03/04/2008
Giornalisti tifosi alle Officine di Bellinzona?
Non sono sicuro di quanto sto per scrivere, in quanto non sono sicuro delle premesse, che si basano sulla mia personale osservazione (non ho quindi monitorato tutto). Dimenticate quindi questo post qualora mi siano sfuggiti degli elementi che mi portano a trarre conclusioni errate. Detto questo, mettiamola così: da quanto ho potuto vedere e leggere sinora, l’informazione cantonale si è schierata dalla parte delle Officine di Bellinzona e ha contribuito a trasformare una vertenza settoriale in una rivolta cantonale contro i balivi svizzero-tedeschi (l’aperto sostegno su Rete 1 l’ho sentito con le mie orecchie). Quello che non mi quadra è l’unanimità del sostegno popolare, l’unanimità politica, e l’unanimità degli operai. E' quasi impossibile da raggiungere. Eppure è l'immagine che si continua a veicolare. Ora, in Ticino ci sono 3 quotidiani, due televisioni, 5 radio tra pubbliche e private, il TXT, almeno 4 siti internet che fanno informazione continua e tutti sembra tirare alla medesima corda. Ora, è mai possibile che tutta la quantità di giornalisti impegnati nel raccontare le vicissitudini di 300'000 abitanti non abbia ancora registrato quello che si legge invece sui blog, che si sussura qui e là piano piano, e si sente nei bar? Che non è vero che tutto il Ticino condivide l’azione degli scioperanti e che soprattutto questo sostegno, pur rimanendo minoritario, sta calando ogni giorno che passa anche al sud delle Alpi. E’ mai possibile che, contrariamente al consigliere comunale luganese Umberto Marra (per dirne uno che ne ha parlato su di un blog ancora ieri), tutti questi giornalisti non frequentano i bar per tastare le reazioni della popolazione locale. E’ mai possibile che le oneste proposte dei Liberisti Ticinesi dell’amico Rivo Cortonesi trovino spazio unicamente su siti storicamente amici? E’ mai possibile che tutta la classe politica sia invece compatta dietro i sindacati? E’ mai possibile che non ci siano operai che contestano la direzione di sciopero? Non è che tacciono per timore di rappresaglia o semplicemente per paura di rivestire i panni del traditore? Il bello è che, in verità sembra che ci siano eccome, come mi hanno personalmente confermato alcuni amici giornalisti. Nessuno sembra però avere il coraggio di rompere il muro dell’omertà. E’ possibile che nessun giornalista abbia proposto loro di testimoniare, magari assicurandogli l’anonimato? Voi che ne pensate del ruolo svolto dalla stampa in questa vicenda?
09:30 Scritto in Società | Link permanente | Commenti (3) | Manda | Tag: Officine di Bellinzona, FFS, giornalisti, sciopero, stampa, informazione
20/03/2008
A Little Gun History Lesson
Riporti qui un testo appena inviatomi da Marc Heim della Pro Tell: In 1929, the Soviet Union established gun control. From 1929 to 1953, about 20 million dissidents, unable to defend themselves, were rounded up and exterminated.
In 1911, Turkey established gun control. From 1915 to 1917, 1.5 million Armenians, unable to defend themselves, were rounded up and exterminated.
Germany established gun control in 1938 and from 1939 to 1945, a total of 13 million Jews and others who were unable to defend themselves were rounded up and exterminated.
China established gun control in 1935. From 1948 to 1952, 20 million political dissidents, unable to defend themselves, were rounded up and exterminated.
Guatemala established gun control in 1964. From 1964 to 1981, 100,000 Mayan Indians, unable to defend themselves, were rounded up and exterminated.
Uganda established gun control in 1970. From 1971 to 1979, 300,000 Christians, unable to defend themselves, were rounded up and exterminated.
Cambodia established gun control in 1956. From 1975 to 1977, one million 'educated' people, unable to defend themselves, were rounded up and exterminated.
Defenceless people rounded up and exterminated in the 20th Century because of gun control: 56 million.
It has now been 12 months since gun owners in Australia were forced by a new law to surrender 640,381 personal firearms, to be destroyed by their own government. This was a Program costing Australia taxpayers more than $500 Million dollars.
The first year results are now in:
Australia-wide, homicides are up 3.2 percent
Australia-wide, assaults are up 8.6 percent
Australia-wide, armed robberies are up 44 percent (yes, 44 percent)
In the state of Victoria alone, homicides with firearms are now up 300 percent. Note that while the law-abiding Citizens turned them in, the criminals did not, and Criminals still possess their guns!
It will never happen here? I bet the Aussies said that Too!
While figures over the previous 25 years showed a steady decrease in armed robbery with firearms, this has changed drastically upward in the past 5 years, since criminals now, are guaranteed that their prey is unarmed.
There has also been a dramatic increase in break-ins and assaults of the ELDERLY. Australian politicians are at a Loss to explain how public safety has decreased, after such monumental effort and expense was expended in successfully ridding Australian society of guns.
The Australian experience and the other historical facts Above prove it. You won't see this data on the evening news, or hear Politicians disseminating this information. Guns in the hands of honest citizens save lives and property and, yes, gun-control laws adversely affect only The Law-Abiding Citizens. Take note, my fellow countrymen, before it's too late! The next time someone talks in favour of gun control, please remind him of this history lesson.
10:09 Scritto in Società | Link permanente | Commenti (7) | Manda | Tag: armi, controllo, libertà, legittima difesa, omicidi, aggressioni
29/02/2008
Subprime, le banche centrali all'orgine della crisi
Copio e incollo l'articolo dell'amico Paolo Pamini, economista all’Università di Zurigo e ricercatore associato del Liberales Institut di Zurigo, pubblicato oggi sul Corriere del Ticino: "Ci risiamo un’altra volta. Ripartono le critiche contro il capitalismo selvaggio che ci avrebbe condotto alla crisi delle subprime americane. Ma chiediamoci: perché mai una grossa banca, per sua natura orientata alla fiducia a lungo termine dei propri clienti, avrebbe interesse a fiondarsi in un buco finanziaro e rischiare il fallimento? E per di più: come è possibile che praticamente tutte le banche ci siano cascate? Da sempre i mercati finanziari godono di una posizione privilegiata nella teoria economica. La ragione è molto semplice: nessun altro è più prossimo all’ideale del libero mercato. Altrove le reazioni di prezzo non sono dell’ordine di secondi, le informazioni non circolano così velocemente, ed i mercati non sono mondialmente così ben integrati. Chi dimostrasse che la finanza non funziona minerebbe la colonna portante del sistema capitalistico.Subprime come fallimento del mercato? Puntando tutti il dito contro le banche di investimento, nessuno si chiede con quali soldi sia stato possibile fare questi errori. Pochi notano che tra il 2000 e la fine del 2007 la Federal Reserve, la banca centrale statunitense, ha quasi raddoppiato la massa monetaria, che da un anno abbondante si rifiuta di comunicare! D’altra parte, è strano incolpare il libero mercato quando il denaro e l’emissione creditizia sono un monopolio statale. I tassi di interesse, o meglio il loro livello generale, sono in larga misura dei prezzi politici fissati dall’autorità monetaria. Che tenendoli negli ultimi anni artificialmente bassi ha indirettamente reso attrattiva anche l’elargizione di crediti ipotecari a persone praticamente insolvibili. Ecco la chiave di volta: l’espansione creditizia di un’autorità statale (la banca centrale americana) ha messo a disposizione la liquidità necessaria per far questo pasticcio. Altro che fallimento del mercato. D’altra parte, la natura inflazionistica del problema salta subito all’occhio se si misura il prezzo del greggio in once d’oro: essenzialmente costante negli ultimi 8 anni malgrado il boom cinese!
Purtroppo nulla di nuovo (cfr. la “Austrian Business Cycle Theory” ed in particolare gli scritti del Nobel liberale Friedrich August von Hayek). Già nel 2002, l’Equity Research Europe della Schroder Salomon Smith Barney aveva pubblicato un interessantissimo studio sulle bolle finanziarie, che migrano da un settore economico all’altro. Il mercato immobiliare (soprattutto giapponese) venne gonfiato dalla liquidità iniettata dopo il crash borsistico del 1987. Nei primi anni ’90 questa scoppiò in seguito al rialzo dei tassi in risposta a tendenze inflazionistiche. Si entrò in recessione, i tassi vennero tagliati e la liquidità alimentò la bolla (1992-93) sulle obbligazioni di stato, scoppiata nel 1994 (crisi messicana) quando i tassi vennero alzati in risposta al boom economico. L’economia rallentò in mezzo agli anni ’90, i tassi furono tagliati e partì così la bolla dei mercati emergenti, che scoppierà nel 1997-98 (crisi asiatica + LTCM) quando i tassi verranno rialzati. Dopo questa crisi altro abbassamento di tassi più iniezione monetaria per la paura del fenomeno dell’anno 2000, ed emergenza della bolla tecnologica scoppiata nel 2001. Il fenomeno ora si è ripetuto. Come nel passato, sempre sotto nuova veste, ma uguale nella sua essenza. I bassi tassi degli ultimi anni hanno artificialmente reso interessanti crediti ipotecari da far accapponare la pelle. È difficile capire alla luce di tutto questo dove stia il fallimento del mercato. Purtroppo anche il ’29 fu la conseguenza di un’enorme espansione monetaria negli anni ’20. Poi, con le stesse scuse che sentiamo oggi, la vecchia America della libera impresa morì sotto il socialismo di Roosevelt (New Deal)."
15:47 Scritto in Società | Link permanente | Commenti (2) | Manda | Tag: Subprime, banche centrali, capitalismo
09/12/2007
Ipocriti
"Die Bali-Karawane verursacht rund 100'000 zusätzliche Tonnen Kohlendioxid, pro Kopf etwas 6.5 Tonnen. Einer dieser Köpfe ist beispielsweise der Klimaberater der deutschen Bundeskanzlerin, Professor Hans Joachim Schellnhuber, der 5.5 Tonnen Kohlendioxid, pro Kopf und Jahr als maximales "Erdenbürrecht auf tolerierbare Klimaschädigung" bezeichnet.
Fonte: Die Weltwoche del 6 dicembre 2007.
"La casa di Al Gore, venti camere da letto, tre saloni, piscina coperta e scoperta, consuma più elettricità in un mese di quanto una famiglia americana media ne consumi in un anno. Nel suo An Inconvenient Truth, premiato con l'Oscar per il miglior «documentario», l'ex vicepresidente sconfitto da Bush nel 2000 fa appello agli americani per ridurre il consumo di elettricità nelle loro case. Ebbene, negli Stati Uniti il consumo medio per casa è di poco superiore ai 10mila kilowatt-ora (kWh) all'anno, mentre nel 2006 casa Gore ha divorato circa 221mila kWh: più di 20 volte la media nazionale. Soltanto lo scorso agosto, Gore ha bruciato 22mila kWh, con una bolletta che sfiora i 1400 dollari. Dall'uscita di An Inconvenient Truth, poi, il consumo energetico di casa-Gore è cresciuto da una media di 16mila kWh al mese nel 2005 agli oltre 18mila kWh al mese del 2006."
Fonte: questo articolo sul sito de "Il Giornale".
17:58 Scritto in Società | Link permanente | Commenti (6) | Manda | Tag: surriscaldamento globale, effetto serra, Al Gore, anidride carbonica
04/12/2007
Dialogo tra sordi
Stando ad alcuni viviamo in un mondo troppo libero, talmente libero da essere sottoposti ad una concorrenza costante e sfrenata. Come se non bastasse si starebbe smantellando lo Stato. A sentire alcuni critici dell’attuale situazione, sembrerebbe quasi che lo Stato sia davvero divento minimo, una specie di “guardiano notturno” al quale aspirano tutti i liberali (quei pochi che sono rimasti tali, se le parole avessero ancora un significato). A sentirli sembrerebbe di vivere il trionfo del neo-liberismo, del liberalismo selvaggio, ecc. ecc.. Ora, se è vero che in Svizzera ci sono state delle liberalizzazioni e privatizzazioni parziali è altrettanto vero che la mentalità generale era ed è sempre piena di concetti costruttivisti (come li definiva Friedrich von Hayek). In questo senso la situazione non è certo migliorata. Provate ad assumere delle posizioni radicalmente o autenticamente liberali discutendo con i colleghi di lavoro, con gli amici, in famiglia o altro; vi renderete rapidamente conto di non essere capiti. E questo non per cattiva volontà dei singoli (e nemmeno credo per carenze del sottoscritto quale comunicatore). E’ il vostro approccio che è radicalmente diverso. E lo è in maniera tale da rendere estremamente difficile il dialogo, per non dire impossibile. Ma se le cose stanno così, come si fa a pensare che viviamo in un mondo dove il liberalismo e il liberismo dettano legge? Le azioni umane non seguono forse il pensiero umano? E se mi sbaglio, qualcuno mi sa spiegare perché l’impressione è sovente quella di partecipare a un dialogo tra sordi?
15:20 Scritto in Società | Link permanente | Commenti (6) | Manda | Tag: Politica, liberalismo, liberismo, libertarismo
14/11/2007
L' "effetto serra" ha il suo "pentito"
Tramite "Salento Libero" ho scoperto aul sito de "Il Giornale" un interessante articolo che comincia così: «L’effetto serra è un bluff»; «Il pianeta non si sta riscaldando»; «I ghiacciai non si stanno sciogliendo»; «Le previsioni meteo sono inattendibili»; «La colpa dell’inquinamento non è dell’uomo». Firmato, professor John R. Christy, direttore dell’Earth System Science Center dell’Università dell’Alabama. Un colpo mortale per i professionisti della «difesa della Terra» che, sui fantasmi dell’emergenza ambientale, hanno costruito le fortune politiche ed economiche. Ma ora il professor Christy ci ha ripensato, diventando il primo Nobel «pentito». Una circostanza che, se da una parte lo farà entrare nella storia, dall’altra lo ha reso inviso ai suoi colleghi dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change), la commissione Onu premiata dall’Accademia di Svezia insieme con Al Gore per avere denunciato i rischi di un’«apocalisse» prossima ventura, effetto dell’incombente global warming. Così il professor Christy ha deciso di fare outing. Tutto l'articolo è consultabile qui.
22:19 Scritto in Politica internazionale , politica svizzera , Società | Link permanente | Commenti (0) | Manda | Tag: riscaldamento globale, bugie verdi, effetto serra, nobel
08/11/2007
La discarica di "Modem"
Un paio di mattine fa ho avuto l’occasione di ascoltare la trasmissione di approfondimento « Modem » della RTSI. Il tema ruotava attorno alla bonifica, appena iniziata, della più grande discarica svizzera, che ho appreso trovarsi a Kölliken. Ad essere interessante non era tanto il tema, quanto il taglio che la giornalista in studio ha dato al programma. Inutile dire che si è concluso con il solito lacrimevole appello ad un comportamento responsabile, a non buttare le batterie nel sacco dei rifiuti, ecc. D’altra parte hanno appena dato il sempre più ridicolo Nobel per la pace ad Al Gore, i verdi sono tra i vincitori delle recenti elezioni federali, l’ecologia ha decisamente il vento in poppa e tutti fanno a gara ad essere più verdi che verdi non si può. Ma vediamo alla trasmissione. La giornalista ha tenuto a sottolineare come ancora una volta non venga rispettato il principio “chi inquina paga” e come sostanzialmente si privatizzano gli utili e collettivizzano i costi . Il tutto perché la discarica è stata gestita sul finire degli anni ’70 da un consorzio comprendente ente pubblico e industria basilese, quest’ultima con una partecipazione dell’8%. Oggi i costi sono ripartiti allo stesso modo. Dove sta lo scandalo? I “proprietari” della discarica si assumono i costi sulla base della loro responsabilità ("quote di proprietà”). Sembra tutto piuttosto logico. Limitarsi a riproporre i soliti argomenti “rossi-verdi”, come fatto dalla giornalista in questione, non aiuta a mio avviso ad andare al succo della questione. Che non è una questione ambientale, ma politico-giuridico-lobbistica. Come mai la discarica non è interamente privata e quindi anche i costi odierni? Di che influenze, amicizie e favori politici ha goduto sul finire degli anni ’70 l’industria basilese? E’ come impedire in futuro che casi simili si ripetano? Quali gli accorgimenti istituzionali del caso? Queste erano, sempre a mio avviso, le buone domande da porsi. Insomma, come ono stati ottenuti i probabili favori a livello politico? Probabilmente nello stesso modo in cui oggi la SSR SRG Idée Suisse ottiene gli aumenti del canone. E allora meglio 30 minuti di buonismo ecologista con l’implicita accusa all’economia di mercato di essere responsabile di tutti i mali, invece di un sana riflessione sull’ennesimo danno ambientale di origine democratico-collettivista. Peccato è stata un'occasione sprecata.
21:37 Scritto in politica svizzera , Società | Link permanente | Commenti (2) | Manda | Tag: discarica, Kölliken, Modem, giornalismo
23/09/2007
Concetto insostenibile
C’era un tempo in cui si riteneva che la Legge avesse lo scopo di porre degli argini al potere politico. In gioco vi era la protezione della libertà individuale. Oggi non è più così. Oggi si ricorre alla Legge per legittimare la violazione della libertà. Se poi si agisce nell’ambito delle grandi cause politicamente corrette allora il successo è assicurato. Ovviamente più i concetti sono liberamente interpretabili dai politici di turno e meglio è. Sono quelli che Ayn Rand definiva i “falsi concetti”, tra i quali non può mancare quello di sviluppo sostenibile, che immancabilmente fa bella mostra di sé anche nella Costituzione svizzera (art.73).
La data di nascita è il 1987. Gro Harlem Brundtland, Presidente della Commissione Mondiale su Ambiente e Sviluppo, presenta il proprio rapporto e formula una definizione di sviluppo sostenibile: "lo sviluppo che è in grado di soddisfare i bisogni della generazione presente, senza compromettere la possibilità che le generazioni future riescano a soddisfare i propri". Col tempo, da concetto prettamente ecologico, il “principio” dello sviluppo sostenibile subisce delle modifiche sino a comprendere tutte quelle politiche volte a tener conto degli interessi collettivi in ambito economico, ecologico e sociale. Il concetto si regge sostanzialmente su tre assi portanti: la nozione di bisogno, quella di limite delle risorse e quella di sostenibilità. Il problema è che le travi scricchiolano e parecchio:
a) Il concetto di bisogno è il risultato di una valutazione soggettiva del singolo individuo (è propria di ogni essere umano) le cui preferenze vengono rivelate nell’ambito degli scambi di mercato, e la cui intersoggettività è autoregolata dal prezzo. Difficilmente quindi si capisce come gli uomini dello Stato possano correttamente interpretare i bisogni della popolazione, per non parlare poi di quelli delle generazioni future.
b) Il concetto di limite, o meglio della sua esistenza, ha senso unicamente se si suppone che la tecnologia non subirà modifiche, che il consumo può essere estrapolato indipendentemente dal prezzo e che la nozione di risorsa naturale non cambierà con il tempo. Nessuna di queste ipotesi è sensata. Il concetto di limite è un mito quantitativo che ignora la visione economica del valore delle cose. Una risorsa naturale in quanto tale non esiste o quantomeno non esiste al di fuori dell’atto di creazione degli uomini (il petrolio, prima di diventare una risorsa di primaria importanza a seguito del progresso tecnico, non interessava a nessuno).
c) Anche la visione “sostenibile” della sostenibilità è contestabile e, guarda caso, anche questa volta ad essere accantonati sono i principi economici. Politici e funzionari ritengono di potersi sostituire al tasso di interesse, dimenticando la lezione ben nota già dai tempi di San Tommaso d’Aquino. Il grande religioso cattolico aveva ben spiegato che il tasso d’interesse è il prezzo del tempo, è l’informazione che funge da arbitro tra la preferenza per il presente e quella per il futuro. Solo il tasso di interesse permette di far emergere le preferenze in termini di tempo.
In conclusione, non è quindi difficile, comprendere perché un concetto tanto elastico, vago e liberamente interpretabile goda dei favori degli uomini dello Stato. Perché ha il merito di legittimare qualsiasi regolamentazione e di accrescere il potere pubblico, attribuendogli, come se non bastasse, un margine di movimento totalmente arbitrario. In fondo, quello di sviluppo sostenibile è un concetto che nega la capacità dell’uomo di creare e innovare, e che dimentica l’esistenza di una nostra fedele compagna di tutti i giorni: l’ignoranza. Che cosa ci fa un “principio” simile nella Costituzione svizzera?
PS: questa lettera è stata inviata ai tre quotidiani ticinesi con preghiera di pubblicazione. Il Corriere del Ticino l'ha pubblicata gà stamane. Grazie.
22:35 Scritto in Associazione Liberisti Ticinesi , Filosofia politica , Società | Link permanente | Commenti (2) | Manda | Tag: sviluppo sostenibile, ambiente, ecologia, verdi
01/08/2007
Buon 1° agosto a tutti
"Buonasera, Londra.
Prima di tutto vi chiedo di scusarmi per questa interruzione. Come molti di voi io apprezzo il benessere della routine quotidiana, la sicurezza di ciò che è familiare, la tranquillità della ripetizione. Ne godo quanto chiunque altro. Ma nello spirito della commemorazione, affinché gli eventi importanti del passato, generalmente associati alla morte di qualcuno o al termine di una lotta atroce e cruenta vengano celebrati con una bella festa, ho pensato che avremmo potuto dare risalto a questo 5 Novembre, un giorno ahimè sprofondato nell'oblio, sottraendo un po' di tempo alla vita quotidiana, per sederci e fare due chiacchiere.
Alcuni vorranno toglierci la sicura, sospetto che in questo momento stiano strillando ordini al telefono e che presto arriveranno gli uomini armati. Perché? Perché, mentre il manganello può sostituire il dialogo, le parole non perderanno mai il loro potere; perché esse sono il mezzo per giungere al significato, e per coloro che vorranno ascoltare, all'affermazione della verità. E la verità è che c'è qualcosa di terribilmente marcio in questo paese.
Crudeltà e ingiustizia, intolleranza e oppressione. E lì dove una volta c'era la libertà di obiettare, di pensare, di parlare nel modo ritenuto più opportuno, lì ora avete censori e sistemi di sorveglianza, che vi costringono ad accondiscendere a ciò. Com'è accaduto? Di chi è la colpa? Sicuramente ci sono alcuni più responsabili di altri che dovranno rispondere di tutto ciò; ma ancora una volta, a dire la verità, se cercate un colpevole.. non c'è che da guardarsi allo specchio.
Io so perché l'avete fatto. So che avevate paura. E chi non ne avrebbe avuta? Guerre, terrore, malattie. C'era una quantità enorme di problemi, una macchinazione diabolica atta a corrompere la vostra ragione e a privarvi del vostro buon senso. La paura si è impadronita di voi, ed il Caos mentale ha fatto sì che vi rivolgeste all'attuale Alto Cancelliere, Adam Sattler. Vi ha promesso ordine e pace in cambio del vostro silenzioso, obbediente consenso. Ieri sera ho cercato di porre fine a questo silenzio.
Ieri sera io ho distrutto il vecchio Bailey, per ricordare a questo paese quello che ha dimenticato. Più di quattrocento anni fa, un grande cittadino ha voluto imprimere per sempre nella nostra memoria il 5 Novembre. La sua speranza, quella di ricordare al mondo che l'equità, la giustizia, la libertà sono più che parole: sono prospettive. Quindi, se non avete visto niente, se i crimini di questo governo vi rimangono ignoti, vi consiglio di lasciar passare inosservato il 5 Novembre.
Ma se vedete ciò che vedo io, se la pensate come la penso io, e se siete alla ricerca come lo sono io, vi chiedo di mettervi al mio fianco, ad un anno da questa notte, fuori alle porte del Parlamento, e insieme offriremo loro un 5 Novembre che non verrà mai più dimenticato."
Fonte: trascrizione del discorso di "V", dal film "V per vendetta"
13:32 Scritto in Società | Link permanente | Commenti (0) | Manda | Tag: 1° agosto, festa nazionale, svizzera
26/06/2007
Democrazia, tra crisi dei partiti e aspettative deluse
La crisi dei partiti è tornata ad essere tema di dibattito sul Corriere del Ticino di queste ultime settimane. Recentemente Manuele Bertoli ha parlato di crisi della politica, ricordando che in fondo i partiti, con i loro pregi e difetti rimangono “mezzi organizzativi”. La tesi è suggestiva ma non credo colga totalmente nel segno, così come non coglie nel segno nemmeno il concentrarsi a riflettere sulla crisi di fiducia dei partiti e sulla loro necessità di rinnovamento. Il disinteresse, l’ostilità e il sospetto con cui molti guardano alla politica e ai partiti sono talmente generalizzati che la causa principale va ricercata nell’aspettative suscitate da uno dei pilastri del nostro vivere comune, la democrazia, e in quel fortunato aforisma di Lincoln che può essere tradotto in “governo del popolo, dal popolo, per il popolo”, espressione tanto esaltante quanto portatrice di colossali delusioni. Le promesse non sono state mantenute, e oggi nella popolazioni domina il disincanto. Credo che le ragioni siano sostanzialmente tre.
La prima: l’intervento dello Stato è stato spesso difeso e auspicato per correggere le insufficienze del mercato (non è qui il momento di riflettere sul fatto che questa analisi sia corretta o meno), sottovalutando o dimenticando di considerare le insufficienze dello Stato medesimo, messe chiaramente in luce dalla scuola detta del “Public Choise”. L’economista francese Henri Lepage ne riassume i contorni così : “non è perché lo Stato interviene che tutto sarà perfetto e che non ci saranno insufficienze nella produzione di beni pubblici. Di queste insufficienze ne trovate l’analisi nei lavori di Buchanan e Tullock: asimmetria dell’informazione, asimmetria dei voti, la teoria dei gruppi di pressione, ecc.. Queste analisi permettono di dimostrare che la democrazia non è la media dell’insieme delle opinioni, ma che è ampiamente utilizzata da gruppi di pressione particolari, e che i principali beneficiari della democrazia sono alcuni gruppi di pressione. Non tutti sono in grado di organizzarsi, ci sono dei gruppi per i quali il costo dell’organizzazione è elevato e altri per i quali è più ridotto. Un gruppo di consumatori è difficile da organizzare. Al contrario, un piccolo gruppo di produttori alla ricerca di una legge che riduca la concorrenza può costituirsi più facilmente. Lo Stato è così catturato da gruppi di interesse particolari”, tra i quali, lo si dimentica troppo spesso, quello dei dipendenti dello Stato stesso. Il risultato di queste continue richieste di intervento statale si possono riassumere in esplosione del debito pubblico, incremento della pressione fiscale e del numero dei funzionari, inflazione, svalutazione della moneta, crisi economiche di “lunga durata”.
La seconda è costituita dall’impossibilità del calcolo economico, illustrata in modo magistrale da Ludwig von Mises quasi 90 anni fa, impossibilità a cui sono confrontate tutte le amministrazioni pubbliche. Essa costituisce il limite della burocrazia, indipendentemente dalla qualità degli individui che vi operano all’interno. Sprechi e inefficienze sono inevitabili.
La terza: l’interventismo statale è stato di volta in volta sorretto da argomentazioni contingenti, ma i riferimenti al dovere della solidarietà e alla necessità di concretizzare la giustizia sociale sono onnipresenti. In fondo non è forse il “governo del popolo, dal popolo, per il popolo”? In queste condizioni, screditare i “Neinsager” è cosa relativamente semplice. Non sono forse tutti degli egoisti senza cuore? Peccato che la solidarietà obbligatoria provochi irresponsabilità e riduca il tempo destinato alla solidarietà liberamente esercitata, quella vera dunque, e che il concetto di giustizia sociale sia un’arma ad effetto la cui definizione non è però ancora stata fornita. Vale la pena riflettere su quanto scritto da uno dei grandi filosofi liberali viventi, Anthony de Jasay: “La democrazia moderna deve far uso di offerte redistributive per assemblare maggioranze e non può affatto permettersi di ammettere che tali pratiche siano illegittime. Quindi la visione classica, “non c’è ingiustizia senza atti ingiusti che la causino”, è stata liquidata. Per un certo periodo di tempo, per sostituirla, è stata invocata la “giustizia sociale”. A differenza della giustizia tout court, la giustizia sociale non aveva regole che potessero essere rispettate o infrante. Quindi nessuno può mai davvero dire quando lo stato delle cose sia “socialmente giusto”. Ma esso può essere sempre reso “un po’ più giusto” aggiungendo un altro pezzo al puzzle welfarista che è stato modellato da un passato redistribuivo. La giustizia sociale è un’idea molto utile poiché essa avvolge l’opportunità politica, o la passione egalitaria, nel ben nobile mantello della giustizia. Sul piano dottrinale, tuttavia, è pietosamente vacua.”
Direttamente o indirettamente i partiti svolgono un ruolo essenziale in tutti questi aspetti, fosse solo per il fatto che tutte le persone che contano devono farne parte per svolgere un ruolo che conta all’interno dell’apparato statale. Non sorprende quindi il comportamento dell’elettore desideroso di pagare meno tasse e di ricevere più servizi. Per i membri della cosiddetta “classe media” è infatti difficile sapere se si trovano nella categoria di quelli che danno più di quanto ricevono, o che ricevono più di quanto danno. Tra leggi, tasse, imposte, ordinanze, deduzioni, prestiti, dazi, incentivi ecc. il calcolo è tutto fuorché semplice. Pagare di meno e volere nel contempo di più sarà anche incoerente da un punto di vista logico, ma ha una sua razionalità se consideriamo che la presenza dello Stato consente di non subire in prima persona le conseguenze delle proprie scelte.
Quali conclusioni trarre da tutto ciò? La mia proposta non piacerà certo a Manuele Bertoli, ma credo che la credibilità dei partiti passi inevitabilmente per una drastica riduzione del ruolo dello Stato e, conseguentemente, del peso dei partiti sulla società: a) affinché la leggi tornino ad essere il supremo strumento di tutela della proprietà e della libertà (l’autentico “bene pubblico”) e non la spada da sguainare per assicurarsi ogni sorta di privilegio, b) affinché il voto di ogni singolo individuo, distribuito ogni giorno sul mercato tramite l’adesione (acquisto) o la discriminazione (non acquisto), venga privilegiato rispetto alla ripartizione tramite la contrattazione politica, e, infine, c) affinché la responsabilità individuale ottenga più spazio a scapito dell’irresponsabilità degli uomini dello Stato. Paradossalmente, sarebbe proprio la politica e lo Stato medesimo a recuperare buona parte della credibilità perduta. Per capirlo è sufficiente leggere quanto scrisse Frédéric Bastiat, il grande economista francese dell’Ottocento, a difesa dello Stato minimo o se preferite dello Stato “guardiano notturno”: “Il potere ne sarebbe per questo ridotto? Perderà di stabilità perché sarà diventato meno esteso? Avrà meno autorità perché avrà meno compiti? Si attirerà meno rispetto perché riceverà meno lamentele? Sarà maggiormente sottoposto alle pressioni delle varie fazioni perché saranno ridotti gli enormi budget e di conseguenza le possibilità di influenza delle varie fazioni? Correrà più rischi quando avrà meno responsabilità? Mi sembra evidente il contrario.” Certo, riportare lo Stato entro i suoi “argini naturali” non sarà facile, ma il primo passo è quello indicato da Ludwig von Mises: “i governi diventano liberali quando vi sono costretti dai cittadini”. C’è qualche politico o semplice cittadino a cui interessa veramente lavorare per risolvere la crisi dei partiti?
Gabriele Lafranchi, presidente dell’Associazione Liberisti Ticinesi. Questa lettera è stata inviata al Corriere del Ticino. Vedremo nei prossimi giorni se la pubblicano.
22:15 Scritto in Associazione Liberisti Ticinesi , Filosofia politica , politica svizzera , Società | Link permanente | Commenti (4) | Manda | Tag: Crisi dei partiti, Ticino

