24/09/2009

Agricoltura, luoghi comuni e vittime reali

Non che sia l’unico settore a godere di un massiccio sostegno statale, ma il settore agricolo è probabilmente quello che in Svizzera gode delle sovvenzioni maggiori. Tempo fa in un duro articolo contro il sostegno al settore primario della nostra economia, l’avvocato ginevrino Charles Poncet aveva articolo un costo di 8 miliardi di franchi l’anno, ritrovandosi poi con una bella dose di letame rovesciato davanti ai suoi uffici da paesani decisamente incazzati. Eppure Poncet aveva colto nel segno. Il sostegno pubblico all’agricoltura ha effetti devastanti sui paesi in via di sviluppo.Tra aiuti diretti, dazi dogani e aiuti all’esportazione, gli africani, per parlare solo di loro, si vedono vergognosamente ridotti gli accessi ai nostri mercati. Con tutte le conseguenze economiche e umane del caso. Ma non è tutto. Il presidente del parlamento della Costa d’Avorio ha recentemente sostenuto che il protezionismo occidentale ha effetti estremamente deleteri anche da un punto di vista culturale. E’ infatti difficile promuovere la libertà di commercio e il libero mercato in Africa quando gli Stati che dovrebbero dare il buon esempio e spesso si fanno i cantori (solo a parole) del capitalismo, poi si si dimenticano di  passare dalle parole ai fatti.“Vedete, dicono le élite africane ai loro popoli, anche gli europei si affidano allo Stato, se lo fanno loro abbiamo interesse a seguire la medesima via”. E’ la via del disastro, facilitata dagli alibi intellettuali forniti dai paesi del primo mondo. In questo contesto non sorprendono, ma lasciano alquanto perplessi, le argomentazioni che la lobby agricola sparge sui vari organi di informazione. Ultimamente mi sono imbattuto su Ticinolibero in un testo di Cleto Ferrari dell’Unione contadini ticinesi: Che ci dice Ferrari: 1) che la società trae grande vantaggio dall’agricoltura svizzera, 2) che  l’apertura dei mercati porterebbe conseguenze sul giusto prezzo dei prodotti genuini locali, 3) che senza questo prezzo ci saranno problemi anche in altri settori, 4) che va promosso il locale a scapito del globale, 5) che l’argricoltura produce un bene diverso, non di mercato e 6) che ci vogliono politiche regionali. Questi argomenti sono in realtà inconsistenti. L’idea che la società sia altro che gli individui che la compongono è palesemente sbagliata. Solo gli individui hanno bisogni, agiscono e pensano.Cleto Ferrari ignora che non possiamo conoscere a priori i bisogni degli individui. Questi emergono sul mercato dal momento che il singolo agisce. L’azione umana implica sempre una scelta. Solo in un mercato libero, in cui ognuno scambia liberamente i propri legittimi diritti di prorietà possiamo sapere qualcosa dei bisogni delle persone in un determinato momento. Le politiche stataliste alterano questo ordine spontaneo introducendo un atto di forza, quello esercitato dallo Stato, e modificano, contro il volere del singolo, la destinazione delle risorse scarse di ognuno di noi. In realtà l’unico valore che l’individuo attribuisce all’agricoltura svizzera è quello che liberamente gli accorda acquistandone i prodotti. Non si capisce perché ci si preoccupa tanto dei prodotti esteri se tutti sono desiderosi di prodotti di prossimità. Che lo siano solo a parole?  In fondo, libertà di scambio significa anche libertà di rifiutare un scambio. Oggi non sappiamo qual è il valore che gli svizzeri attribuiscono alle produzioni locali per il semplice fatto che questo valore è soffocato dallo statalismo selvaggio. Quanto detto finora dovrebbe chiarire che l’unico prezzo giusto è quello di mercato. Non ve ne sono altri, e di certo non è quello stabilito a tavolino dai burocrati dello Stato. Poco convincente anche la tesi secondo la quale l’agricoltura non dovrebbe essere sottoposta al mercato, tesi ripetuta fino alla nausea come una verità assoluta, sulla cui argomentazione a favore Cleto Ferrari glissa alla grande,  per non parlare del rilancio del protezionismo cammuffato da politiche regionali. E pensare che è dimostrabile che le prime vittime del protezionismo sono i cittadini dello Stato che lo pratica e che la divisione del lavoro (si pensi alla legge sui vantaggi comparati) è fondamentale per lo sviluppo di una società libera, prospera e pacifica. Il libero mercato non è solo compatibile con l’agricoltura. E’ necesario se vogliamo dare concretezza al temine libertà.

17/06/2009

Gesù era un dilettante

Si dice che Gesù sia figlio di Dio. Non proprio uno qualunque. Pare facesse dei miracoli. Roba seria. Si dice che moltiplicasse i pani e i pesci. Ci crede con fervente devozione un sacco di gente. Poi sono arrivati i critici, quelli razionali, quelli alla San Tommaso, e qualcuno ha espresso qualche dubbio. Potrebbe anche non essere vero, potrebbe anche essere una bufala. Magari era un cirlatano. Chissà poi chi avrà ragione. Una cosa in questi mesi però l’ho capita. Il Gesù che moltiplicava i pani e i pesci non regge il confronto al cospetto dei nuovi depositari della pietra filosofale: gli uomini dello Stato. I nuovi superman che prima l’hanno creata e che ora dalla crisi ci faranno uscire. Loro vanno ben al di là dei pani e dei pesci. Loro sanno persino rilanciare l’economia. Credevate fossero umani? Illusi, loro non lo sono. Loro giocano in un’altra categoria, magari in un’altra dimensione. Cercano di farvi credere che beni e servizi crescano, così, in abbondanza, sugli alberi. Da soli. Loro sono i depositari della pietra filosofale. Loro creano materia dal nulla e alcuni di voi, poveri illusi, continuano a credere che ci voglia fatica, rischio, anticipazione. E qualche volta non basta nemmeno. E’ lo spettro del fallimento. Ogni tanto vi ricordate dei consigli dei vostri nonni, quelli della nostra tradizione contadina, quella che “mai fare il passo più lungo della gamba”, quelli del “mettere fieno in cascina” che non si sa mai cosa ci riserva il futuro. Lo chiamate buon senso, comportamento sensato di persona previdente che sa pianificare sul medio-lungo periodo la sua vita. Che sa che il futuro è incerto. E che sceglie liberamente ponderando tra la gallina oggi o l’uovo domani. Bene, vi sbagliate. Loro, gli uomini dello Stato, stampano moneta dal nulla e si lanciano in keynesiani piani di stimolo del consumo, dopo aver manipolato l’ininmaginabile. Loro se ne infischiano delle vostre preferenze temporali. Negano le fondamenta della civiltà occidentale, ma loro possono, loro sono al di là della natura umana, quella natura umana confrontata ogni giorno con la scarsità, in primis del tempo. Tutti in riga quindi a consumaree ora, adesso, subito. Quel tal prodotto non vi serve, pigliatevi l’incentivo e consumate. (Che, detto per inciso, quando a dirlo sono quelli che pestano un giorno sì e l’altro pure contro il consumismo, fa anche ridere). Ci hanno regalato una crisi del capitalismo (la più grossa balla del millennio) a colpi di credito e debiti, e ci propongono droga per curare il drogato. Risparmiare? Tranquilli è superato, se serve carta moneta ci pensano loro. Rotativa. Delle due l’una: o sono ignoranti o in malafede. O forse si credono semplicemente onnipotenti, si credono Dio. Benedetto XVI  non è mai arrivato a tanto e sì che lui, con Dio, ha una relazione speciale. Per non parlare poi di Gesù, che moltiplicava i pani e i pesci e se proprio esagerava trasformava l’acqua in vino. Bazzeccole. In confronto agli uomini dello Stato era un dilettante. Di quinta categoria.

03/04/2009

Il valore locativo, un'assurdità

Non diciamo certo una novità affermando che la fantasia degli uomini dello Stato è senza limiti, soprattutto quando si tratta di trovare nuove fonti di entrata. Tra le molteplici prevaricazioni a cui sono sottoposti gli abitanti di quel bellissimo paese che è la Svizzera,  l’applicazione del valore locativo sulla casa rientra a pieno titolo tra quelle più assurde. E’ l’arbitrio fatto legge. L’imposizione di un  valore locativo, sulla base di un affitto virtuale,  dimostra come in Svizzera il concetto di valore soggettivo non si sia ancora fatto largo nella classe politica e nelle varie amministrazioni. Il valore di un oggetto emerge unicamente in un mercato libero a seguito di una scelta personale. E’ lo scambio, tra persone con scale di valori diverse, a far emergere un prezzo di mercato. Nessun funzionario è in grado di stabilire un valore, se non in modo totalmente arbitrario. Già questo dovrebbe bastare per procedere, quanto prima, all’abolizione di questa ennesima tassa, quantomeno per onestà intellettuale.
Detto questo vale la pena rilevare altri aspetti problematici di questa creazione burocratica. Primo tra questi, quello di mantenere artificialmente una popolazione di indebitati. I progetti a lungo termine del singolo o delle famiglie vengono alterati da questi assurdi disincentivi. E’ forse il caso di chiedersi a chi giova tutto questo. Giova allo Stato, che si inventa un’ulteriore fonte di reddito, ai funzionari incaricati di fissare il valore locativo che si assicurano il lavoro, e in fondo giova,  eccome se giova, alle banche. Di fatto, i proprietari hanno interesse a non ammortizzare eccessivamente il debito contratto sul loro bene immobiliare. Ci ritroviamo così con un 35% di proprietari che versa anno dopo anno interessi su interessi agli istituti di credito sulla base del denaro prestato. (Si fa per dire, denaro prestato, come dimostra bene la problematica della riserva frazionaria, che consente alle banche di  incassare frutti di lavoro reale in cambio, in gran parte, di una scrittura contabile su un ordinatore). In questa alleanza oggettiva tra uomini dello Stato e finanza non possono mancare quelli che Lenin definisce gli “utili idioti”. Stiamo parlando in particolare dei sindacati e del Partito socialista, che non possono esimersi dal giocare uno contro l’altro gli individui, i cattivi proprietari contro i gentili locatari. E così, regolarmente, la sinistra puntella una norma ideologica che tende a discriminare i proprietari in nome della “giustizia” e dell’ “equità di trattamento”. Scrive in proposito Pierre Bessard, delegato generale dell’Institut Constat di Losanna, in un paper dedicato al tema: “questa argomentazione sottintende, in modo totalmente inversosimile, che il proprietario di un bene immobiliare non debba far fronte a nessuna spesa, mentre il locatario deve pagare l’affitto. In realtà questa disuguaglianza è solo apparente. Se prendiamo in considerazione il fattore tempo ci rendiamo conto che il proprietario ha effettuato la scelta di consacrare un risparmio o un capitale all’abitazione, invece di destinarlo ad altri usi”. Chi sceglie l’affitto fa una scelta diversa, altrettanto legittima; quella, scrive ancora Bessard “di beneficiare di maggiore mobilità a costi di transizione più bassi”. Come i funzionari statali possano agire equamente in questo groviglio di opzioni individuali non è dato sapere.  Che il legislatore manchi di coerenza anche nelle sue pratiche repressive lo dimostra il fatto che nessuno, almeno finora, ha deciso, e qui riprendiamo alcuni esempi avanzati da Bessard, di tassare i genitori per il tempo che consacrano all’educazione dei figli senza ricorrere a strutture pubbliche o private, così come nessuno pensa di  tassare lo studente che si prepara  il pranzo per evitare il ricorso al ristorante, solitamente più costoso. Eppure si tassa il proprietario sulla base del reddito che incamererebbe se si affittasse l’appartamento in suo possesso. Se è vero che non mancano regolari proposte di riforma, è altrettanto vero che l’unica proposta seria è quella che prevede la semplice abolizione di una norma che non potrebbe sopravvivere ad un serio test di costituzionalità.
Questo testo è stato scritto per "I Fogli di Enclave"

16/03/2009

E' l'ora della scelta di campo

Nell’ultimo secolo lo statalismo selvaggio ha dato il peggio di sè nell’inaudito orrore nazional-socialista e comunista. Lo statalismo selvaggio, in versione moderata, ci ha regalato il trionfo della democrazia e la conseguente costante, lenta e progressiva erosione delle libertà individuali. Il peso dello Stato sulla società è cresciuto a dismisura. Il concetto-truffa, “lo Stato siamo noi,” ha retto con successo, puntellato proprio dalla retorica democratica. La distinzione tra individuo e collettività, tra libera scelta e coercizione è svanita nella retorica del “pragmatismo centrista” tanto da risultare di difficile comprensione a molti.
Siamo a un bivio, uno dei tanti della storia. E’ l’ora delle scelte decisive.Impareremo qualcosa dalla crisi economica? I miliardi versati  agli uni e pagati dagli altri, la profonda immoralità del “tu puoi fallire” e del “tu non fallirai”, lo sciaccallaggio con cui i governi si avventano sulle fatiche degli individui, le protezioni garantite ai primi a spese dei secondi, la supponenza intellettuale dei monopolisti della moneta e dei manipolatori del tasso di interesse, nonché lo spreco dei cosidetti piani di rilancio dovrebbero averci aperto gli occhi. Lo Stato non siamo noi. Gli uomini dello Stato non fanno il bene comune, fanno il bene di alcuni. Possiamo continuare a illuderci, a seguire il pifferaio magico di turno, oppure possiamo fischiare la fine della ricreazione e tentare di riprenderci la nostra libertà. E’ora di fare una scelta di campo, di scegliere tra libertà e coercizione.

09/12/2008

Il trionfo degli illusionisti

Non c’è crisi che tenga. Da alcune settimane sono pervaso da una strana sensazione. Mi sembra di vivere nel paradiso terrestre. Saranno i miliardi che spuntano come funghi un giorno sì e l’altro pure? O saranno gli immancabili piani di rilancio messi a punti dai politici e dai governi? Se la gente non consuma, i soldi ce li mettono loro, i politici. Tutto sembra talmente normale che potremmo anche provare ad essere più furbi degli altri. Inondiamo la Svizzera di carta moneta. Un bel milione a tutti. Saremmo finalmente tutti ricchi. Non è meraviglioso il paese dei balocchi? Un grande liberale francese, Frédéric Bastiat, amava ricordare  che “c’è ciò che si vede e ciò che non si vede”. E allora guardiamoci attorno: dove sta la creazione di ricchezza se il governo mi sottrae denaro per spenderlo al posto mio? Per quale ragioni il burocrate di turno dovrebbe saper scegliere meglio di me stesso? Io, in fondo, manco lo conosco. Si dirà: non ti tassano, si indebitano. E i soldi per ripagarlo questo benedetto debito dove li prendono?  Dalle tasse no? Si e no, possono anche stampare moneta dal nulla e regalarci in cambio inflazione. Peccato che anche questa sia una forma di tassazione. Ho la sensazione che in questo modo proprio non ce ne usciamo. Sarà che gli uomini dello Stato, di loro, non hanno nulla?  Sarà. Vero è che sono particolarmente bravi a prendere agli uni per dare agli altri. Questo è innegabile, ma non chiamerei questo gioco di prestigio “creazione di ricchezza”. Se sussidiano un settore o spendono denaro in un loro progetto hanno semplicemente effettuato un trasferimento forzato, scegliendo diversamente da me. O mi sbaglio? E che dire delle vittime che lasciano sul campo: posti di lavoro non creati, posti di lavoro persi, per non parlare dei singoli che si ritrovano con bisogni insoddisfatti. Già che dire? Ma è semplice. Non dite nulla. Fate come i politici. Fate finta che non esistano e godetevi il paese del Bengodi. D’altronde quelli che ci perdono manco se ne accorgono e se anche se ne rendono conto non hanno lobby a disposizione per andare in giro a raccontarlo. Che dite? Ci stanno prendendo in giro? Io il dubbio, che è più di un dubbio, ce l’ho, anche perché da tempo mi pongo sempre la medesima domanda: come fanno gli uomini dello Stato a conoscere le mie preferenze, ovviamente soggettive, prima che le abbia rivelate agendo sul mercato?  E come fanno con le vostre?

27/11/2008

Superare il monopolio della moneta

Non posso non fare copia e incolla dello splendido testo dell'amico Paolo Pamini pubblicato oggi sul Corriere del Ticino: "Come potrebbe essere riformato il sistema finanziario mondiale al summit dei G20 del prossimo 30 aprile, che seguirà a quello storico di Washington di due settimane fa? Il parossismo attuale è evidente, dati i continui salti di tutti gli indici economici in proporzioni mai viste finora. Si pensi che la FED ha aumentato la base monetaria statunitense (in sostanza il denaro in senso stretto) in un anno del 75,5%! Nel frattempo però, negli USA il tasso di crescita della moneta in senso lato (M3, che include anche prestiti a medio termine) sta piombando dal 17% annuo di inizio 2008 all’11% annuo di ottobre, stando ad indicare la riduzione in fretta e furia della leva finanziaria per quegli istituti che ancora sopravvivono (i dati provengono da www.shadowstats.com, dato che dal 2006 la FED non pubblica più M3).
Con Bretton Woods che torna viepiù in auge, il rischio reale potrebbe presto diventare la creazione di una moneta fiduciaria mondiale, negativa perché mancherebbero i checks and balances che mettano al guinzaglio il mondo politico, smanioso di indebitarsi grazie ai soldi messi in circolo dalle banche centrali. Non a caso il liberale Friedrich von Hayek, premio Nobel dell’economia di tutt’altra opinione, sosteneva nel 1976 la denazionalizzazione del denaro grazie a valute in competizione tra loro, tra le quali si potesse liberamente scegliere. Esattamente quanto accadeva nei secoli passati, quando circolavano in tutta Europa fiorini fiorentini, ducati e zecchini veneziani, o ancora Luigi francesi o lire milanesi. Rotto il tabù della moneta monopolio di Stato (perché mai qui la concorrenza non dovrebbe funzionare?), ecco così l’idea delle monete private, che stanno già avendo un incredibile successo su internet.
Per chi non osasse ancora immaginare la privatizzazione del denaro, andrebbero comunque considerate due soluzioni in un contesto di banche centrali. Entrambe ambiscono ad impedire sul nascere l’emergenza di una bolla creditizia, che è stata probabilmente la causa regolare delle crisi finanziarie del ’900. La prima possibilità è la reintroduzione del gold standard puro, ovvero della copertura aurea della moneta creata dalla banca centrale. Il modesto aumento annuo della quantità fisica di oro impedirebbe credibilmente l’inflazione del denaro a disposizione.
Chi ama la storia e i numeri pensi che nel 1865 un franco era definito nell’unione monetaria latina (Svizzera, Francia, Italia, Belgio ecc.) come 0,3 g di oro, che oggi quotano circa 9,40 fr. Come dire che oggi il franco ha un potere d’acquisto pari all’11% di 143 anni fa, o che l’inflazione (una forma di tassazione) si è mangiata l’89% delle nostre risorse monetarie. Storicamente, il gold standard fu sempre sospeso in tempo di guerra ed è palese l’avversione nei suoi confronti di tutto il mondo politico.
La seconda proposta che andrebbe seriamente considerata si chiama narrow banking e sostiene la separazione tra moneta e credito. Oggi su un conto corrente non abbiamo moneta, bensì credito alla banca (se tutti andassimo a svuotare i conti la banca infatti fallirebbe). In un sistema di narrow banking disporremmo a fianco del conto corrente di un conto d’investimento. Il primo non frutterebbe interesse (anzi costerebbe commissioni), ma avrebbe sempre la moneta disponibile. Il saldo del secondo sarebbe invece a disposizione della banca per essere prestato a terzi nell’usuale intermediazione finanziaria bancaria. Spostare soldi sul conto d’investimento equivarrebbe all’acquisto di fondi, obbligazioni o azioni: alla chiara cessione di moneta sotto forma di credito. Il narrow banking stabilizza la massa monetaria ed evita fallimenti bancari. Non servirebbe più neppure la garanzia statale dei depositi privati, perché i soldi del conto corrente sarebbero sempre disponibili.
In tempi di grande incertezza insomma, le ipotesi più remote potrebbero improvvisamente diventare verosimili, o perlomeno aiutarci a capire le mancanze del sistema attuale."

19/11/2008

La crisi finanziaria tra Stato e libero mercato

Non è sembrato vero al politico ave re potuto finalmente prendere il sopravvento sull’uomo della fi nanza. I segni di questa soddisfazione si sono manifestati parallelamente alle misure adottate dalle banche nazionali e dai governi a sostegno del settore fi nanziario e del credito e si sono tradot ti non solo in esternazioni e accuse ri volte al settore finanziario ma in richie ste esplicite che vanno dall’introduzio ne, rispettivamente, rafforzamento di normative regolanti l’attività finanzia ria, alla riduzione se non annullamen to della libertà di commercio in favore di una maggiore presenza dell’ente pub blico anche in questo settore. I segnali più recenti vanno dalle espressioni en tusiaste degli addetti di Obama (che di chiarano di finalmente avere «l’occasio­ne di fare grandi cose», il che ci ricorda un po’ quanto abbiamo letto alcuni an ni fa in quel documento programmati co del governo ticinese che diceva che ai nostri governanti «non mancano le idee ma mancano i soldi») alle richieste di introdurre per decreto statale un tetto alle retribuzioni nelle imprese finanzia rie (il che equivarrebbe ad azzerare i principi del libero mercato basati sul l’autonomia e la concorrenza) alle «con statazioni » che oramai il libero merca to (chiamato erroneamente «liberismo», erroneamente in quanto il nostro siste ma economico può essere definito in tan ti modi fuorché «liberista») è morto a causa degli «errori» commessi, il che si gnificherebbe che il sistema socialista dei mezzi di produzione rimarrebbe l’unica soluzione possibile e inevitabile. Possia mo capire che tanti commentatori, an che nostrani, che non sono riusciti a li berarsi dallo schematismo marxista ac cumulato negli anni ruggenti del 68, fac ciano fatica a fare a meno di certi faci li teoremi ma ciò non giustifica che si possa procedere tranquillamente a di storcere la realtà dei fatti. Intanto il li berismo (nella sua accezione letterale di«assenza di vin coli statali») non c’entra proprio niente: gli ultimi decenni sono stati contrasse gnati in tutti gli Stati dell’ Occi dente da un au mento della quota di parteci pazione statale nell’economia e da continui interventi e regolamentazioni nel settore finanzia rio. Limitiamoci a citare l’aumento non solo delle leggi emanate in questo setto re ma anche soprattutto delle normati ve emanate dalle autorità preposte al controllo del settore finanziario e del set tore bancario (limitiamoci a ricordare le regole portate da Basilea II che han no condizionato la formazione dei bi lanci delle più grandi banche negli ulti mi anni), la politica delle banche cen trali, segnatamente quella americana, di tenere bassi i tassi di interesse e favo rire così l’aumento della massa dei cre diti, gli incentivi per l’accesso all’abita zione primaria emanati dalla presiden za Clinton, non certo questi un simbolo del liberismo, e causa prima della crisi dei «subprime»: gli incentivi statali ame ricani per l’accesso all’alloggio ha por tato a rendere a tutti accessibile il credi to immobiliare a livelli pari se non su periori al valore dell’oggetto e, con la sua cartolarizzazione, alla messa in circola zione di quei prodotti definiti «tossici» che hanno finito per intossicare tutto il settore finanziario. È vero che questa evo luzione è stata preceduta dalla creazio ne di innumerevoli prodotti di ingegne ria finanziaria sulla scia di una cresci ta esponenziale del settore finanziario le cui cause devono essere fatte risalire al l’abbandono della parità aurea intro dotta dagli accordi di Bretton Woods e, per quanto riguarda l’ Europa, dal fa moso «Big Ben» della piazza di Londra ed è vero quindi che senza questo svi luppo della finanza globale e senza le sue manifestazioni collaterali (tra cui dobbiamo annoverare un sistema di in centivi retributivi troppo impostato sul bonus e non sul malus) non vi sarebbe ro stati gli effetti della crisi o gli stessi non si sarebbero manifestati in questa forma. Ma tutto ciò ci deve portare a di re che accollare a un sistema economi co (che liberista però non è mai stato) o all’operatività di banche e società finan ziarie la responsabilità della crisi risen te o di ignoranza o di malafede. Tanto più che dei vantaggi portati dallo svi luppo economico dell’ultimo ventennio hanno potuto beneficiare tutti, non da ultimo lo Stato stesso che ha incassato la sua parte sotto forma di imposte (di rette, sulla sostanza, sul plusvalore e di bollo) il che ha contribuito a solidifica re ed estendere la presenza dell’ente pub blico e ciò non solo nel settore degli in vestimenti ma anche con l’aumento del le spese di gestione favorendo il mante nimento di una struttura gonfiata e per certi versi inefficiente e fine a se stessa. Quali le conclusioni di questo ragiona mento? Dapprima che è quantomeno il lusorio volere con sicumera distribuire le colpe per quello che è successo iden tificando nell’uomo della finanza il so lo colpevole. Questo ragionamento ri sente, come detto, o di ignoranza o di malafede, ed è dettato da uno spirito di rivalsa da parte di quei settori, quello politico in generale, che ora si sente più libero ad impostare una sua naturale politica interventista che meglio si atta glia ai suoi diretti interessi che non sem pre sono quelli dell’economia nella sua generalità: differentemente dalle leggi del libero mercato queste misure vengo no però imposte per legge, senza valida contropartita e, per la loro rigidità, non sempre producono a medio e lungo ter mine gli effetti sperati. In questo ambi to non va dimenticata la naturale invi dia per le alte retribuzioni salariali del settore finanziario che certamente ha pe sato, fatte le dovute eccezioni, nelle rea zioni a volte piuttosto isteriche, sia del mondo politico che della stampa. Che è giusto che quei dirigenti della finanza che hanno facilitato il gonfiamento dei bilanci delle loro aziende aumentando la loro esposizione debitoria e confidan do colpevolmente nei vantaggi di certi prodotti debbano pagare dimissionan do dalle loro cariche e restituendo alle società i benefici loro corrisposti per ope razioni per le quali non stati sufficien temente valutati i rischi. Ma altrettanto giusto sarebbe che chi, dall’altra parte, da quella cioè di tutti i settori (statali, di controllo delle istituzioni e della po litica monetaria) che sono stati colpe volmente inattivi o hanno favorito l’in sorgere dei fattori di rischio che hanno provocato la crisi attuale debbano assu mersi pure le proprie responsabilità, evi tando per lo meno di tirarsi fuori adde bitando nell’uomo della finanza l’uni co originario responsabile. Sia detto per inciso che le misure adottate sinora dai singoli Stati, essenzialmente di natura protezionistica, a favore del proprio si stema bancario, provocando così uno squilibrio nel mercato finanziario e del credito, ha dimostrato che le misure del la politica possono essere controprodu centi per la risoluzione della crisi attua le. E da ultimo diciamolo bene e chiaro: in un sistema economico del libero mer cato (che liberista non è ma che, per i pesanti condizionamenti statali, più op portunamente dovrebbe essere definito dell’«economia sociale del mercato», la «soziale Marktwirtschaft» dei tedeschi) non è questa la prima e non sarà que sta l’ultima crisi. Noi personalmente pre feriamo queste esperienze che permetto no imparando di migliorare, che non quelle di un’economia dirigista e stata lista, le cui esperienze negative, a livel lo di fattori sia umani che economici, sono state sufficientemente illustrate nel la storia recente e passata.
Testo di Stelio Presciallo pubblicato dal Corriere del Ticino di mercoledì 19 novembre

30/08/2008

Canone radio TV, quella tassa griffata Billag

Faccio copia e incolla dello splendido testo dell'amico Paolo Pamini, pubblicato oggi sul Corriere del Ticino: "Come le pestilenze, sarebbe prima o poi arrivata: dal primo di settembre 2008 l’Ufficio federale della comunicazione ha deciso l’inclusione di radio e TV via internet tra i soggetti gabellati dalla Billag, un provvedimento che tocca per esempio quasi tutti i cellulari di ultima generazione. Così, anziché promuovere il dinamismo delle più moderne tecnologie di comunicazione, la burocratizzazione selvaggia di Berna getta un’altra volta sabbia negli ingranaggi del progresso.
Ma chiediamoci: tutto questo ha senso? Il prezzo semestrale del canone televisivo è di 73.35 fr, ovvero di 293 fr/anno. Se consideriamo che un televisore può durare circa 10 anni, arriviamo ad una cifra totale di 2.930 fr, la quale a seconda del modello supera largamente il costo dell’apparecchio stesso! In altre parole, la Billag ci costa più del televisore. L’anacronismo è del tutto evidente se si pensa che il canone è in realtà una gabella sulla proprietà di uno (o più) televisori, non una tassa sul consumo televisivo, né tantomeno sul consumo della televisione di Stato. Praticamente nessun bene viene oggigiorno tassato alla stessa stregua del possesso di un televisore. Se la stampa fosse finanziata secondo la stessa logica, lo Stato tasserebbe le bucalettere perché permettono di ricevere i giornali.
Siamo alle solite: il mito del service publique maschera le abituali rendite politiche. La vera domanda è se oggigiorno serva ancora una televisione di Stato. L’argomento di garantire la distribuzione del segnale è da tempo superato (si pensi a satellitare, banda larga, UMTS e HSDPA). Rimarrebbe la presunta necessità di un’informazione indipendente, oggettiva. Ma sarà poi vero? Anzi, ma sarà poi possibile? Fare informazione significa necessariamente scegliere cosa faccia notizia, il che è possibile solo attraverso una certa visione del mondo. Che è sempre quella della redazione. La pretesa di un’informazione oggettiva è una presa in giro. Tutt’al più, garante di qualità è la pluralità tra fonti d’informazione in concorrenza tra loro, come nella stampa. E se questo è vero, salta immediatamente la giustificazione della televisione di Stato.
Le alternative esisterebbero. In un mercato televisivo realmente libero, accanto ai canali a pagamento, ne coesisterebbero altri gratuiti pagati dalla pubblicità e dalla pazienza dei telespettatori. La stessa TSI, la qualità dei cui attuali servizi nessuno contesta, avrebbe peraltro maggior incentivo a sforzarsi di sfondare in Nord Italia e di ricuperare la quota di mercato di cui godeva negli anni ’50. Purtroppo dell’attuale situazione sono parzialmente responsabili anche le televisioni private, che hanno ritenuto più semplice un lobbismo per la spartizione del bottino della Billag anziché la condanna di una delle più alte gabelle su di un bene materiale: quella sul televisore."

Paolo Pamini è ricercatore associato Liberales Institut Zurigo

03/08/2008

Sfruttatori e sfruttati

"Eigentlich sollte es in einem Milizsystem gar keine von der Bürgerschaft entfremdete politische Klasse geben, aber es gibt sie. Sie wächst. Die Konfliktlinie wird immer sichtbarer und geht durch alle Parteien. Auf der einen Seite stehen die Sachwalter, Angestellten und Profiteure des Staates sowie eine expandierende Fettschicht behördennaher Betriebe und NGOs. Auf der anderen Seite stehen die Bürger, die Angestellten und Unternehmer, die ihr Geld in der Marktwirtschaft verdienen müssen. Die Signale sind nicht erfreulich." Roger Köppel nell'editoriale dell'ultima edizione della Weltwoche. 

07/07/2008

Se questo è un nazista...

Se questo è un nazista.....: "Que signifie la liberté pour le citoyen, mais aussi pour le politicien conscient de ses responsabilités? Pour un conseiller fédéral, par exemple? Liberté signifie confiance en chaque citoyen: fais ce que tu estimes juste. Aménage ta vie comme tu l'entends. l'État ne doit pas se comporter comme un instituteur, qui dicte aux gens, comme à des gamins, ce qu'ils ont à faire et les plaisirs auxquels ils peuvent aspirer, qui contrôle leurs pensées, les traîne en justice pour leurs opinions, prélève cinquante pour cent de leurs revenus privés sous forme d'impôts, criminalise le tir sportif, interdit la fumée, limite la publicité, érige la procréation en thème politique, étatise l'éducation, impose le transfert de la route au rail, délègue les droits populaires à des autorités, soustrait la santé publique aux lois du marché, intervient sans y être invité dans des conflits étrangers, qui, en bref, restreint la liberté de ses citoyens à un point tel qu'ils se sentent prisonniers d'une camisole de force. Si conquérir la liberté n'est pas chose aisée, préserver et sauvegarder la liberté avec tout le poids des responsabilités qu'elle implique est une tâche encore bien plus ardue. La liberté est menacée, non pas tant par des puissances et des armées étrangères que par notre propre indolence et notre propension à nous jeter dans les bras d'une entité en apparence plus grande ou plus forte que nous." Dicevo, se questo è un nazista io sono fiero di esserlo. Citazione tratta è  da questo discorso di Christoph Blocher.

Tutti gli articoli