioni e le scoperte di quei 500 ricercatori che, pur es­sendo non meno titola­ti dei colleghi catastrofi­sti, affermano che non vi siano evidenze scientifi­che che il surriscalda­mento globale derivi dall’attività umana e che, anzi, è un fenomeno naturale. Secondo questo consistente corpus di studi il nostro pianeta non è stato solo teatro di quattro grandi glaciazioni, durante periodi che variano tra i 100mila e i 40mila anni, ma continua a oscillare tra fasi di riscaldamento e raffreddamento di circa 1500 an­ni. «Abbiamo a disposizione – dice Singer – una Teo­ria sull’Effetto Serra ancora senza prove defini­tive, se si accetta l’attuale moderato riscaldamen­to, che diventa catastrofico con simulazioni al computer che non sono mai state verificate da eventi naturali». «Ci sono forti evidenze – con­tinua il professore di Sciente ambientali all’Uni­versity of Virginia e “guru” di illustri agenzie ame­ricane (dalla NOAA alla NASA) – di un ciclo di 1500 anni che si ripete da centinaia di migliaia di anni». Gli argomenti a favore di questa teoria vanno da quelli più “glamour” e ad alto impatto mediati­co a quelli più austeri, ma assai più convincen­ti dal punto di vista scientifico. Del primo tipo, ad esempio, è quello che chiama sul banco dei testimoni la presenza dei vigneti in Inghilterra. Gli antichi romani, che in Britannia sbarcarono nel 55 a.C., produssero buon vino per quasi 400 anni caratterizzati da un clima caldo. Le viti, nel frattempo scomparse per l’irrigidimento delle temperature, ricomparvero nel Medioevo, du­rante una seconda fase di riscaldamento tra il 950 e il 1300, per poi estinguersi ancora tra il 1300 e il 1850. Più decisivi dal punto di vista scientifico, inve­ce, sono i dati racchiusi in una “carota” di ghiac­cio estratta dall’Antartico e che indica in modo evidente il susseguirsi, negli ultimi 400 mila an­ni, del “ciclo dei 1500 anni”. A fare da “archivi del clima” ci sono poi altri campioni ghiacciati in­sieme con le alterazioni degli isotopi di ossige­no e degli ioni di berillio, oltre ai sedimenti ma­rini e lacustri, alle stalagmiti, ai pollini fossiliz­zati, agli anelli degli alberi e alle avanzate e alle ritirate di foreste e ghiacciai. In sintesi: dalla fi­ne dell’ultima era glaciale, 10mila anni fa, si so­no susseguiti sei cicli e quindi una dozzina di pe­riodi come quello che stiamo attraversando. Ep­pure da meno di un secolo l’uomo ha incomin­ciato a produrre le emissioni che, secondo la vul­gata, sarebbero responsabili del recente aumen­to della temperatura sulla crosta terreste. Sem­bra infatti più plausibile, secondo questi studi, che ad essere responsabile di questo surriscal­damento siano le variazioni dell’irradiazione so­lare e le sue conseguenze sull’atmosfera terrestre. Non l’uomo, dunque, ma il sole. Quelle esposte da Singer e da Avery sono modelli, teorie, non certezze, come del resto quelle su cui si fonda­no gli attuali allarmismi. Eppure a livello politi­co e mediatico le teorie catastrofiste sono spac­ciate per certezze tout court."

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