17/06/2009
Gesù era un dilettante
Si dice che Gesù sia figlio di Dio. Non proprio uno qualunque. Pare facesse dei miracoli. Roba seria. Si dice che moltiplicasse i pani e i pesci. Ci crede con fervente devozione un sacco di gente. Poi sono arrivati i critici, quelli razionali, quelli alla San Tommaso, e qualcuno ha espresso qualche dubbio. Potrebbe anche non essere vero, potrebbe anche essere una bufala. Magari era un cirlatano. Chissà poi chi avrà ragione. Una cosa in questi mesi però l’ho capita. Il Gesù che moltiplicava i pani e i pesci non regge il confronto al cospetto dei nuovi depositari della pietra filosofale: gli uomini dello Stato. I nuovi superman che prima l’hanno creata e che ora dalla crisi ci faranno uscire. Loro vanno ben al di là dei pani e dei pesci. Loro sanno persino rilanciare l’economia. Credevate fossero umani? Illusi, loro non lo sono. Loro giocano in un’altra categoria, magari in un’altra dimensione. Cercano di farvi credere che beni e servizi crescano, così, in abbondanza, sugli alberi. Da soli. Loro sono i depositari della pietra filosofale. Loro creano materia dal nulla e alcuni di voi, poveri illusi, continuano a credere che ci voglia fatica, rischio, anticipazione. E qualche volta non basta nemmeno. E’ lo spettro del fallimento. Ogni tanto vi ricordate dei consigli dei vostri nonni, quelli della nostra tradizione contadina, quella che “mai fare il passo più lungo della gamba”, quelli del “mettere fieno in cascina” che non si sa mai cosa ci riserva il futuro. Lo chiamate buon senso, comportamento sensato di persona previdente che sa pianificare sul medio-lungo periodo la sua vita. Che sa che il futuro è incerto. E che sceglie liberamente ponderando tra la gallina oggi o l’uovo domani. Bene, vi sbagliate. Loro, gli uomini dello Stato, stampano moneta dal nulla e si lanciano in keynesiani piani di stimolo del consumo, dopo aver manipolato l’ininmaginabile. Loro se ne infischiano delle vostre preferenze temporali. Negano le fondamenta della civiltà occidentale, ma loro possono, loro sono al di là della natura umana, quella natura umana confrontata ogni giorno con la scarsità, in primis del tempo. Tutti in riga quindi a consumaree ora, adesso, subito. Quel tal prodotto non vi serve, pigliatevi l’incentivo e consumate. (Che, detto per inciso, quando a dirlo sono quelli che pestano un giorno sì e l’altro pure contro il consumismo, fa anche ridere). Ci hanno regalato una crisi del capitalismo (la più grossa balla del millennio) a colpi di credito e debiti, e ci propongono droga per curare il drogato. Risparmiare? Tranquilli è superato, se serve carta moneta ci pensano loro. Rotativa. Delle due l’una: o sono ignoranti o in malafede. O forse si credono semplicemente onnipotenti, si credono Dio. Benedetto XVI non è mai arrivato a tanto e sì che lui, con Dio, ha una relazione speciale. Per non parlare poi di Gesù, che moltiplicava i pani e i pesci e se proprio esagerava trasformava l’acqua in vino. Bazzeccole. In confronto agli uomini dello Stato era un dilettante. Di quinta categoria.
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19/11/2008
La crisi finanziaria tra Stato e libero mercato
Non è sembrato vero al politico ave re potuto finalmente prendere il sopravvento sull’uomo della fi nanza. I segni di questa soddisfazione si sono manifestati parallelamente alle misure adottate dalle banche nazionali e dai governi a sostegno del settore fi nanziario e del credito e si sono tradot ti non solo in esternazioni e accuse ri volte al settore finanziario ma in richie ste esplicite che vanno dall’introduzio ne, rispettivamente, rafforzamento di normative regolanti l’attività finanzia ria, alla riduzione se non annullamen to della libertà di commercio in favore di una maggiore presenza dell’ente pub blico anche in questo settore. I segnali più recenti vanno dalle espressioni en tusiaste degli addetti di Obama (che di chiarano di finalmente avere «l’occasione di fare grandi cose», il che ci ricorda un po’ quanto abbiamo letto alcuni an ni fa in quel documento programmati co del governo ticinese che diceva che ai nostri governanti «non mancano le idee ma mancano i soldi») alle richieste di introdurre per decreto statale un tetto alle retribuzioni nelle imprese finanzia rie (il che equivarrebbe ad azzerare i principi del libero mercato basati sul l’autonomia e la concorrenza) alle «con statazioni » che oramai il libero merca to (chiamato erroneamente «liberismo», erroneamente in quanto il nostro siste ma economico può essere definito in tan ti modi fuorché «liberista») è morto a causa degli «errori» commessi, il che si gnificherebbe che il sistema socialista dei mezzi di produzione rimarrebbe l’unica soluzione possibile e inevitabile. Possia mo capire che tanti commentatori, an che nostrani, che non sono riusciti a li berarsi dallo schematismo marxista ac cumulato negli anni ruggenti del 68, fac ciano fatica a fare a meno di certi faci li teoremi ma ciò non giustifica che si possa procedere tranquillamente a di storcere la realtà dei fatti. Intanto il li berismo (nella sua accezione letterale di«assenza di vin coli statali») non c’entra proprio niente: gli ultimi decenni sono stati contrasse gnati in tutti gli Stati dell’ Occi dente da un au mento della quota di parteci pazione statale nell’economia e da continui interventi e regolamentazioni nel settore finanzia rio. Limitiamoci a citare l’aumento non solo delle leggi emanate in questo setto re ma anche soprattutto delle normati ve emanate dalle autorità preposte al controllo del settore finanziario e del set tore bancario (limitiamoci a ricordare le regole portate da Basilea II che han no condizionato la formazione dei bi lanci delle più grandi banche negli ulti mi anni), la politica delle banche cen trali, segnatamente quella americana, di tenere bassi i tassi di interesse e favo rire così l’aumento della massa dei cre diti, gli incentivi per l’accesso all’abita zione primaria emanati dalla presiden za Clinton, non certo questi un simbolo del liberismo, e causa prima della crisi dei «subprime»: gli incentivi statali ame ricani per l’accesso all’alloggio ha por tato a rendere a tutti accessibile il credi to immobiliare a livelli pari se non su periori al valore dell’oggetto e, con la sua cartolarizzazione, alla messa in circola zione di quei prodotti definiti «tossici» che hanno finito per intossicare tutto il settore finanziario. È vero che questa evo luzione è stata preceduta dalla creazio ne di innumerevoli prodotti di ingegne ria finanziaria sulla scia di una cresci ta esponenziale del settore finanziario le cui cause devono essere fatte risalire al l’abbandono della parità aurea intro dotta dagli accordi di Bretton Woods e, per quanto riguarda l’ Europa, dal fa moso «Big Ben» della piazza di Londra ed è vero quindi che senza questo svi luppo della finanza globale e senza le sue manifestazioni collaterali (tra cui dobbiamo annoverare un sistema di in centivi retributivi troppo impostato sul bonus e non sul malus) non vi sarebbe ro stati gli effetti della crisi o gli stessi non si sarebbero manifestati in questa forma. Ma tutto ciò ci deve portare a di re che accollare a un sistema economi co (che liberista però non è mai stato) o all’operatività di banche e società finan ziarie la responsabilità della crisi risen te o di ignoranza o di malafede. Tanto più che dei vantaggi portati dallo svi luppo economico dell’ultimo ventennio hanno potuto beneficiare tutti, non da ultimo lo Stato stesso che ha incassato la sua parte sotto forma di imposte (di rette, sulla sostanza, sul plusvalore e di bollo) il che ha contribuito a solidifica re ed estendere la presenza dell’ente pub blico e ciò non solo nel settore degli in vestimenti ma anche con l’aumento del le spese di gestione favorendo il mante nimento di una struttura gonfiata e per certi versi inefficiente e fine a se stessa. Quali le conclusioni di questo ragiona mento? Dapprima che è quantomeno il lusorio volere con sicumera distribuire le colpe per quello che è successo iden tificando nell’uomo della finanza il so lo colpevole. Questo ragionamento ri sente, come detto, o di ignoranza o di malafede, ed è dettato da uno spirito di rivalsa da parte di quei settori, quello politico in generale, che ora si sente più libero ad impostare una sua naturale politica interventista che meglio si atta glia ai suoi diretti interessi che non sem pre sono quelli dell’economia nella sua generalità: differentemente dalle leggi del libero mercato queste misure vengo no però imposte per legge, senza valida contropartita e, per la loro rigidità, non sempre producono a medio e lungo ter mine gli effetti sperati. In questo ambi to non va dimenticata la naturale invi dia per le alte retribuzioni salariali del settore finanziario che certamente ha pe sato, fatte le dovute eccezioni, nelle rea zioni a volte piuttosto isteriche, sia del mondo politico che della stampa. Che è giusto che quei dirigenti della finanza che hanno facilitato il gonfiamento dei bilanci delle loro aziende aumentando la loro esposizione debitoria e confidan do colpevolmente nei vantaggi di certi prodotti debbano pagare dimissionan do dalle loro cariche e restituendo alle società i benefici loro corrisposti per ope razioni per le quali non stati sufficien temente valutati i rischi. Ma altrettanto giusto sarebbe che chi, dall’altra parte, da quella cioè di tutti i settori (statali, di controllo delle istituzioni e della po litica monetaria) che sono stati colpe volmente inattivi o hanno favorito l’in sorgere dei fattori di rischio che hanno provocato la crisi attuale debbano assu mersi pure le proprie responsabilità, evi tando per lo meno di tirarsi fuori adde bitando nell’uomo della finanza l’uni co originario responsabile. Sia detto per inciso che le misure adottate sinora dai singoli Stati, essenzialmente di natura protezionistica, a favore del proprio si stema bancario, provocando così uno squilibrio nel mercato finanziario e del credito, ha dimostrato che le misure del la politica possono essere controprodu centi per la risoluzione della crisi attua le. E da ultimo diciamolo bene e chiaro: in un sistema economico del libero mer cato (che liberista non è ma che, per i pesanti condizionamenti statali, più op portunamente dovrebbe essere definito dell’«economia sociale del mercato», la «soziale Marktwirtschaft» dei tedeschi) non è questa la prima e non sarà que sta l’ultima crisi. Noi personalmente pre feriamo queste esperienze che permetto no imparando di migliorare, che non quelle di un’economia dirigista e stata lista, le cui esperienze negative, a livel lo di fattori sia umani che economici, sono state sufficientemente illustrate nel la storia recente e passata.
Testo di Stelio Presciallo pubblicato dal Corriere del Ticino di mercoledì 19 novembre
09:09 Scritto in Politica internazionale, politica svizzera, Società, Stati Uniti | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | Tag: crisi finanziaria, liberismo, subprime
17/08/2008
La vera storia della Grande Depressione
In questa fase di crisi finanziaria rieccheggia sui giornali il richiamo alla crisi della borsa del 1929 e alla Grande Depressione che accompagnato l'economia americana per oltre un decennio. Ovviamente il discorso, ripetuto fino alla noia, è che la crisi dimostra l'instabilità di un'economia libera e ovviamente non si sprecano gli elogi per il New Deal che avrebbe rimesso in moto l'America. In realtà questa lettura della storia è falsa. Lo ha spiegato molto bene Murray Rothbard nel suo "La grande depressione". Per chi non avesse voglia e neppure tempo di leggere la munumentale opera dell'economista americano segnalo lo splendido testo di Lawrence W. Reed, presidente del Mackinac Center for Public Policy, dal titolo: "Great Myths of the Great Depression". Una versione in francese è disponibile ora qui.
15:25 Scritto in Politica internazionale, Società, Stati Uniti | Link permanente | Commenti (2) | Segnala | Tag: Grande depressione, New Deal, Hoover, crisi del '29, crisi borsa
23/06/2008
Shock Economy, la propaganda di Naomi Klein
Ho letto “Shock Economy” di Naomi Klein. E’ francamente un libro deludente, di scarso livello. E’ più interessante quale romanzo che quale testo di economia. E’ un libro che accusa gli shock economici liberal, tattica che la stessa Klein pratica nel libro per confondere le carte al suo lettore. Il tutto ovviamente per perorare la sua causa. La nostra riempie il libro di colossali sofismoi e di tutta la retorica demagogica di sinistra volta a screditare l’economia di mercato. Ora cerchiamo già di intenderci sulle parole. Pascal Salin ricorda in “Liberalismo” che un mercato esisteva anche in Unione Sovietica e che la caratterstica del liberalismo è quella di difedere un “libero mercato di diritti di proprietà” legittimamente acquisti, traferibili e rivendicabili in tribunale. Senza spiengerci sino alle teorie libertarie di società senza Stato, vale la pena ricorda che grandi liberali come Ludwig von Mises sostenevano la necessità e l’importanza di uno Stato guardiano notturno che facesse rispettare questi diritti. La teoria coerentemente liberale postula la non aggressione dei diritti di proprietà altrui. E’ una dottrina sostanzialmente pacifica che non vede di buon occhio l’attività statale perché frutto dell’azione arbitraria e dell’uso della forza (coercizione fiscale). In questo senso il liberismo (termine tra l’altro unicamente italiano, nella versione inglese si parla in generale di free-market, ed è questo che contesta la Klein) non è la conseguenza logica del diritto a cedere ciò che ci appartiene. Ora la Klein, come tutti quelli di sinistra trasforma lo Stato, la società, la gente, il popolo in un essere unico, coerente con se stesso e portatore di diritti propri. Peccato che solo gli individui, presi singolarmente abbiano dei diritti. "Shock Economy" è un libro in cui l’individuo esiste solo come vittima (con tanto di sofferenza fisica), ma mai come fonte di diritti di libertà (ad esempio di vendere a chi più lo desidera). E’ un libro in cui il concetto di proprietà, quando viene citato, viene criticato e messo in cattiva luce. Come si possa costruire una società libera senza questo concetto non è dato sapere. Per non farla troppo lunga “Shock Economy” è un libro intellettualmente disonesto. E’ il libro di una militante “No Global” che nella sua continua denuncia contro la libertà economica, e quindi contro la libertà tout-court, non si accorge, ma probabilmente finge di non accorgersene, che il suo è un colossale atto d’accusa contro lo Stato. E’ lo Stato che tortura, sono gli uomini dello Stato che svendono agli amici degli amici, sono gli uomini dello Stato che consentono / o non impediscono la violazione dei legittimi diritti dei pescatori dello Sri Lanka. E’ un libro i cui dimostra che lo Stato è talmente corruttibile da non saper nemmeno assicurare il rispetto dei diritti di proprietà dei poveri. Diversamente, contratti privati di assistenza in caso di catastrofe produrrebbero probabilemte effetti migliori. Le “vittime” potrebbero far valere in tribunale le loro ragione (e lo Stato dovrebbe far valere la forza per far rispettare accordi liberamente sottoscritti).
E’ un libro, a sentire l’autrice, contro le criminali teorie liberiste della Scuola di Chicago, responsabili di tutto quanto di peggio è successo nel mondo da 40 anni a questa parte. E’ un libro nel quale Milton Friedman finisce sul banco degli accusati quando ad agire sono istitituzioni che lo stesso Friedman criticava (per ammissione della stessa Klein). Divertente pure quando Milton Friedman,l’antiproibizionista e fautore del libero mercato anche nell'ambito delle droghe, si trova sul banco degli accusati per la guerra alla droga condotta contro i contadini boliviani. Qualsiasi cosa faccia, o meglio dica, Friedman è sempre colpevole. Che le riforme le faccia il Cile del dittatore Pinochet, che avvengano in un paese libero come la Gran Bretagna di Margaret Thatcher, nella Russia di Eltsin o nel Sudafrica di Mandela, tutto il male del mondo va messo a carico del liberismo, in grado di adattarsi a qualsiasi porcata. Anzi. E’ la porcata. Peccato che lo Stato sia molto ma molto presente in tutte le porcate che la signora denuncia. Che ci metta molto del suo. Friedman era sostanzialmente favorevole ad un’immissione regolare di moneta nel sistema da parte delle banche centrali, alla liberalizzazione delle droghe, ai bonus scolastici e a reddito negativo di cui la Klein però non parla, così come parla molto poco della riforma pensionistica di Josè Pinera in Cile, che meriterebbe invece una certa attenzione. Il fatto di saper attendere il momento propizio per far avanzare le proprie idee non è un reato e nemmeno un crimine. Lo fanno tutti. Non è una prerogativa delle politica anti-statalista. O vogliamo forse far credere che la Seconda Guerra Mondiale è stata voluta per poter attuare il Piano Marhsall, o che la Grande Depressione è stata voluta degli statalisti per spendere e spandere nell’ambito del New Deal? (così en passant: “La grande depressione” di Rothbard merita di essere letto) Per non parlare del comunismo esportato a Cuba, in Cambogia (2 milioni di morti??) nei paesi dell’est europeo e altrove. La parte più “interessante” del libro è la denuncia delle transizioni economiche da un sistema totalitario a uno più liberale. Il tema è importante, il contributo della Klein quasi nullo. Dice: si sono serviti e hanno privatizzato. Bene. Ma le domande da porsi sono: a) E’ preferibile un sistema economico di libero mercato o di gestione statale dell’economia? b) Se la prima è preferibile, come effettuare questo passaggio? Va fatto tutto e subito? A tappe? Come evitare che le persone vicine al potere si servano (vedi Russia)? Due anni fa parlavo con un professore romeno che mi diceva quanto segue: noi abbiamo sbagliato. Abbiamo fatto liberalizzazioni e privatizzazioni lente e a tappe. Così facendo la nomeklatura ha avuto il tempo di acquistarsi adagio adagio, pezzo per pezzo l’economia. Avessimo optato per una transizione rapida qualcosa sarebbe certamente sfuggito loro. Ecco questo mi sembra un dibattito estremamente interessante, sul quale ovviamente la militante Klein produce poca riflessione e analisi. Oltre la denuncia fatica ad andare. (http://mises.org/story/2996) Peccato poi che salti di palo in frasca. L’uscita da un sistema totalitario non è come la gestione o il subappalto di attività statali da parte di imprese private. Qui i problemi sono ovviamente altri (quello della corruzione, volta ad ottenere favori politici, si traduce stranamente in una condanna del capitalismo, invece di tradursi in una riflessione sul ruolo dello Stato, e sul come evitare, se possibile, la corruzione medesima). Sono proprio queste mancanze che fanno di questo libro, che peraltro si legge più facilmente di alcune opere di Friedrich von Hayek, un libro fondamentalmente inutile. Quali sono le alternative della signora Klein dal momento che si oppone alle privatizzazioni, al mercato in generale, al sistema dei prezzi, alle banche centrali indipendenti (qui sono d’accordo, andrebbero abolite, lei le vuole statalizzarle, vabbé), all’apertura dei mercati ( http://www.brunoleoni.com/nextpage.aspx?codice=6671), alla vendita di aziende pubbliche (cosa si vende allora in un paese sovietico se non aziende pubbliche?), al rispetto della proprietà privata, al rispetto degli impegni presi (debiti), ecc. La signora non è in grado di elaborare nessun sistema alternativo credibile, rifugiandosi nella democrazia tutta e ovunque a vantaggio del popolo (di nuovo il solito sofismo...come se il popolo fosse uno, pensasse, agisse e ogni singolo avesse le medesime aspirazioni negli altri). Ma vogliamo veramente prendere seriamente in considerazione un progetto economico costruito sul protezionismo? (http://www.libres.org/francais/conjoncture/2508_developpe...) Qual è l’autorità degli uomini dello Stato per impedire a un singolo di scambiare con chi meglio crede? La Klein dovrebbe forse ricordarsi che la povertà non è l’eccezione a questo mondo. E’ la norma. E’ il capitalismo che ha consentito di abbandonare questo stato di cose dove è stato applicato (la gente scappava dalla Germania Est e si faceva sparare per questo).
Sul libro della Klein, dicendo tutto molto meglio di me, un mio amico ha scritto sul suo blog quanto segue: “Sin dall'introduzione si capisce che la Klein ha intenzione di usare tutti gli strumenti retorici e propagandistici possibili e immaginabili, per creare associazioni di idee infondate, illusioni di fondatezza documentale, e reazioni emotive e irriflesse, del tutto separate da ogni analisi critica dei problemi. Klein è maestra in tutto ciò, e probabilmente si limita a dare al lettore ciò che vuole. La tesi di partenza è che il Neoliberismo, impersonato da Milton Friedman, cospira per imporre la sua agenda sfruttando le catastrofi, naturali e non, per realizzare rivoluzioni di mercato. Rivoluzioni dietro cui spesso la presenza dello stato è così evidente, come si evince anche leggendo il libro, che c'è da chiedersi se Klein conosca ciò di cui parla. Una delle frasi, ovviamente estrapolate dal contesto, di Friedman citate è che i grandi cambiamenti in genere sono possibili quando c'è una grossa crisi, e che quando scoppia la crisi le soluzioni vanno cercato nel serbatoio di idee disponibili in quel momento. Friedman dice l'ovvio e ha perfettamente ragione: tutto sta nel riempire il serbatoio di buone idee, e possibilmente anche realizzarle prima che sia troppo tardi. Per Klein questa è una cospirazione. Pazienza se Klein non nomina la nazionalizzazione post-bellica delle pensioni, o l'interventismo economico statale successivo alla Grande Depressione, tra gli esempi di agende politiche imposte in condizioni di grave crisi. Tutto ciò conferma la frase di Friedman, conferma i suoi timori che le cattive idee approfittino delle crisi per diventare realtà, e conferma l'importanza di avere buone idee nel cassetto. Se Klein avesse capacità critiche, onestà intellettuale, o meglio ancora entrambe, si sarebbe resa conto che le crisi vengono sfruttate per realizzare cambiamenti di tutti i tipi, non solo "Neoliberisti". Anzi... in genere sono cambiamenti in senso totalitario e interventista. Ma tant'è: è un libro di propaganda, non un libro di analisi, quindi perchè stupirsene? Di che stupirsi se Klein scrive (stavo per scrivere "crede") che le torture in Iraq siano state enormemente maggiori di quelle di Pinochet? Di che stupirsi se liberalismo e neoconservatorismo vengono confusi, o se il Cato Institute è definito "neocon"? Pazienza se nel giro di due pagine si riesce a scrivere che il Neoliberismo è la nuova ortodossia e poi che le politiche adottate non assomigliano molto a quelle suggerite da Friedman. Pazienza se Hayek è definito il mentore di Friedman...Evidentemente è un libro scritto per semi-alfabetizzati...Ora, il problema non sono tanto le informazioni false, come il "Friedman consigliere di Pinochet", o le cose messe assieme senza alcun legame credibile, come la guerra alle Falklands e le liberalizzazioni della Thatcher, ma l'assoluta mancanza di argomenti. Addirittura Bush è considerato l'alfiere del Neoliberismo: pazienza se la sua riforma del Medicare costerà agli americani 1000 miliardi di dollari nella prossima decade; pazienza se la sua "ownership society" e il suo "compassionate capitalism" si sono rivelati soltanto slogan elettorali. L'importante è che la Halliburton sia privata: diamine! Allora anche le Coop sono neoliberiste, nonostante tutti gli aiuti di stato che hanno! Non so se è un libro scritto da uno stupido o scritto per degli stupidi, o tutte e due le cose. So solo che è un manuale di propaganda di prima qualità. Credo che gli agenti della CIA di cui si parla spesso nel libro avranno molto da che imparare su come si pilota l'opinione pubblica e si creano miti."
22:00 Scritto in Società | Link permanente | Commenti (6) | Segnala | Tag: Naomi Klein, Shock Economy, liberismo, Friedman
03/04/2008
Giornalisti tifosi alle Officine di Bellinzona?
Non sono sicuro di quanto sto per scrivere, in quanto non sono sicuro delle premesse, che si basano sulla mia personale osservazione (non ho quindi monitorato tutto). Dimenticate quindi questo post qualora mi siano sfuggiti degli elementi che mi portano a trarre conclusioni errate. Detto questo, mettiamola così: da quanto ho potuto vedere e leggere sinora, l’informazione cantonale si è schierata dalla parte delle Officine di Bellinzona e ha contribuito a trasformare una vertenza settoriale in una rivolta cantonale contro i balivi svizzero-tedeschi (l’aperto sostegno su Rete 1 l’ho sentito con le mie orecchie). Quello che non mi quadra è l’unanimità del sostegno popolare, l’unanimità politica, e l’unanimità degli operai. E' quasi impossibile da raggiungere. Eppure è l'immagine che si continua a veicolare. Ora, in Ticino ci sono 3 quotidiani, due televisioni, 5 radio tra pubbliche e private, il TXT, almeno 4 siti internet che fanno informazione continua e tutti sembra tirare alla medesima corda. Ora, è mai possibile che tutta la quantità di giornalisti impegnati nel raccontare le vicissitudini di 300'000 abitanti non abbia ancora registrato quello che si legge invece sui blog, che si sussura qui e là piano piano, e si sente nei bar? Che non è vero che tutto il Ticino condivide l’azione degli scioperanti e che soprattutto questo sostegno, pur rimanendo minoritario, sta calando ogni giorno che passa anche al sud delle Alpi. E’ mai possibile che, contrariamente al consigliere comunale luganese Umberto Marra (per dirne uno che ne ha parlato su di un blog ancora ieri), tutti questi giornalisti non frequentano i bar per tastare le reazioni della popolazione locale. E’ mai possibile che le oneste proposte dei Liberisti Ticinesi dell’amico Rivo Cortonesi trovino spazio unicamente su siti storicamente amici? E’ mai possibile che tutta la classe politica sia invece compatta dietro i sindacati? E’ mai possibile che non ci siano operai che contestano la direzione di sciopero? Non è che tacciono per timore di rappresaglia o semplicemente per paura di rivestire i panni del traditore? Il bello è che, in verità sembra che ci siano eccome, come mi hanno personalmente confermato alcuni amici giornalisti. Nessuno sembra però avere il coraggio di rompere il muro dell’omertà. E’ possibile che nessun giornalista abbia proposto loro di testimoniare, magari assicurandogli l’anonimato? Voi che ne pensate del ruolo svolto dalla stampa in questa vicenda?
09:30 Scritto in Società | Link permanente | Commenti (3) | Segnala | Tag: Officine di Bellinzona, FFS, giornalisti, sciopero, stampa, informazione
20/03/2008
A Little Gun History Lesson
Riporti qui un testo appena inviatomi da Marc Heim della Pro Tell: In 1929, the Soviet Union established gun control. From 1929 to 1953, about 20 million dissidents, unable to defend themselves, were rounded up and exterminated.
In 1911, Turkey established gun control. From 1915 to 1917, 1.5 million Armenians, unable to defend themselves, were rounded up and exterminated.
Germany established gun control in 1938 and from 1939 to 1945, a total of 13 million Jews and others who were unable to defend themselves were rounded up and exterminated.
China established gun control in 1935. From 1948 to 1952, 20 million political dissidents, unable to defend themselves, were rounded up and exterminated.
Guatemala established gun control in 1964. From 1964 to 1981, 100,000 Mayan Indians, unable to defend themselves, were rounded up and exterminated.
Uganda established gun control in 1970. From 1971 to 1979, 300,000 Christians, unable to defend themselves, were rounded up and exterminated.
Cambodia established gun control in 1956. From 1975 to 1977, one million 'educated' people, unable to defend themselves, were rounded up and exterminated.
Defenceless people rounded up and exterminated in the 20th Century because of gun control: 56 million.
It has now been 12 months since gun owners in Australia were forced by a new law to surrender 640,381 personal firearms, to be destroyed by their own government. This was a Program costing Australia taxpayers more than $500 Million dollars.
The first year results are now in:
Australia-wide, homicides are up 3.2 percent
Australia-wide, assaults are up 8.6 percent
Australia-wide, armed robberies are up 44 percent (yes, 44 percent)
In the state of Victoria alone, homicides with firearms are now up 300 percent. Note that while the law-abiding Citizens turned them in, the criminals did not, and Criminals still possess their guns!
It will never happen here? I bet the Aussies said that Too!
While figures over the previous 25 years showed a steady decrease in armed robbery with firearms, this has changed drastically upward in the past 5 years, since criminals now, are guaranteed that their prey is unarmed.
There has also been a dramatic increase in break-ins and assaults of the ELDERLY. Australian politicians are at a Loss to explain how public safety has decreased, after such monumental effort and expense was expended in successfully ridding Australian society of guns.
The Australian experience and the other historical facts Above prove it. You won't see this data on the evening news, or hear Politicians disseminating this information. Guns in the hands of honest citizens save lives and property and, yes, gun-control laws adversely affect only The Law-Abiding Citizens. Take note, my fellow countrymen, before it's too late! The next time someone talks in favour of gun control, please remind him of this history lesson.
10:09 Scritto in Società | Link permanente | Commenti (7) | Segnala | Tag: armi, controllo, libertà, legittima difesa, omicidi, aggressioni
29/02/2008
Subprime, le banche centrali all'orgine della crisi
Copio e incollo l'articolo dell'amico Paolo Pamini, economista all’Università di Zurigo e ricercatore associato del Liberales Institut di Zurigo, pubblicato oggi sul Corriere del Ticino: "Ci risiamo un’altra volta. Ripartono le critiche contro il capitalismo selvaggio che ci avrebbe condotto alla crisi delle subprime americane. Ma chiediamoci: perché mai una grossa banca, per sua natura orientata alla fiducia a lungo termine dei propri clienti, avrebbe interesse a fiondarsi in un buco finanziaro e rischiare il fallimento? E per di più: come è possibile che praticamente tutte le banche ci siano cascate? Da sempre i mercati finanziari godono di una posizione privilegiata nella teoria economica. La ragione è molto semplice: nessun altro è più prossimo all’ideale del libero mercato. Altrove le reazioni di prezzo non sono dell’ordine di secondi, le informazioni non circolano così velocemente, ed i mercati non sono mondialmente così ben integrati. Chi dimostrasse che la finanza non funziona minerebbe la colonna portante del sistema capitalistico.Subprime come fallimento del mercato? Puntando tutti il dito contro le banche di investimento, nessuno si chiede con quali soldi sia stato possibile fare questi errori. Pochi notano che tra il 2000 e la fine del 2007 la Federal Reserve, la banca centrale statunitense, ha quasi raddoppiato la massa monetaria, che da un anno abbondante si rifiuta di comunicare! D’altra parte, è strano incolpare il libero mercato quando il denaro e l’emissione creditizia sono un monopolio statale. I tassi di interesse, o meglio il loro livello generale, sono in larga misura dei prezzi politici fissati dall’autorità monetaria. Che tenendoli negli ultimi anni artificialmente bassi ha indirettamente reso attrattiva anche l’elargizione di crediti ipotecari a persone praticamente insolvibili. Ecco la chiave di volta: l’espansione creditizia di un’autorità statale (la banca centrale americana) ha messo a disposizione la liquidità necessaria per far questo pasticcio. Altro che fallimento del mercato. D’altra parte, la natura inflazionistica del problema salta subito all’occhio se si misura il prezzo del greggio in once d’oro: essenzialmente costante negli ultimi 8 anni malgrado il boom cinese!
Purtroppo nulla di nuovo (cfr. la “Austrian Business Cycle Theory” ed in particolare gli scritti del Nobel liberale Friedrich August von Hayek). Già nel 2002, l’Equity Research Europe della Schroder Salomon Smith Barney aveva pubblicato un interessantissimo studio sulle bolle finanziarie, che migrano da un settore economico all’altro. Il mercato immobiliare (soprattutto giapponese) venne gonfiato dalla liquidità iniettata dopo il crash borsistico del 1987. Nei primi anni ’90 questa scoppiò in seguito al rialzo dei tassi in risposta a tendenze inflazionistiche. Si entrò in recessione, i tassi vennero tagliati e la liquidità alimentò la bolla (1992-93) sulle obbligazioni di stato, scoppiata nel 1994 (crisi messicana) quando i tassi vennero alzati in risposta al boom economico. L’economia rallentò in mezzo agli anni ’90, i tassi furono tagliati e partì così la bolla dei mercati emergenti, che scoppierà nel 1997-98 (crisi asiatica + LTCM) quando i tassi verranno rialzati. Dopo questa crisi altro abbassamento di tassi più iniezione monetaria per la paura del fenomeno dell’anno 2000, ed emergenza della bolla tecnologica scoppiata nel 2001. Il fenomeno ora si è ripetuto. Come nel passato, sempre sotto nuova veste, ma uguale nella sua essenza. I bassi tassi degli ultimi anni hanno artificialmente reso interessanti crediti ipotecari da far accapponare la pelle. È difficile capire alla luce di tutto questo dove stia il fallimento del mercato. Purtroppo anche il ’29 fu la conseguenza di un’enorme espansione monetaria negli anni ’20. Poi, con le stesse scuse che sentiamo oggi, la vecchia America della libera impresa morì sotto il socialismo di Roosevelt (New Deal)."
15:47 Scritto in Società | Link permanente | Commenti (2) | Segnala | Tag: Subprime, banche centrali, capitalismo
09/12/2007
Ipocriti
"Die Bali-Karawane verursacht rund 100'000 zusätzliche Tonnen Kohlendioxid, pro Kopf etwas 6.5 Tonnen. Einer dieser Köpfe ist beispielsweise der Klimaberater der deutschen Bundeskanzlerin, Professor Hans Joachim Schellnhuber, der 5.5 Tonnen Kohlendioxid, pro Kopf und Jahr als maximales "Erdenbürrecht auf tolerierbare Klimaschädigung" bezeichnet.
Fonte: Die Weltwoche del 6 dicembre 2007.
"La casa di Al Gore, venti camere da letto, tre saloni, piscina coperta e scoperta, consuma più elettricità in un mese di quanto una famiglia americana media ne consumi in un anno. Nel suo An Inconvenient Truth, premiato con l'Oscar per il miglior «documentario», l'ex vicepresidente sconfitto da Bush nel 2000 fa appello agli americani per ridurre il consumo di elettricità nelle loro case. Ebbene, negli Stati Uniti il consumo medio per casa è di poco superiore ai 10mila kilowatt-ora (kWh) all'anno, mentre nel 2006 casa Gore ha divorato circa 221mila kWh: più di 20 volte la media nazionale. Soltanto lo scorso agosto, Gore ha bruciato 22mila kWh, con una bolletta che sfiora i 1400 dollari. Dall'uscita di An Inconvenient Truth, poi, il consumo energetico di casa-Gore è cresciuto da una media di 16mila kWh al mese nel 2005 agli oltre 18mila kWh al mese del 2006."
Fonte: questo articolo sul sito de "Il Giornale".
17:58 Scritto in Società | Link permanente | Commenti (6) | Segnala | Tag: surriscaldamento globale, effetto serra, Al Gore, anidride carbonica
04/12/2007
Dialogo tra sordi
Stando ad alcuni viviamo in un mondo troppo libero, talmente libero da essere sottoposti ad una concorrenza costante e sfrenata. Come se non bastasse si starebbe smantellando lo Stato. A sentire alcuni critici dell’attuale situazione, sembrerebbe quasi che lo Stato sia davvero divento minimo, una specie di “guardiano notturno” al quale aspirano tutti i liberali (quei pochi che sono rimasti tali, se le parole avessero ancora un significato). A sentirli sembrerebbe di vivere il trionfo del neo-liberismo, del liberalismo selvaggio, ecc. ecc.. Ora, se è vero che in Svizzera ci sono state delle liberalizzazioni e privatizzazioni parziali è altrettanto vero che la mentalità generale era ed è sempre piena di concetti costruttivisti (come li definiva Friedrich von Hayek). In questo senso la situazione non è certo migliorata. Provate ad assumere delle posizioni radicalmente o autenticamente liberali discutendo con i colleghi di lavoro, con gli amici, in famiglia o altro; vi renderete rapidamente conto di non essere capiti. E questo non per cattiva volontà dei singoli (e nemmeno credo per carenze del sottoscritto quale comunicatore). E’ il vostro approccio che è radicalmente diverso. E lo è in maniera tale da rendere estremamente difficile il dialogo, per non dire impossibile. Ma se le cose stanno così, come si fa a pensare che viviamo in un mondo dove il liberalismo e il liberismo dettano legge? Le azioni umane non seguono forse il pensiero umano? E se mi sbaglio, qualcuno mi sa spiegare perché l’impressione è sovente quella di partecipare a un dialogo tra sordi?
15:20 Scritto in Società | Link permanente | Commenti (6) | Segnala | Tag: Politica, liberalismo, liberismo, libertarismo
14/11/2007
L' "effetto serra" ha il suo "pentito"
Tramite "Salento Libero" ho scoperto aul sito de "Il Giornale" un interessante articolo che comincia così: «L’effetto serra è un bluff»; «Il pianeta non si sta riscaldando»; «I ghiacciai non si stanno sciogliendo»; «Le previsioni meteo sono inattendibili»; «La colpa dell’inquinamento non è dell’uomo». Firmato, professor John R. Christy, direttore dell’Earth System Science Center dell’Università dell’Alabama. Un colpo mortale per i professionisti della «difesa della Terra» che, sui fantasmi dell’emergenza ambientale, hanno costruito le fortune politiche ed economiche. Ma ora il professor Christy ci ha ripensato, diventando il primo Nobel «pentito». Una circostanza che, se da una parte lo farà entrare nella storia, dall’altra lo ha reso inviso ai suoi colleghi dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change), la commissione Onu premiata dall’Accademia di Svezia insieme con Al Gore per avere denunciato i rischi di un’«apocalisse» prossima ventura, effetto dell’incombente global warming. Così il professor Christy ha deciso di fare outing. Tutto l'articolo è consultabile qui.
22:19 Scritto in Politica internazionale, politica svizzera, Società | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: riscaldamento globale, bugie verdi, effetto serra, nobel

