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<title>Pinocchio - stati_uniti</title>
<description>Per la diffusione della libertà, contro l'ipocrisia dei socialisti di tutti i partiti</description>
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<lastBuildDate>Thu, 24 Sep 2009 20:59:52 +0200</lastBuildDate>
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<title>Superare il monopolio della moneta</title>
<link>http://pinocchio.blogspirit.com/archive/2008/11/27/superare-il-monopolio-della-moneta.html</link>
<author>noreply@blogspirit.com (Gabriele Lafranchi)</author>
<category>Filosofia politica</category>
<category>Politica internazionale</category>
<category>politica svizzera</category>
<category>Stati Uniti</category>
<pubDate>Thu, 27 Nov 2008 09:56:09 +0100</pubDate>
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&lt;p&gt;Non posso non fare copia e incolla dello splendido testo dell'amico Paolo Pamini pubblicato oggi sul Corriere del Ticino: &lt;em&gt;&quot;Come potrebbe essere riformato il sistema finanziario mondiale al summit dei G20 del prossimo 30 aprile, che seguirà a quello storico di Washington di due settimane fa? Il parossismo attuale è evidente, dati i continui salti di tutti gli indici economici in proporzioni mai viste finora. Si pensi che la FED ha aumentato la base monetaria statunitense (in sostanza il denaro in senso stretto) in un anno del 75,5%! Nel frattempo però, negli USA il tasso di crescita della moneta in senso lato (M3, che include anche prestiti a medio termine) sta piombando dal 17% annuo di inizio 2008 all’11% annuo di ottobre, stando ad indicare la riduzione in fretta e furia della leva finanziaria per quegli istituti che ancora sopravvivono (i dati provengono da&lt;/em&gt; &lt;a href=&quot;http://www.shadowstats.com&quot;&gt;&lt;em&gt;www.shadowstats.com&lt;/em&gt;&lt;/a&gt;&lt;em&gt;, dato che dal 2006 la FED non pubblica più M3).&lt;br /&gt; Con Bretton Woods che torna viepiù in auge, il rischio reale potrebbe presto diventare la creazione di una moneta fiduciaria mondiale, negativa perché mancherebbero i checks and balances che mettano al guinzaglio il mondo politico, smanioso di indebitarsi grazie ai soldi messi in circolo dalle banche centrali. Non a caso il liberale Friedrich von Hayek, premio Nobel dell’economia di tutt’altra opinione, sosteneva nel 1976 la denazionalizzazione del denaro grazie a valute in competizione tra loro, tra le quali si potesse liberamente scegliere. Esattamente quanto accadeva nei secoli passati, quando circolavano in tutta Europa fiorini fiorentini, ducati e zecchini veneziani, o ancora Luigi francesi o lire milanesi. Rotto il tabù della moneta monopolio di Stato (perché mai qui la concorrenza non dovrebbe funzionare?), ecco così l’idea delle monete private, che stanno già avendo un incredibile successo su internet.&lt;br /&gt; Per chi non osasse ancora immaginare la privatizzazione del denaro, andrebbero comunque considerate due soluzioni in un contesto di banche centrali. Entrambe ambiscono ad impedire sul nascere l’emergenza di una bolla creditizia, che è stata probabilmente la causa regolare delle crisi finanziarie del ’900. La prima possibilità è la reintroduzione del gold standard puro, ovvero della copertura aurea della moneta creata dalla banca centrale. Il modesto aumento annuo della quantità fisica di oro impedirebbe credibilmente l’inflazione del denaro a disposizione.&lt;br /&gt; Chi ama la storia e i numeri pensi che nel 1865 un franco era definito nell’unione monetaria latina (Svizzera, Francia, Italia, Belgio ecc.) come 0,3 g di oro, che oggi quotano circa 9,40 fr. Come dire che oggi il franco ha un potere d’acquisto pari all’11% di 143 anni fa, o che l’inflazione (una forma di tassazione) si è mangiata l’89% delle nostre risorse monetarie. Storicamente, il gold standard fu sempre sospeso in tempo di guerra ed è palese l’avversione nei suoi confronti di tutto il mondo politico.&lt;br /&gt; La seconda proposta che andrebbe seriamente considerata si chiama narrow banking e sostiene la separazione tra moneta e credito. Oggi su un conto corrente non abbiamo moneta, bensì credito alla banca (se tutti andassimo a svuotare i conti la banca infatti fallirebbe). In un sistema di narrow banking disporremmo a fianco del conto corrente di un conto d’investimento. Il primo non frutterebbe interesse (anzi costerebbe commissioni), ma avrebbe sempre la moneta disponibile. Il saldo del secondo sarebbe invece a disposizione della banca per essere prestato a terzi nell’usuale intermediazione finanziaria bancaria. Spostare soldi sul conto d’investimento equivarrebbe all’acquisto di fondi, obbligazioni o azioni: alla chiara cessione di moneta sotto forma di credito. Il narrow banking stabilizza la massa monetaria ed evita fallimenti bancari. Non servirebbe più neppure la garanzia statale dei depositi privati, perché i soldi del conto corrente sarebbero sempre disponibili.&lt;br /&gt; In tempi di grande incertezza insomma, le ipotesi più remote potrebbero improvvisamente diventare verosimili, o perlomeno aiutarci a capire le mancanze del sistema attuale.&quot;&lt;/em&gt;&lt;/p&gt; 
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<title>La crisi finanziaria tra Stato e libero mercato</title>
<link>http://pinocchio.blogspirit.com/archive/2008/11/19/la-crisi-finanziaria-tra-stato-e-libero-mercato.html</link>
<author>noreply@blogspirit.com (Gabriele Lafranchi)</author>
<category>Politica internazionale</category>
<category>politica svizzera</category>
<category>Società</category>
<category>Stati Uniti</category>
<pubDate>Wed, 19 Nov 2008 09:09:56 +0100</pubDate>
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&lt;p&gt;Non è sembrato vero al politico ave re potuto finalmente prendere il sopravvento sull’uomo della fi nanza. I segni di questa soddisfazione si sono manifestati parallelamente alle misure adottate dalle banche nazionali e dai governi a sostegno del settore fi nanziario e del credito e si sono tradot ti non solo in esternazioni e accuse ri volte al settore finanziario ma in richie ste esplicite che vanno dall’introduzio ne, rispettivamente, rafforzamento di normative regolanti l’attività finanzia ria, alla riduzione se non annullamen to della libertà di commercio in favore di una maggiore presenza dell’ente pub blico anche in questo settore. I segnali più recenti vanno dalle espressioni en tusiaste degli addetti di Obama (che di chiarano di finalmente avere «l’occasio­ne di fare grandi cose», il che ci ricorda un po’ quanto abbiamo letto alcuni an ni fa in quel documento programmati co del governo ticinese che diceva che ai nostri governanti «non mancano le idee ma mancano i soldi») alle richieste di introdurre per decreto statale un tetto alle retribuzioni nelle imprese finanzia rie (il che equivarrebbe ad azzerare i principi del libero mercato basati sul l’autonomia e la concorrenza) alle «con statazioni » che oramai il libero merca to (chiamato erroneamente «liberismo», erroneamente in quanto il nostro siste ma economico può essere definito in tan ti modi fuorché «liberista») è morto a causa degli «errori» commessi, il che si gnificherebbe che il sistema socialista dei mezzi di produzione rimarrebbe l’unica soluzione possibile e inevitabile. Possia mo capire che tanti commentatori, an che nostrani, che non sono riusciti a li berarsi dallo schematismo marxista ac cumulato negli anni ruggenti del 68, fac ciano fatica a fare a meno di certi faci li teoremi ma ciò non giustifica che si possa procedere tranquillamente a di storcere la realtà dei fatti. Intanto il li berismo (nella sua accezione letterale di«assenza di vin coli statali») non c’entra proprio niente: gli ultimi decenni sono stati contrasse gnati in tutti gli Stati dell’ Occi dente da un au mento della quota di parteci pazione statale nell’economia e da continui interventi e regolamentazioni nel settore finanzia rio. Limitiamoci a citare l’aumento non solo delle leggi emanate in questo setto re ma anche soprattutto delle normati ve emanate dalle autorità preposte al controllo del settore finanziario e del set tore bancario (limitiamoci a ricordare le regole portate da Basilea II che han no condizionato la formazione dei bi lanci delle più grandi banche negli ulti mi anni), la politica delle banche cen trali, segnatamente quella americana, di tenere bassi i tassi di interesse e favo rire così l’aumento della massa dei cre diti, gli incentivi per l’accesso all’abita zione primaria emanati dalla presiden za Clinton, non certo questi un simbolo del liberismo, e causa prima della crisi dei «subprime»: gli incentivi statali ame ricani per l’accesso all’alloggio ha por tato a rendere a tutti accessibile il credi to immobiliare a livelli pari se non su periori al valore dell’oggetto e, con la sua cartolarizzazione, alla messa in circola zione di quei prodotti definiti «tossici» che hanno finito per intossicare tutto il settore finanziario. È vero che questa evo luzione è stata preceduta dalla creazio ne di innumerevoli prodotti di ingegne ria finanziaria sulla scia di una cresci ta esponenziale del settore finanziario le cui cause devono essere fatte risalire al l’abbandono della parità aurea intro dotta dagli accordi di Bretton Woods e, per quanto riguarda l’ Europa, dal fa moso «Big Ben» della piazza di Londra ed è vero quindi che senza questo svi luppo della finanza globale e senza le sue manifestazioni collaterali (tra cui dobbiamo annoverare un sistema di in centivi retributivi troppo impostato sul bonus e non sul malus) non vi sarebbe ro stati gli effetti della crisi o gli stessi non si sarebbero manifestati in questa forma. Ma tutto ciò ci deve portare a di re che accollare a un sistema economi co (che liberista però non è mai stato) o all’operatività di banche e società finan ziarie la responsabilità della crisi risen te o di ignoranza o di malafede. Tanto più che dei vantaggi portati dallo svi luppo economico dell’ultimo ventennio hanno potuto beneficiare tutti, non da ultimo lo Stato stesso che ha incassato la sua parte sotto forma di imposte (di rette, sulla sostanza, sul plusvalore e di bollo) il che ha contribuito a solidifica re ed estendere la presenza dell’ente pub blico e ciò non solo nel settore degli in vestimenti ma anche con l’aumento del le spese di gestione favorendo il mante nimento di una struttura gonfiata e per certi versi inefficiente e fine a se stessa. Quali le conclusioni di questo ragiona mento? Dapprima che è quantomeno il lusorio volere con sicumera distribuire le colpe per quello che è successo iden tificando nell’uomo della finanza il so lo colpevole. Questo ragionamento ri sente, come detto, o di ignoranza o di malafede, ed è dettato da uno spirito di rivalsa da parte di quei settori, quello politico in generale, che ora si sente più libero ad impostare una sua naturale politica interventista che meglio si atta glia ai suoi diretti interessi che non sem pre sono quelli dell’economia nella sua generalità: differentemente dalle leggi del libero mercato queste misure vengo no però imposte per legge, senza valida contropartita e, per la loro rigidità, non sempre producono a medio e lungo ter mine gli effetti sperati. In questo ambi to non va dimenticata la naturale invi dia per le alte retribuzioni salariali del settore finanziario che certamente ha pe sato, fatte le dovute eccezioni, nelle rea zioni a volte piuttosto isteriche, sia del mondo politico che della stampa. Che è giusto che quei dirigenti della finanza che hanno facilitato il gonfiamento dei bilanci delle loro aziende aumentando la loro esposizione debitoria e confidan do colpevolmente nei vantaggi di certi prodotti debbano pagare dimissionan do dalle loro cariche e restituendo alle società i benefici loro corrisposti per ope razioni per le quali non stati sufficien temente valutati i rischi. Ma altrettanto giusto sarebbe che chi, dall’altra parte, da quella cioè di tutti i settori (statali, di controllo delle istituzioni e della po litica monetaria) che sono stati colpe volmente inattivi o hanno favorito l’in sorgere dei fattori di rischio che hanno provocato la crisi attuale debbano assu mersi pure le proprie responsabilità, evi tando per lo meno di tirarsi fuori adde bitando nell’uomo della finanza l’uni co originario responsabile. Sia detto per inciso che le misure adottate sinora dai singoli Stati, essenzialmente di natura protezionistica, a favore del proprio si stema bancario, provocando così uno squilibrio nel mercato finanziario e del credito, ha dimostrato che le misure del la politica possono essere controprodu centi per la risoluzione della crisi attua le. E da ultimo diciamolo bene e chiaro: in un sistema economico del libero mer cato (che liberista non è ma che, per i pesanti condizionamenti statali, più op portunamente dovrebbe essere definito dell’«economia sociale del mercato», la «soziale Marktwirtschaft» dei tedeschi) non è questa la prima e non sarà que sta l’ultima crisi. Noi personalmente pre feriamo queste esperienze che permetto no imparando di migliorare, che non quelle di un’economia dirigista e stata lista, le cui esperienze negative, a livel lo di fattori sia umani che economici, sono state sufficientemente illustrate nel la storia recente e passata.&lt;br /&gt; &lt;strong&gt;Testo di Stelio Presciallo pubblicato dal Corriere del Ticino di mercoledì 19 novembre&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
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<title>La vera storia della Grande Depressione</title>
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<author>noreply@blogspirit.com (Gabriele Lafranchi)</author>
<category>Politica internazionale</category>
<category>Società</category>
<category>Stati Uniti</category>
<pubDate>Sun, 17 Aug 2008 15:25:00 +0200</pubDate>
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In questa fase di crisi finanziaria rieccheggia sui giornali il richiamo alla crisi della borsa del 1929 e alla Grande&amp;nbsp;Depressione che accompagnato l'economia americana per&amp;nbsp;oltre un decennio.&amp;nbsp;Ovviamente il discorso, ripetuto fino alla noia, è che la crisi&amp;nbsp;dimostra l'instabilità di un'economia libera e&amp;nbsp;ovviamente non si sprecano gli elogi per il New Deal che avrebbe rimesso in moto l'America. In realtà questa lettura della storia è falsa. Lo ha spiegato molto bene Murray Rothbard nel suo &quot;La grande depressione&quot;. Per chi non avesse voglia e neppure tempo di leggere la munumentale opera dell'economista americano segnalo lo splendido testo di Lawrence W. Reed, presidente del &lt;a href=&quot;http://www.mackinac.org/&quot;&gt;Mackinac Center for Public Policy&lt;/a&gt;, dal titolo: &lt;a href=&quot;http://www.mackinac.org/article.aspx?ID=4013&quot;&gt;&quot;Great&amp;nbsp;Myths&amp;nbsp;of the Great Depression&quot;.&lt;/a&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;Una versione in francese è disponibile ora &lt;a href=&quot;http://www.quebecoislibre.org/07/070114-2.htm&quot;&gt;qui&lt;/a&gt;.
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<title>E' morto Milton Friedman</title>
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<author>noreply@blogspirit.com (Gabriele Lafranchi)</author>
<category>Società</category>
<category>Stati Uniti</category>
<pubDate>Thu, 16 Nov 2006 21:45:00 +0100</pubDate>
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&lt;p&gt;&lt;a href=&quot;http://walkingclass.blogspot.com/2006/11/e-morto-milton-friedman-il-nobel.html&quot;&gt;Qui&lt;/a&gt; e &lt;a href=&quot;http://www.tocque-ville.it/&quot;&gt;qui&lt;/a&gt; una serie di link sul Premio Nobel liberista.&lt;/p&gt;
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<title>La guerra al terrorismo, cinque anni dopo</title>
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<author>noreply@blogspirit.com (Gabriele Lafranchi)</author>
<category>Iraq</category>
<category>Politica internazionale</category>
<category>Stati Uniti</category>
<pubDate>Tue, 12 Sep 2006 21:45:00 +0200</pubDate>
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&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Di Lino Bignotti:&lt;/strong&gt; Nel quinto anniversario dell'11 settembre il bilancio della guerra al terrorismo islamico non è positivo. La parte di islam che ha dichiarato guerra all'Occidente e usa ogni risorsa disponibile (dall'indottrinamento in moschea al terrorismo kamikaze e al ricatto petrolifero) è un'idra dalle cento teste, un nemico sfuggente. La difficoltà di ricostruirne la fisionomia è tale che molti osservatori arrivano a negare la sua esistenza. Più facile, e più rassicurante, è attribuire a cause locali, oltre che ad errori degli Stati Uniti, i molti conflitti in corso. Il ritiro dall'Iraq ha lasciato dietro di sé molto veleno. Per la nuova maggioranza siamo usciti da una guerra sbagliata in cui non saremmo mai dovuti entrare. Per la vecchia maggioranza, ora opposizione, invece, abbiamo concluso in malo modo, fuggendo, una missione di pace condotta sotto l'egida dell'Onu.&lt;br /&gt; Oppure si guardi al caso del Libano. E' di due giorni fa la notizia secondo cui il leader dell'opposizione, Silvio Berlusconi, si riserva di decidere se votare o meno a favore della missione poiché teme che essa non abbia come finalità il disarmo di Hezbollah e sospetta che il governo la usi per rinsaldare i legami con Siria e Iran. Infine, si consideri il caso dell'Afghanistan ove occorrerebbero molti più soldati per vincere la guerra. La sinistra massimalista minaccia di non votare nemmeno il prossimo rifinanziamento della missione. Così come è pronta, nella questione del contenzioso con l'Iran sull'energia atomica, a scendere - lo dice Oliviero Diliberto - dall'autobus dell'Onu, a prendere le distanze persino da quella visione o ideologia «onusiana» (per la quale l'Onu è la suprema autorità internazionale) che informa il programma del governo Prodi.&lt;br /&gt; Le polemiche sull'Afghanistan, come le incertezze di fronte all'Iran o a Hezbollah, smentiscono chi nega l'esistenza in Italia di correnti tese all’appeasement , a venire a patti con l'islamismo radicale. Quelle correnti ci sono e sono forti. La sinistra massimalista ne è solo la componente più visibile. Dunque, come acutamente osserva Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, ci sono correnti politiche (non quattro scalmanati, ma vere e proprie correnti politiche) che pensano di andare d’accordo con l’islamismo radicale, in altre parole con la Siria e con l’Iran che prepara l’uranio al fine di usarlo per fini civili (come dicono gli ayatollah) o per fini militari (come temono gli Stati Uniti e l’Unione europea). Ma allora queste correnti non danno già l’Occidente per sconfitto di fronte all’Islam più intransigente? A me pare di sì. Tutti sotto la tutela di Ahmadinejad&amp;nbsp; allora? Non mi pare un roseo futuro ed una bella prospettiva. Tanto più che bisogna mettere in conto la distruzione di Israele e la fine di valori come libertà e democrazia per tutti.&lt;/p&gt;
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<title>Ucciso Al Zarqawi, un piccolo passo avanti</title>
<link>http://pinocchio.blogspirit.com/archive/2006/06/08/ucciso-al-zarqawi-un-piccolo-passo-avanti.html</link>
<author>noreply@blogspirit.com (Gabriele Lafranchi)</author>
<category>Iraq</category>
<category>Politica internazionale</category>
<category>Stati Uniti</category>
<pubDate>Thu, 08 Jun 2006 10:30:00 +0200</pubDate>
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&lt;p&gt;Sarà anche la fine della vita di uomo, e gioirne è comunque eccessivo, ma notizie come questa sono estremamente positive per il processo di democratizzazione del Medio Oriente. Dimostrano la volontà degli Stati Uniti di portare a termine il lavoro iniziato e la volontà della maggioranza degli iracheni di non dare seguito ai progetti totalitari dell'ex numero 2 di Al Qaida. Nella guerra tutta interna tra musulmani jihadisti e musulmani &quot;moderati-nazionalisti&quot; i secondi hanno segnato oggi un punto a&amp;nbsp;loro favore.&amp;nbsp;Piccolo forse, ma comunque dall'alto valore simbolico.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;Segnalazione:&lt;/strong&gt; per chi volesse uscire dall'attualità del momento e farsi un'idea della situazione generale del Medio Oriente segnalo il bellissimo libro di Carlo Panella&amp;nbsp; &lt;a href=&quot;http://www.bol.it/libri/scheda/ea978881701157.html&quot;&gt;&quot;Il libro nero dei regimi islamici. 1914-2006 oppressione, fondamentalismo, terrore&quot;.&lt;/a&gt; Cento anni di storia, per conoscere il passato e comprendere il presente. E per comprendere perché la strategia americana, con tutti i suoi difetti, è molto meno assurda di quanto si tenti di far credere.&amp;nbsp;Per comprendere&amp;nbsp;perché le teorie no global sulla povertà e lo sfruttamento sono campate in aria.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
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<title>Con le armi da fuoco contro i criminali</title>
<link>http://pinocchio.blogspirit.com/archive/2006/02/04/con-le-armi-da-fuoco-contro-i-criminali.html</link>
<author>noreply@blogspirit.com (Gabriele Lafranchi)</author>
<category>Società</category>
<category>Stati Uniti</category>
<pubDate>Sat, 04 Feb 2006 15:50:00 +0100</pubDate>
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&lt;p&gt;Appena si parla di possesso di armi da fuoco, il pensiero corre agli Stati Uniti d'America, al Far West, ai massacri nelle scuole, e al tristemente famoso film di Michael Moore &quot;Bowling for Columbine&quot;. Noi europei guardiamo con un misto di superiorità morale e incomprensione a questo grande paese che continua a permettere alla gente di andare in giro armata. Non siamo forse noi l'Europa pacifica e pacifista? Non è mia intenzione discutere qui della legittimità di portare un'arma e di usarla a scopo difensivo, del fatto se sia o meno un diritto (personalmente ritengo di sì). Questo non è quindi un post di carattere filosofico. Vorrei semplicemente proporre alcuni dati che hanno quantomeno il merito di far riflettere, in quanto evidenziano l'effetto dissuasivo del libero possesso delle armi. Cominciamo da &lt;a class=&quot;undefined&quot; href=&quot;http://www.pierrelemieux.org/artlott.html&quot;&gt;un studio&lt;/a&gt; condotto da John Lott tra il 1977 e il 1992 sulle 3054 contee degli USA.&amp;nbsp;Dove è stato liberalizzato il porto d'armi, gli omicidi sono diminuiti del 7,7%, gli stupri del 5,3%, le aggressioni violente del 7,0%. Negli Stati dove l'accesso al porto d'armi è maggiormente sottoposto a regolamentazione, il tasso di crimini violenti è dell'81% superiore a quello delle altre regioni. In Florida, la liberalizzazione del 1987 ha consentito di ridurre del 20% in 5 anni il numero degli omicidi. Effetto collaterale della legge: i criminali hanno cominciato a riservare le loro attenzioni a turisti, impossibilitati per legge a girare armati. Una ricerca condotta dal criminologo Garry Kleck ha dimostrato che solo l'1-2% delle atti di legittima difesa si conclude con la morte dell'aggressore. Questo siginifica che negli Stati Uniti ogni anno più di 1500 criminali vengono uccisi e altri 9000 feriti da onesti cittadini, cifre queste superiori a quelle di cui si può &quot;vantare&quot; la polizia. La possibilità di essere aggrediti nel corso di un furto violento è del 50-75% se ci si difende a mani nude, del 42% se non si oppone resistenza, percentuale che scende al 25% per quelli che si difendono con un arma. Tra le vittime che rimangono ferite o pagano l'agressione con la vita, il 17% dispone di un arma da fuoco per difendersi, il 25% non oppone resistenza e il 51% si difende con calci e pugni. Se i dati dell'Interpol dimostrano che gli Stati Uniti sono il paese più violento tra quelli dell'Occidente, il tasso dei furti nelle abitazioni fa eccezione: il tasso è di 1264 furti per 100'000 abitanti negli USA, di 2330 in Danimarca, di 2329 in Olanda, di 1640 in Inghilterra, di 1554 in Germania e di 1420 in Canada. Strana coincidenza, nota Pierre Lemieux, autore del libro &lt;a class=&quot;undefined&quot; href=&quot;http://lemennicier.bwm-mediasoft.com/article.php?ID=59&amp;amp;limba=fr&quot;&gt;&quot;Le droit de porter des armes&quot;&lt;/a&gt;: &lt;em&gt;&quot;c'est justement à son domicile que l’Américain moyen a conservé le droit d'avoir des armes et de les utiliser en légitime défense, et que c’est là qu'un agresseur court le plus grand risque de trouver un citoyen armé. Un autre chercheur a découvert que les cambriolages sont plus nombreux dans les régions américaines où les armes à feu sont plus contrôlées&quot;&lt;/em&gt;. Ultimo dato e poi smetto di tediarvi: confrontata a un elevato tasso di stupri, la polizia di Orlando, in Florida, decide di organizzare dei corsi per apprendere l'uso della armi. Vi partecipano 2500 donne. L'anno successivo, ma sarà un caso, il numero di stupri nella regione diminuisce dell'88%, rimanendo invece costante nel resto della Florida. E se essere armati non fosse solo un diritto, ma fosse anche particolarmente utile?&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&lt;strong&gt;Approfondimenti:&lt;/strong&gt; per chi si interessa al tema segnalo &lt;a class=&quot;undefined&quot; href=&quot;http://www.quebecoislibre.org/asdroitarmes.htm&quot;&gt;questa sezione&lt;/a&gt; de &lt;a class=&quot;undefined&quot; href=&quot;http://www.quebecoislibre.org/&quot;&gt;&quot;Le Québécois Libre&quot;&lt;/a&gt;. Chi vuole invece saperne di più sul rapporto che hanno gli americani con le armi, consiglio la lettura di questo &lt;a class=&quot;undefined&quot; href=&quot;http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=0000001182&quot;&gt;bell'articolo&lt;/a&gt; dell'amico Carlo Stagnaro dell' &lt;a class=&quot;undefined&quot; href=&quot;http://www.brunoleoni.it/home.aspx&quot;&gt;&quot;Istituto Bruno Leoni&quot;.&lt;/a&gt;&lt;/p&gt; &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;
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<title>Fosforo bianco: gli obiettivi dell'operazione mediatica</title>
<link>http://pinocchio.blogspirit.com/archive/2005/12/01/fosforo-bianco-gli-obiettivi-dell-operazione-mediatica.html</link>
<author>noreply@blogspirit.com (Gabriele Lafranchi)</author>
<category>Iraq</category>
<category>Stati Uniti</category>
<pubDate>Thu, 01 Dec 2005 21:17:44 +0100</pubDate>
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Ho apprezzato moltissimo in queste ultime ultime settimane il lavoro svolto dai blogger di &lt;a class=&quot;undefined&quot; href=&quot;http://www.tocque-ville.it/&quot;&gt;&quot;Tocque-Ville&quot;&lt;/a&gt; , in particolare &lt;a class=&quot;undefined&quot; href=&quot;http://wellington.ilcannocchiale.it/&quot;&gt;Wellington&lt;/a&gt;, &lt;a class=&quot;undefined&quot; href=&quot;http://herakleitos.ilcannocchiale.it/&quot;&gt;Herakleitos&lt;/a&gt; e &lt;a class=&quot;undefined&quot; href=&quot;http://ideazione.blogspot.com/&quot;&gt;The Right Nation&lt;/a&gt; (mi scuseranno gli altri),&amp;nbsp; sull' &quot;inchiesta giornalistica&quot; di Rainews24 circa l'uso del forforo bianco a Fallujia da parte dell'esercito americano. Sul tema interviene oggi anche l'esperto di questioni militari Gianandrea Gaiani, direttore del sito &lt;a class=&quot;undefined&quot; href=&quot;http://www.analisidifesa.it/&quot;&gt;Analisi Difesa&lt;/a&gt; , che conferma le tesi dei già citati blogger. Questa la conclusione dell'&lt;a class=&quot;undefined&quot; href=&quot;http://cca.analisidifesa.it/it/magazine_8034243544/numero64/article_584185534124257328235270057418_7505023515_0.jsp&quot;&gt;editoriale&lt;/a&gt;: &lt;em&gt;&quot;l’intera questione pare in realtà l’ennesima operazione mediatica tesa a delegittimare gli anglo-americani e la Coalizione mettendo sullo stesso piano i soldati statunitensi che combattono in Iraq e i guerriglieri e terroristi che finora hanno ucciso quasi 2.000 militari della Coalizione ma anche più di 20.000 civili iracheni, le armi di distruzione di massa di Saddam e quelle di Bush. Non ne siamo stupiti: dopo le speculazioni sulle vittime civili di ”Iraqi Freedom“, sul sequestro Sgrena e delle due Simone, su&amp;nbsp;Abu Ghraib, il caso Calipari e dopo le collette antimperialiste per finanziare la resistenza irachena abbiamo fatto il callo (e lo stomaco) a tutto.&quot;&lt;/em&gt;
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<title>Le leggi antitrust contro i consumatori</title>
<link>http://pinocchio.blogspirit.com/archive/2005/11/25/le-leggi-antitrust-contro-i-consumatori.html</link>
<author>noreply@blogspirit.com (Gabriele Lafranchi)</author>
<category>Filosofia politica</category>
<category>Stati Uniti</category>
<pubDate>Fri, 25 Nov 2005 09:30:00 +0100</pubDate>
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Maggio 1889, Stato del Missouri. E' qui, negli Stati Uniti, che vede la luce la prima legge antitrust. Vale la pena interessarsi a quanto accadde allora per sfatare una delle convinzioni maggiormente diffuse: quella che vuole gli uomini politici schierati a difesa dei consumatori.&lt;br /&gt; Dall'inizio del 1870 numerosi settori economici registrarono progressi economici tali da consentire un aumento della produttività. In agricoltura, la produzione di manzo è particolarmente toccata da questo sviluppo, grazie al miglioramento delle tecniche di macellazione, di allevamento e di conservazione della carne. I proprietari di quattro grandi società unirono i loro sforzi e grazie ad una razionalizzazione della produzione e a economie di scala riuscirono a trasportare i loro prodotti finiti nei vari Stati americani. Il tutto a partire dal loro centro di produzione, a Chicago.&lt;br /&gt; A partire dagli anni '80 il prezzo del manzo si ridusse progressivamente, suscitando le proteste degli allevatori messi in difficoltà dalla diminuzione dei prezzi. Per continuare a rimanere sul mercato, questi &quot;imprenditori&quot; non trovarono di meglio che aggirare il verdetto dei consumatori. Nel Missouri, la lobby creata contro la &lt;em&gt;&quot;cospirazione&quot;&lt;/em&gt; aveva un chiaro obiettivo: impedire la diminuzione dei prezzi. &lt;em&gt;&quot;L'accapparamento del suolo da parte dei capitalisti&quot;&lt;/em&gt; e il fatto che &lt;em&gt;&quot;il prezzo al consumo non era diminuito nella medesima proporzione del prezzo pagato ai produttori&quot;&lt;/em&gt; erano gli argomenti avanzati con maggiore insistenza per chiedere l'intervento del legislatore.Gli sforzi compiuti ebbero la meglio sulla libertà contrattuale&amp;nbsp; e altri Stati seguirono l'esempio del Missouri.&lt;br /&gt; Nel 1890 divenne realtà la prima legge a livello federale, voluta e sostenuta dal senatore John Sherman.&amp;nbsp; E' interessante rilevare come Sherman passasse il suo tempo a ripetere che i trust riducevano artificialmente la produzione a detrimento del consumatore americano. La realtà era però un'altra: tra il 1880 e il 1890, i settori in cui erano presenti i &quot;famigerati&quot; trust registrarono un incremento della produttivà del 175%, mentre il prodotto nazionale lordo aumentò &quot;solo&quot; del 24%. Mediamente i prezzi scesero del 7%. Un'ultima nota per concludere. Un'analisi delle lettere di John Sherman dimostrò che nessun consumatore aveva mai preso carta e penna per lamentarsi dell'esistenza dei trust. In compenso, il senatore ricevette moltissime lettere da produttori desiderosi di limitare la concorrenza.&lt;br /&gt; &lt;strong&gt;Fonte:&lt;/strong&gt; &lt;em&gt;&lt;a class=&quot;undefined&quot; href=&quot;http://www.institutmolinari.org/pubs/note20053fr.pdf&quot;&gt;&quot;Un regard sur l'histoire de l'antitrust: le déchainement des intérêts particuliers&quot;&lt;/a&gt;&lt;/em&gt; , pubblicato nel giugno 2005 dall'&lt;a class=&quot;undefined&quot; href=&quot;http://www.institutmolinari.org/&quot;&gt;Institut Economique Molinari&lt;/a&gt;.
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<title>Il &quot;New Deal&quot; ha prolungato la crisi</title>
<link>http://pinocchio.blogspirit.com/archive/2005/11/21/il-new-deal-ha-prolungato-la-crisi.html</link>
<author>noreply@blogspirit.com (Gabriele Lafranchi)</author>
<category>Stati Uniti</category>
<pubDate>Mon, 21 Nov 2005 21:16:01 +0100</pubDate>
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&lt;p&gt;Questo &lt;a class=&quot;undefined&quot; href=&quot;http://phastidio.net/2005/11/20/lezioni-dal-passato/&quot;&gt;bellissimo post&lt;/a&gt; di &lt;a class=&quot;undefined&quot; href=&quot;http://phastidio.net/&quot;&gt;Phastidio.net&lt;/a&gt; merita di essere letto dalla prima all'ultima parola. Dedicato a chi crede nelle&amp;nbsp;qualità terapeutiche dell'interventismo statale.&lt;/p&gt;
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